martedì 29 Settembre 2020

“Scrivo come il reporter di me stesso”. A colloquio con Andrea Pomella
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“Mi sento l’inviato di me stesso nel mondo che vivo, ed è questo che voglio raccontare”. È suggestiva l’immagine che ci consegna lo scrittore Andrea Pomella, talento letterario entrato due anni fa nella dozzina del premio Strega con il romanzo ‘Anni luce’ (ed. Add) e oggi tra gli autori italiani di punta di Einaudi.

Pomella, che abbiamo incontrato per Immagina, è tra gli ospiti della Festa nazionale dell’unità di Modena dove presenta ‘I colpevoli’, il suo secondo libro pubblicato nei Coralli dopo il successo de ‘L’uomo che trema’, uscito l’anno scorso.

Anche ‘I colpevoli’, come ‘L’uomo che trema’, nasce da una vicenda autobiografica, è così?

Sì, il libro parte da una vicenda autobiografica perché è questo che mi interessa di più nella scrittura. Molti cominciano a scrivere avendo già in mente una storia, a me invece piace scrivere quando non so la storia dove andrà. In questo senso io pedino la storia, come chi fa i reportage e si reca in un posto per raccontarlo in tempo reale. Ecco io faccio questo con la mia vita, dunque non è la vita che entra nella scrittura ma la scrittura che si accosta alla vita. In questo caso il libro nasce nel momento in cui io incontro mio padre dopo 37 anni, e la cosa che mi premeva di più era raccontare la costruzione di questo rapporto, e parlo di costruzione e non di ricostruzione perché eravamo come due sconosciuti. E come si fa a costruire un rapporto da zero alla mia età, ma soprattutto all’età di mio padre? Che cosa diventiamo: padre e figlio, due amici? Ecco è questa costruzione che mi interessava raccontare.

Qual è il valore universale contenuto nel libro?

Il concetto attorno a cui ruota l’intera storia è quello di perdono, anche se quando mi trovavo al cospetto di mio padre il sentimento principale era di pietà, perché come me era un esiliato. Ma mi rendevo conto che non è possibile costruire un rapporto sulla pietà, e proprio il perdono è il tema su cui rifletto. Alla fine scopro che non si tratta solo di perdono, ma di qualcosa di più grande.

E cioè?

E cioè che la verità è che non si può perdonare nient’altro che qualcosa di imperdonabile. Il vero perdono è esente dalla compassione e dalla pietà. Questa è stata la grande scoperta che ho fatto.

Nel libro è molto presente anche il tema del tradimento, tra padre e figlio e non solo. Siamo alla Festa dell’unità e viene da fare un paragone con la politica, un mondo dove il concetto di tradimento è spesso abusato.

Be’ un parallelismo possibile tra le relazioni umane e politiche è intorno al concetto di tradimento tra padre e figlio. Quale è più grave, il tradimento del padre verso il figlio o viceversa? Nel libro faccio un excursus nella cultura occidentale che ha sempre visto come peggiore il tradimento del figlio nei confronti del padre, ma per me è più grave il contrario. E anche in politica siamo abituati a vedere il figlio che tradisce, ma perché la circostanza contraria non è considerata altrettanto grave?

Già, perché?

Perché non siamo in grado di mettere Dio sul banco degli imputati. Gesù dalla croce invoca ‘Padre perché mi hai abbandonato’, ma nessuno incolpa Dio per questo. Siamo una società fondata sul concetto di tradimento sociale del figlio nei confronti del padre, mentre a me interessa ribadire che esiste anche l’idea opposta.

Come è stato accolto questo libro, dopo ‘L’uomo che trema’ in cui raccontavi, da reporter di te stesso come hai detto, la tua storia di depressione?

‘I colpevoli’ è stato accolto come il seguito de ‘L’uomo che trema’, e in effetti le storie sono legate perché il ritorno di mio padre è avvenuto mentre scrivevo. In realtà io sto portando avanti un discorso di scrittura autobiografica, ma a chi mi chiede come faccio a mettermi a nudo rispondo che non è così, perché quando divento io il personaggio indosso un’armatura, mi difendo ancora di più. È impossibile portare la realtà nella pagina, la realtà possiamo solo rifondarla.

Dunque nel tuo caso la scrittura non ha un valore terapeutico?

Assolutamente no. Non so se la scrittura possa essere usata per fini terapeutici, non mi interessa curare me stesso anzi, forse ammalarmi ancora di più. Mi fa piacere quando chi legge i miei libri mi dice che gli hanno fatto del bene, ma la mia intenzione non è curare le ferite. Quello che voglio è raccontare una storia che abbia un valore universale.

Dunque continuerai a esplorare questo filone anche in futuro?

Sì, al momento il mio progetto più grande è fare scrittura autobiografica, attingere alla mia esperienza e costruire attraverso questo la narrazione del tempo. Sono l’inviato di me stesso nel mondo che vivo. Ci sono vari scrittori che hanno percorso questa strada ma la mia autrice di riferimento è senz’altro Annie Ernaux.

Il virus e il lockdown sono stati e sono ancora un’esperienza intensa. Secondo te potranno essere di ispirazione anche per la letteratura?

Probabilmente sì ma non so quando, perché i grandi eventi necessitano di anni per essere metabolizzati.

Un’ultima domanda sulla narrativa italiana. Com’è il suo stato di salute?

Buono, la narrativa italiana sta meglio di 20 anni fa, quando sembrava aver perso la spinta propulsiva. Quello che manca ancora è l’ambizione di voler creare qualcosa di grande per fare il salto di qualità. L’ambizione di voler trattare temi grandi e difficili è la cosa che più mi piace nella scrittura.

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