sabato 26 Settembre 2020

Cultura e spettacolo: motore di una società nuova, solidale ed inclusiva
C

In questo mio breve contributo vorrei partire proprio dalle parole usate per la presentazione di Immagina: “Il nostro compito è duplice: uscire dall’emergenza e non lasciare indietro nessuno. Ma anche quello di creare il futuro e una società nuova, affrontando tutte le contraddizioni che sono esplose in questa stagione”. 

Credo che questa frase sia la perfetta sintesi degli obbiettivi da raggiungere, ancora più valida nello specifico del settore culturale. Il Coronavirus ha fatto emergere tutte le contraddizioni della globalizzazione e del sistema capitalistico, ma anche accelerato ed evidenziato quelle criticità della cultura e dello spettacolo dal vivo a tutti note e da anni irrisolte e che sarebbero comunque esplose.

Molteplici i fattori di questa situazione ingessata e al contempo fuori controllo, ma per motivi di spazio ne affronterò solo tre. Questi fattori sono figli, nel migliore dei casi, di una sottovalutazione (anche dei governi di centrosinistra per i quali la dichiarata centralità della cultura non trova riscontro in un progetto di sviluppo organico di rinnovata politica culturale), o nel peggiore di una volontà strategica (della destra) di confinare la produzione culturale e lo spettacolo in un ruolo di mero intrattenimento (trionfo del berlusconismo). Corollario di tutto questo è il ruolo dell’istruzione che dovrebbe essere alla base di un progetto di rilancio e sviluppo del sistema Paese quale unica possibilità per una reale crescita culturale.

Il primo fattore è la “storica” assenza di una legge quadro (addirittura il teatro non è mai stato degno di un riconoscimento normativo o la musica ha ancora anacronistiche divisioni di genere per cui esiste una musica colta finanziabile ed una extracolta) che desse un indirizzo e strumenti certi. Finalmente il provvedimento oggi esiste ma si è in attesa dei decreti attuativi su cui si giocherà la vera partita anche nei confronti della visione burocratica del sistema.

Il secondo fattore è la totale deregolamentazione, al punto da non avere per la maggior parte delle professioni dello spettacolo un riconoscimento ed un inquadramento.

Il terzo fattore è l’effettiva equiparazione giuridica degli organismi che operano nello spettacolo dal vivo alle piccole e medie imprese, a partire dalle associazioni culturali quale fattispecie prevalente, con tutte le ricadute di carattere amministrativo, agevolativo e creditizio.

Va anche detto che tali problematiche hanno una diretta corresponsabilità di tutte le componenti dello spettacolo: musica, teatro, danza con la presunzione di ogni singolo gruppo di interesse, anche all’interno dello stesso gruppo, di poter risolvere autonomamente i propri problemi senza affrontare e risolvere quelli di tutto il settore.

Quindi quanto al primo fattore, il settore è stato sempre regolato con decreti ministeriali che hanno nel migliore dei casi cercato di sostenere l’esistente fondandosi su un meccanismo di contribuzione (e non a caso non dico finanziamento) errato alla radice, perché invece di finanziare “progetti” si finanziano “sbilanci”, cioè le perdite legate ad una attività; questo sistema è arrivato alla sua massima espressione nell’ultimo decreto di riforma del sistema FUS del 2014 che, se da una parte enuncia una serie di novità importanti (tra cui la triennalità peraltro più a livello di principio che di pratica attuazione), dall’altra ingessa in un sistema di contribuzione prevalentemente legato a fattori numerici. Un “algoritmo” definisce asetticamente quante risorse attribuire e valuta i risultati ottenuti, nella vana speranza di un’oggettività dei numeri che andrebbero invece interpretati per evitare le contraddizioni della “quantità”. Credo che solo questo necessiterebbe di una lunga discussione. Va invece recuperata la possibilità di sperimentare, di individuare politiche culturali che tornino ad essere dalla parte dello sviluppo delle relazioni, del senso di comunità, valorizzando certo le grandi professionalità, le grandi strutture ma anche quanto di nuovo si muove, che è il vero tessuto connettivo della produzione culturale nei territori, nelle comunità, perché è da questo che si deve ripartire per la ricostruzione di un comune sentire. In questo un ruolo fondamentale è giocato dalle produzioni e dagli artisti “indipendenti” quella enorme ricchezza diffusa che raramente riesce a trovare il sostegno delle pubbliche amministrazioni. Una società che non abbia al centro del suo progetto di ripartenza la valorizzazione dell’istruzione e della crescita culturale non avrà futuro, o comunque non sarebbe la società futura che vogliamo.

Per quanto attiene al secondo fattore c’è la necessità di mettere mano a tutta la filiera che compartecipa alla realizzazione di un evento: dalla fase artistico ideativa a quella produttiva, dalla comunicazione all’ amministrazione, per arrivare allo spettacolo vero e proprio dove si parte dai facchini e si arriva all’artista che si esibisce, passando per una enorme quantità di lavoratori con le più disparate ed incredibili qualità e qualifiche. Riconoscimento di mestieri, inquadramento, anche perché parliamo di situazioni che hanno caratteristiche uniche e difficilmente codificabili (e certo non aiuta la semplice equiparazione -ridicola- di uno spettacolo ad un cantiere edile tout court). L’argomento meriterebbe un trattato a sé stante.

Il terzo fattore, anche questo semplicemente enunciato ma necessario per inquadrare l’insieme delle problematiche, riguarda la natura giuridica della maggior parte dei soggetti che compongono il settore, ovvero le associazioni culturali, nate per rispondere a quell’errato meccanismo in cui il contributo è commisurato alle perdite.

Certo è fondamentale finanziare attività che non abbiano come scopo esclusivo il profitto, perché molti progetti necessitano di sostegno in quanto realizzati in luoghi e aree disagiati o perche destinati a categorie di pubblico svantaggiato, ma altra cosa è il pensare il sostegno pubblico solo in termini di “perdite”.

E poi le associazioni culturali da tempo non hanno nessuna differenza amministrativa gestionale rispetto ad una società di capitali: bilanci e tasse sono esattamente identici ma con l’enorme problema che non vengono considerate imprese (non avendo l’iscrizione alla Camera di Commercio) e quindi non hanno condizioni agevolative, a partire dall’accesso al credito alquanto difficoltoso.

Questi tre fattori, con l’esplodere della pandemia, hanno determinato una situazione ancora più disastrosa rispetto ad altri settori, con l’impossibilità di accedere al credito agevolato e di utilizzare gli ammortizzatori sociali per tantissime attività e per tantissimi artisti ed operatori.

Per superare tutto questo, adesso nell’emergenza e per la ripresa, servirà uno straordinario sforzo di conoscenza che non può prescindere da uno straordinario censimento a livello nazionale che fotografi lo stato attuale del settore, per poter ragionare di come tutelare lavoratori, teatri e soggetti produttivi nell’ottica di un nuovo grande progetto di sviluppo. Come si possono immaginare azioni di sostegno e nuove strategie senza conoscere la realtà, le difficoltà, le esigenze e le   condizioni indispensabili per ripartire? Significa censire spazi, lavoratori ma anche politiche territoriali e possibili interventi specifici.

Solo da questa conoscenza potrà avviarsi una riflessione concreta con il coinvolgimento di tutte le componenti del settore che, superando le anacronistiche divisioni e gli egoismi, possano immaginare, con una Politica consapevole del proprio ruolo, un futuro diverso per la cultura e lo spettacolo.

Non solo non vogliamo e non dobbiamo lasciare nessuno indietro, ma dobbiamo sfruttare questa occasione per cambiare completamente le premesse e rendere realmente la cultura il motore di sviluppo dell’identità di una società nuova, solidale ed inclusiva.


Luca Fornari è amministratore delegato dell’Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio

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