martedì 22 Settembre 2020

Obiettivo ripresa, resiliente e smart
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Siamo andati a sbattere per via di uno shock che in larga parte non potevamo prevedere e non prevedevamo (il World Economic Forum considerava il rischio di pandemie capace di generare danni importanti ma meno prevedibile di emergenze sociali e ambientali). Ma quanto ci siamo fatti male (e ci potremmo far male in presenza di shock futuri che nessuno si augura) dipende in larghissima parte da noi.

Per questo il futuro deve avere un solo slogan chiave.

Una ripresa resiliente capace di coniugare valore economico, lavoro, salute, sostenibilità ambientale e quella “ricchezza di tempo” ovvero capacità di conciliare vita di lavoro e di relazioni che abbiamo sperimentato come effetto collaterale non negativo nella tragedia di questi tempi. Quello che assolutamente dobbiamo evitare invece è far finta di niente, non imparare la lezione e lanciarci in uno sviluppo non-importa-come.

La strategia della ripresa resiliente è nel nostro interesse ma anche e soprattutto nell’interesse delle nostre aziende. Che non devono più trovarsi davanti ad alternative drammatiche come quella tra salute e lavoro di questi tempi. Già oggi la mia esperienza nel mondo dei fondi d’investimento insegna che anche i più grandi (BlackRock in primis) cercano di evitare le imprese più esposte al rischio “ESG”, ovvero al rischio di esposizione a fattori di insostenibilità sociale, ambientale e di governance.

Ad una prima impressione mettere assieme tutte queste dimensioni del ben-vivere sembra difficile ma non lo è. Alcuni esempi. I risultati di un nostro studio econometrico sui dati giornalieri delle provincie italiane mostrano come le polveri sottili siano correlate con livelli di contagi e decessi superiori. Stimiamo attribuibile alle polveri sottili un raddoppio del tasso di mortalità e una differenza di circa 600 morti tra le provincie più inquinate in Lombardia e quelle meno inquinate in Sardegna. Risultati simili sono ottenuti da colleghi di Harvard in una ricerca sulle contee degli Stati Uniti. E il tutto è coerente con quanto studi medici ci raccontano da anni: l’esposizione di lungo periodo alle polveri sottili rende alveoli e polmoni meno efficienti e predispone a risposte infiammatorie e ad esiti purtroppo negativi in presenza di malattie respiratorie.

Il problema dell’area più viva e vitale del nostro paese, del motore del nostro sviluppo, dipende da un complesso di fattori inclusa la geografia della Pianura Padana. Ma il 96 percento delle polveri sottili dipende dalle nostre scelte (57 percento il riscaldamento delle abitazioni, il resto trasporti, energia e modalità di produzione industriale e agricola). Negli ultimi 12 anni il CRESME (Centro ricerche del settore dell’edilizia) e la Camera dei Deputati calcolano che le agevolazioni sull’efficientamento energetico degli edifici hanno messo in moto circa 40 miliardi di valore economico con un saldo finale non negativo per le casse pubbliche. Vanno rinforzate e riformate per tener conto degli ultimi sviluppi della tecnologia ed indirizzate alla riduzione del contributo che il riscaldamento delle nostre abitazioni dà alle polveri sottili.

Abbiamo bisogno poi di zone fiscali speciali dedicate agli investimenti green proprio in quelle aree più colpite dal virus e più soggette al problema delle polveri, una sorta di “green industry 4.0” collegata al Green New Deal europeo. Dobbiamo convertire i 19 miliardi che buttiamo ogni anno in sussidi ambientalmente dannosi trasformandoli in sussidi ambientalmente favorevoli a saldo zero per offrire a chi oggi ne beneficia gli stessi incentivi economici indirizzati però verso il passaggio alle nuove tecnologie.

Di smart work ne stiamo facendo anche troppo e non vediamo l’ora di uscire, rincontrarci e riabbracciarci. Ma non dobbiamo dimenticare la lezione di questa importantissima modalità di lavoro che aumenta la produttività, riduce l’impatto ambientale, aumenta la resilienza delle nostre società e ci rende più “ricchi di tempo”. Un futuro resiliente ha bisogno di molto più smart work e molti tipi di incontri (per i quali perdevamo tempo interminabile in spostamenti) dobbiamo continuare a farli a distanza. L’idea che il lunedì’ mattina in una metropoli tutti prendono la loro macchina e passano 40 minuti nel traffico per andare al lavoro è preistoria e deve diventare memoria del passato.

La crisi insegna molto anche relativamente al nostro modello di welfare. Abbiamo bisogno di più investimenti in sanità e nella capacità del sistema di far fronte alle emergenze ma puntare solo al potenziamento degli ospedali che si sono rivelati l’anello più debole della catena sarebbe un grave errore. Dobbiamo passare da un modello hospital based ad un modello community based dove le cure sono sul territorio riducendo il rischio d’intasamento degli ospedali con gli effetti drammatici che abbiamo verificato in questi giorni

Come sostenitori da anni del paradigma dell’economia civile ci sforziamo da tempo di sottolineare che qualunque trasformazione sociale e politica oggi ha bisogno di quattro mani. Mercato, istituzioni lungimiranti, cittadinanza attiva e imprese responsabili. L’uscita dalla pandemia non può che arrivare da un’azione e concertata di tutte e quattro. Senza il coordinamento di tanti piccoli comportamenti responsabili dei cittadini (sollecitato dal martellante #restiamoacasa oggi e da comportamenti responsabili quando entreremo nella fase due) non ne possiamo uscire. Se con la stessa tenacia e capacità di coordinamento impareremo da cittadini a votare col portafoglio premiando con le nostre scelte di consumo e risparmio i campioni del paese capaci di coniugare qualità dei prodotti, dignità del lavoro, sostenibilità ambientale tutela della nostra salute avremo risolto anche molti dei problemi post-crisi.

I problemi del futuro richiedono molto più coordinamento, molto più sforzo concertato tra le quattro mani, molta più capacità di attivare processi di partecipazione nei cittadini da parte delle forze politiche che devono diventare levatrici delle energie positive della società civile. Insieme possiamo e dobbiamo farcela.

Leonardo Becchetti
Università di Roma Tor Vergata
Co-fondatore di Next e di Gioosto

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