giovedì 2 Luglio 2020

I baci e l’arresto di Alireza, simboli di un Iran sempre più diviso e in crisi
I

Alireza Japalaghy, segnatevi questo nome. Per chi non lo conoscesse, stiamo parlando di quello che a Teheran chiamano il “Principe del Parkour”. E’ uno dei giovani più conosciuti e seguiti in Iran, maestro della disciplina metropolitana nata tre decenni fa nelle banlieue a sud di Parigi ed ora diffusa in tutto il mondo.

Alireeza pratica questo sport da quando aveva 12 anni. E i tetti della capitale sono da sempre la sua palestra, dato che il parkour prevede l’utilizzo delle infrastrutture urbane per la realizzazione delle spettacolari acrobazie degli atleti che lo praticano, balzando da un muro all’altro, da un palazzo all’altro.

Grazie ai suoi salti e, soprattutto, al fatto che testimonia tutto con foto e video postati su Instagram, in cui compare spesso anche la sua ragazza, Alireza è diventato un simbolo. Un simbolo di libertà, modernità ed emancipazione. Già, perché i tetti di Teheran non sono tetti qualsiasi. Sono tetti sotto i quali il controllo sulla popolazione di uno dei regimi religiosi più più retrogradi e invasivi del mondo è totale.

L’ultimo episodio, purtroppo, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’ultimo spettacolare video, al termine del quale il 28enne iraniano, a torso nudo, bacia la sua ragazza, vestita in body e shorts attillati, ha fatto scattare la reazione del regime della Repubblica Islamica. E da queste parti, la reazione significa una sola cosa: l’arresto. Sorte che è toccata sia a lui che a lei. La giustificazione? “Atti osceni che istigano al vizio”.

Purtroppo non è la prima né sarà l’ultima volta che il binomio giovani-social network manda in tilt il regime. Citiamo solo gli ultimi due casi, quello di Fatemeh Khishvand, nota come Sahar Tabar, una 22 enne conosciuta perché cercava in tutti i modi di assomigliare a Angelina Jolie, arrestata per blasfemia, e quello di Maedeh Hojabri, anch’ella incarcerata per aver ballato davanti alla telecamera senza velo, in maniera giudicata troppo “seducente”.

Sono le due anime dell’Iran, ormai da anni attraversato da una parte da una società laica, moderna, che guarda al mondo e al futuro, che coincide con i giovani e la classe medio-borghese di Teheran e degli altri centri urbani, e dall’altra dall’opprimente regime islamico degli Ayatollah, che controlla ogni carica pubblica e vive di propaganda, privazioni e limitazioni della libertà.

Due anime sempre più inconciliabili, che rappresentano visioni, atteggiamenti e obiettivi diametralmente opposti. Due anime che, però, sono destinate a convivere ancora per molto tempo, in un rapporto di diffidenza crescenti, con una classe politico-clericale a cui ormai credono in pochi, dopo più di quarant’anni di fallimenti, e una popolazione sfiducia, che fatica a trovare la forza per ribellarsi.

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