lunedì 18 Gennaio 2021

Il futuro è dei giovani
I

Io darei ascolto a Lapo Elkann. Non lo dico come provocazione, né come collaboratore di Repubblica.

Lo dico perché l’altra sera, visto in tv, ha detto con una certa schiettezza quello che penso da sempre e che ho addirittura usato come spunto per scrivere un libro: non bisogna vergognarsi di essere buoni.

Anzi: di provare ad esserlo, che la perfezione non è di questo mondo e neanche di universi paralleli, tipo quelli di Philip K. Dick o il pianeta curioso sul quale Lapo talvolta vive.

Si riferiva, lo scavezzacollo di famiglia, a una delle sue attività benefiche che ovviamente gli hanno attirato accuse di “buonismo”, con tanto di retroscena variopinti che insistevano sulle presunte nequizie di famiglia e adombravano la presenza di interessi occulti dietro l’agire di un tizio che, volendo, potrebbe comprarsi tutti i server da cui partono le tossine che inquinano il nostro vivere civile.

Perché darei ascolto a Lapo? Perché a volte l’intuizione e il senno emotivo fanno più di molti master. Fu lui, per dire, a inventarsi la nuova Cinquecento quando la Fiat era la trasposizione cogente dell’acronimo traslato negli Usa: Fix It Again, Tony. Fu lui a lanciare – je possino – la moda delle felpe anni Cinquanta, quelle con la mastodontica scritta sul petto, che ottennero un duplice e controverso risultato: mantenere in vita un marchio percepito come un’industria di scaldabagni e, di contro, dare a Matteo Salvini un’idea di marketing purtroppo definitiva.

Dice: ma questo cosa ha a che fare con la ripresa, o almeno con una strategia di ripresa, con i passi che tenteremo di muovere quando potremo tornare a indossare le mascherine solo per giocare all’allegro chirurgo o ad Eyes Wide Shut?

Cosa c’entra? C’entra. Perché occorre un ragionamento prepolitico che attiene, appunto, alla mancata vergogna di un progetto culturale diverso. E per cultura non intendo il numero di libri letti, che anche per il sottoscritto si contano sulla punta delle dita di Muzio Scevola. Intendo un’attitudine a dire, fare, baciare, lettera e si spera non testamento, cose che al momento appaiono minoritarie e perdenti, in una sorta di ideologia non ideologica che però ci tiri fuori dalle rapide del populismo alle quali uomini (e partiti, o ciò che ne resta) non hanno saputo opporsi.

Dovessi fondare un movimento, e non lo farò mai, anche se dopo Mario Adinolfi potrebbe provarci anche Bobo Vieri o, a maggior ragione, Lapo, lo chiamerei “partito impopolare”. Farei la lista delle parole che ci sono proibite dal conformismo dell’anticonformismo e comincerei ad enunciarle una per una. Mi prenderei la briga e di certo il gusto di nuotare controcorrente e usare il tempo (ce n’è) non già per vincere elezioni che perderemo (uso il “noi”, ma parlo di un popolo senza casa, più che di un’aggregazione esistente) ma per seminare il terreno della rinascita. Per uscire da quel ruolo poliziottesco per cui tocca sempre mettere mano ai disastri della destra ora sovranista, con governi di salvezza nazionale, ma senza un mandato chiaro. Cosicché al giro elettorale successivo accade sempre la stessa cosa: l’italiano non ricorda più come mai fosse stata necessaria la terapia d’urto e si ricaccia nelle mani di chi lo deresponsabilizza. A chi il prossimo condono? A noi!

L’unico vincitore (twice) che ci ricordiamo fu Romano Prodi. Che agli italiani non spacciò balle consolatorie ma, per citare il filosofo Roberto Carlino, solide realtà. Impose la tassa per l’euro e la restituì. Liberalizzò – con Bersani, che oggi passa per un pericolo bolscevico – e cercò di normare il mercato. Chiamò il Paese a un percorso comune. In parte, convincendolo.

Europa, tasse che servono per pagare le rianimazioni quando arrivano virus terribili, rispetto delle regole perché conviene a tutti, meritocrazia reale e non abiurata al primo giro di nomine, diritti che derivano dai doveri dell’appartenenza a una comunità, appunto come quella continentale, un condominio nel quale abbiamo portato la mafia del piano terra fino all’attico e dal quale sappiamo solo pretendere… in ordine sparso, sono i primi passi che desidererei da parte del partito impopolare: dimostrare che essere cittadini decenti, o provare ad esserlo, rende glucosio gli insulti dei cattivisti. Che senza l’Unione ci mangiano i cinesi, i russi, ma anche i turchi o gli americani, cioè l’internazionale dei grandi ombelichi che non a caso tifava per la Brexit. Rendere utile, plausibile, necessaria, una politica in cui l’onesto, il corretto, il dimentico del manuale Cencelli, non rappresentino l’ennesima illusione da divorare quanto prima. Dividendosi al vertice, mentre la base (ancora c’è) pigola nel nido come una massa di rondinini che non hanno più cibo.

Non so se tutto questo accadrà, e quando. So che la leadership è l’ultimo dei problemi ma certo non atterrà alla mia generazione. Il futuro, lo abbiamo visto anche nei giorni della Liberazione, è dei giovani.

Che non si meritano un Paese maschilista, paternalista, fermo da vent’anni per aver fatto gli interessi di un anziano cumenda milanese e di chi ne ha ritenuta accettabile la parabola, forgiando un successore che sembra modificato in un laboratorio di Wuhan.

Diamo loro le chiavi. Non saranno meno sazi e rassegnati di noi.

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