lunedì 25 Maggio 2020

Accesso ad informazione e “rete”, una nuova sfida per la qualità della democrazia
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Stiamo affrontando, come Paese e come singoli individui, un momento particolarmente difficile, mai vissuto prima dalla nostra generazione. L’emergenza sanitaria per la pandemia generata dal Covid-19 ha costretto ognuno di noi a rinunciare a una parte della libertà che davamo ormai per scontata. Con il calo dei contagi, qualcosa stiamo pian piano riconquistando. Sappiamo però che ora dovremo affrontare le conseguenze economiche del blocco delle attività produttive degli ultimi mesi. E sappiamo anche che solo con risposte all’altezza si potranno mitigare le ripercussioni a livello sociale di questa crisi.

Fin qui, tra le armi a nostra disposizione, c’è stata sicuramente la libera informazione. Grazie ad una stampa autorevole e di qualità, che si è opposta all’approssimazione e alle fake news che proliferano in particolare sui social network, si è contribuito a formare un’opinione pubblica consapevole e sono stati incentivati i comportamenti responsabili dei cittadini.

Per affrontare le sfide immediate che abbiamo di fronte, non c’è dubbio che il ruolo del sistema nazionale dell’informazione sarà ancora decisivo. Il Governo ne è consapevole, così come siamo consapevoli del fatto che questo sistema, per funzionare al meglio, dovrà essere messo nelle condizioni di rispondere ai tanti cambiamenti in atto già prima che il Coronavirus entrasse nelle nostre vite.

Cambiamenti che richiedevano prima, e richiedono ancora di più adesso, maggiore e più ampio sostegno all’intera filiera editoriale, idee nuove e profonde innovazioni. Dallo stop al taglio dei contributi al rafforzamento del Fondo per il pluralismo e l’innovazione, alla promozione della lettura dei giornali nelle scuole, dall’impegno per recepire la direttiva europea sul copyright al contrasto della pirateria, fino alle misure per accompagnare i processi di ristrutturazione aziendale, il senso delle misure adottate fino ad ora è stato esattamente questo: garantire la libertà e la forza dell’informazione, con una logica di filiera capace di tenere assieme, in un unico quadro, tutti gli operatori del settore e i loro specifici bisogni. Una logica che avrà la sua massima espressione, dopo quasi quarant’anni, nella riforma complessiva del sistema, in una legge che abbiamo voluto definire “Editoria 5.0”.

È in questa cornice che, tra le altre cose, intendiamo sviluppare un apparato stabile e mirato di incentivi all’innovazione per le imprese editoriali, modellato a partire dal credito d’imposta per i servizi digitali che abbiamo adottato per la gestione dell’emergenza e comprendente anche misure per la modernizzazione della rete di distribuzione e vendita, per la promozione della lettura presso le fasce di popolazione più esposte alla povertà educativa e per la tutela del lavoro giornalistico, in particolare quello dei giovani. Interverremo in particolare sulla cosiddetta digital disruption, con misure che stimolino la trasformazione digitale delle imprese, senza ovviamente abbandonare il sostegno alla produzione cartacea.

E sempre a proposito di innovazione, abbiamo introdotto un beneficio fiscale ad hoc per i servizi digitali – servizi di server, hosting e banda larga – rivolti alle testate edite in formato digitale.

L’obiettivo deve essere quello di favorire progetti innovativi di ricerca e sviluppo, con la consapevolezza che dalla tutela del pluralismo dell’informazione dipende anche la qualità della democrazia e ben sapendo che le caratteristiche di entrambi, pluralismo e democrazia, sono sollecitate costantemente dagli effetti della quarta rivoluzione industriale innescata dallo sviluppo delle tecnologie digitali. E che è proprio su questo terreno che si gioca la sfida del futuro, tra rischi da eliminare e opportunità da cogliere

In fondo diritto all’informazione e accesso alle reti sono due profili che attengono ad una delle sfide più importanti del futuro e investono direttamente la qualità delle nostre democrazie moderne.

Lo stiamo vedendo in questi giorni: a fronte di una crescita di accessi alla rete, per lavoro, per studiare e appunto per informarsi fa da contraltare un aspetto che non è secondario, che non può essere derubricato, e riguarda la possibilità di poter usare la rete. Una precondizione che non è scontata e che può creare situazioni di disparità che andrebbero a incidere profondamente sulla carne viva del nostro tessuto democratico.

Avere bambini che non possono accedere alle lezioni online o persone che non hanno possibilità di connettersi magari perché non hanno a disposizione appositi device diventa discriminante e questo non possiamo e non dobbiamo consentirlo.

Lavorare, studiare e informarsi sono verbi che declinano la democrazia e non possono essere pregiudicati. Credo che questa attenzione debba qualificare l’impegno delle forze riformiste e progressiste.

Come ha scritto il professore di Harvard Yochai Benkler, siamo entrati nella network information economy, contraddistinta da flussi di comunicazione aperti e globali, dalla connessione permanente che si realizza nella Rete e – dopo l’enorme diffusione di smartphone e tablet – dalla drastica riduzione dei costi necessari per comunicare, il che vuol dire possibilità di porre mezzi materiali di informazione e di produzione culturale nelle mani di una parte significativa della popolazione mondiale.

Per questo dobbiamo fare in modo che l’effetto collaterale possa essere la marginalizzazione di chi non vi ha accesso.

Se la politica sarà all’altezza del suo compito, potrà e soprattutto dovrà rafforzare la partecipazione democratica ampliando la sfera delle nostre libertà per far si che vi sia davvero quella che lo stesso Benkler definisce “la ricchezza delle reti”.


Andrea Martella è sottosegretario di Stato all’Informazione e all’Editoria

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