lunedì 18 Gennaio 2021

Quale politica per le piccole e medie imprese post Covid
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Sfatiamo un falso mito di in un dibattito surreale creato ad hoc in queste settimane estive, che dipinge il Partito Democratico come anti impresa.
La tutela dell’impresa e del buon lavoro sono e rimangono il cuore della nostra politica economica. Senza impresa non esiste il lavoro e viceversa. Ma soprattutto senza una impresa sana e strutturata non può esistere un lavoro degno di questo nome.
Lavoro e impresa poi coincidono fortemente nel caso delle PMI, siano esse imprese tradizionali artigiane o imprese innovative.

Lo sforzo politico e legislativo del PD non può quindi che andare nella direzione di tutela e sviluppo della piccola e media impresa.
Uno sforzo che impone un doppio pensiero in questa epoca di pandemia globale: da una parte la messa in sicurezza della nostra economia, con la tutela immediata di lavoratori e imprenditori, cosi come ha fatto il governo in questi mesi, dall’altra la situazione impone quelli che un tempo venivano definiti ‘pensieri lunghi’, ossia quei pensieri che si prefiggono di disegnare il nostro futuro economico.

E’ innegabile che la crisi economica scaturita da quella sanitaria non ha fatto altro che accelerare con un moto torsivo alcuni aspetti di debolezza economica e strutturale delle PMI, e senza considerare questo rischieremmo di perdere l’ennesima occasione.
Cosi come non possiamo pensare di affidare il dibattito sulle piccole medie imprese al semplice romanticismo del piccolo è bello, dell’artigiano che resiste o dell’imprenditore solo contro tutti.
Certo è invece che le PMI continuano ad essere la spina dorsale della nostra economia e motore di una ricchezza diffusa, proprio per questo le nostre proposte devono andare nella direzione di salvaguardia della ricchezza diffusa e redistribuita, mettendo al riparo aziende e lavoratori dalle dinamiche di questo periodo storico che unisce crisi economica con l’incertezza dell’immediato futuro.

Le nostre proposte, cosi come contenute in un più ampio documento di politica industriale proposto qualche mese fa dal PD, quindi devono vertere su alcuni assi fondamentali nei quali poi studiare soluzioni specifiche.

Innovazione e digitalizzazione


L’innovazione e la digitalizzazione non devono rimanere parole magiche ma vuote, cosi come bisogna culturalmente far uscire impresa e pubblica amministrazione dal pensare che questi due vettori siano riservati solo alle produzioni più innovative o ai servizi. Ma vanno legate alla nostra vera forza, che rimane quella manifatturiera ed artigianale, con la creazione di agenzie di servizio per la ricerca applicata diffuse nei territori e con il rafforzamento del programma Industria 4.0.

Spesso le PMI faticano ad innovarsi e a digitalizzarsi anche per problemi di investimenti e di liquidità, su questo versante è fondamentale pensare a Bonus sui beni legati al 4.0 (modello superbonus per le ristrutturazioni) e meccanismi migliorativi dell’utilizzo del credito di imposta su investimenti ed economia circolare

Tutela delle filiere

Siamo ancora il paese delle ‘filiere’ e dei distretti, che certamente si sono profondamente modificati nel tempo, ma non per questo bisogna abbandonare a se stesso quel modello che è stato volano di redistribuzione della ricchezza.
Per tutelare le filiere si deve lavorare sulla tutela del credito al loro interno e programmare meccanismi di incentivo economico e fiscale che agevoli aggregazioni e raggruppamenti.

Formazione

Non si può più prescindere dal riaggiornare e riformare sia la formazione tecnica e professionale in entrata che la formazione permanente lungo tutto l’arco della vita lavorativa.
Una formazione che restituisca contemporaneamente dignità alla formazione professionale ‘di base’ e che sviluppi in maniera capillare in tutto il Paese una formazione superiore tecnica post diploma .

La sfida della formazione sia in entrata che permanente non può essere lasciata alla buona volontà del singolo imprenditore, ma va diffusa attraverso una pubblica amministrazione che sappia creare ‘reti di formazione’ all’interno dei territori con uno scambio continuo tra pubblico e privato, per fare in modo che sempre più la formazione tecnica e professionale coincida con le reali necessita dell’economia del territorio.

Reshoring

In tempi di pandemia globale sono comparsi segnali, timidi ma presenti, del rientro in Italia di produzioni che erano ormai considerate non più vantaggiose per il nostro Paese.
Questi segnali vanno colti immediatamente, rendendo vantaggioso il rientro in Italia, non con un ribasso del costo del lavoro, o agendo solamente sul fisco, ma rimuovendo quelli che Romano Prodi ha definito ‘ostacoli ad intraprendere’.
Quindi maggior celerità della giustizia, un sistema più snello che alleggerisca realmente la burocrazia ad ogni livello, sia statale che locale, strutture di formazione permanente, innovazione.


Imprenditoria femminile


Va incentivata l’imprenditoria femminile attraverso agevolazioni economiche e fiscali, ma soprattutto cambiando radicalmente la mentalità, partendo dai programmi scolastici e, non da ultimo, aumentando la quantità e la flessibilità dei servizi all’infanzia.
Infatti ancora troppo spesso le donne non fanno impresa, o addirittura abbandonano il lavoro, per mancanza di cultura complessiva del lavoro femminile e per mancanza oggettiva di servizi alla famiglia.

Accesso al credito

Questa crisi ci ha insegnato che non possiamo più pensare ai problemi di accesso al credito solo in una ottica bancaria, ma va incentivato il ruolo dello Stato (non come imprenditore, sia ben chiaro) ma come garante del credito attraverso i fondi di garanzia e come sistema di sviluppo degli investimenti di capitale privato anche nelle PMI.

E’ evidente che queste proposte non possono vivere da sole come isole in mezzo al mare, ma necessitano di due assi fondamentali.
Una pubblica amministrazione realmente a misura di imprenditore, ma più in generale direi di cittadino, che non veda il privato come perenne controparte.
Questo comporta una sburocratizzazione del sistema complessivo, con una adeguato sistema di controlli che sia però costruito per essere utile e reale a tutta la collettività, e non volto solo a salvaguardare la parte pubblica come ancora troppo spesso accade.

L’altro asse è la responsabilità di tutti: della politica nell’assumere decisioni, nel singolo imprenditore o cittadino che deve vivere la responsabilità d’impresa come una responsabilità assunta non solo verso se stesso ma verso tutto il territorio in cui si fa impresa.
In questo giocano ancora un ruolo fondamentale le associazioni di categoria, strumenti di rappresentanza collettiva, come lo è la politica, ognuno, sia ben chiaro, col ruolo che gli compete.
Una responsabilità reciproca quindi che a volte diventa scontro e a volte diventa accordo, ma che si basa su un assetto fondamentale: non lasciare nessuno ad agire per sé, o a sentirsi inerme di fronte a questa sfida epocale che ci ha imposto il Covid.

Perché è nell’incertezza e nella solitudine che si perde lo spirito artigiano e imprenditoriale che ha fatto grande il nostro Paese e ha reso il ‘made in Italy’ simbolo di valore e qualità.

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