domenica 29 Novembre 2020

L’ultimo devastante attacco di Trump all’ambiente
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Donald Trump non smette di stupire in negativo. Non solo si arrocca alla poltrona di presidente nonostante Joe Biden abbia vinto le elezioni, non solo continua a dichiarare (senza prove) che l’affermazione dem sia stata il frutto di brogli elettorali, non solo continua, dalla Casa Bianca, a fare e disfare nomine, tra cui, cosa gravissima, quelle dei vertici civili del Pentagono.

L’ultimo sgarbo del signor Trump colpisce i suoi bersagli preferiti: il pianeta, l’ambiente, la natura, la biodiversità. Tutte cose che per lui sono semplicemente dei termini radical chic da sacrificare in nome dell’industrializzazione selvaggia. Come se fossimo fermi a quarant’anni fa.

Non contento dei danni epocali fatti nei quattro anni alla Casa Bianca (l’uscita degli Usa dagli Accordi di Parigi è solo la punta dell’iceberg), il tycoon newyorkese vuole lasciare “in eredità”, se così si vuole dire, prima che Biden si insedi, un altro grande favore all’industria dei combustibili fossili. Nello specifico, anche poche settimane dopo il voto e prima dell’addio di gennaio alla presidenza, The Donald continua a portare avanti piani per mettere all’asta i diritti di perforazione petrolifera nell’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR) degli Stati Uniti.

Si tratta di veri e propri inviti formali alle candidature per l’asta che metterà a disposizione un milione e mezzo di acri di terreno disponibili per le perforazioni. Un piano che, al contrario, Biden ha invece affermato di voler scongiurare dato che intende proteggere “in modo permanente” i territori selvaggi dell’Alaska confermando che le trivellazioni sarebbero solo “un disastro” dal punto di vista ambientale.

“Non sorprende che l’amministrazione Trump stia spingendo per una una vendita dei diritti dell’ultimo secondo nell’Artico, ma è deludente che questa amministrazione fino alla fine continui a tenere una così bassa considerazione per le terre di tutti, la fauna selvatica e le comunità indigene che dipendono da quei territori” ha detto ai media americani Adam Kolton, direttore esecutivo dell’Alaska Wilderness League.

Tutto questo avviene a circa tre anni di distanza dall’approvazione del disegno di legge avanzato dai repubblicani (e sottoscritto da Trump) volto proprio a promuovere contratti in leasing per l’estrazione di petrolio e gas nella preziosissima area. Grazie a questo, le compagnie petrolifere potranno firmare questi contratti e avviare le procedure di trivellazione a caccia dell’oro nero. L’area di maggiore interesse è quella costiera, dove si ritiene si trovino i più grandi giacimenti di petrolio degli USA non ancora identificati.

Non è il primo “sgarbo” che Trump commette nei confronti delle terre incontaminate vicine al polo nord, abitate da specie animali uniche e così importanti per il mantenimenti degli equilibri climatici di tutto il mondo. Si pensi per esempio al via libera al disboscamento della foresta Tongass sempre in Alaska o all’eliminazione del divieto di uccidere cuccioli di lupo e orso direttamente nelle tane.

La speranza di chi ha a cuore il futuro di quei territori (e del pianeta) è che l’asta di Trump possa andare deserta. L’ipotesi di andare a trivellare le aree artiche trova sempre meno consenso tra la popolazione americana e, soprattutto, sarà avversata dalla nuova amministrazione democratica. Le aziende, infatti, per poter operare dovranno comunque ottenere diversi permessi che disciplinano l’inquinamento atmosferico e varie autorizzazioni che il governo Biden potrebbe negare, mettendo fine al l’ultimo colpo di coda tentato da Donald Trump.

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