lunedì 25 Gennaio 2021

Una legge per l’algoritmo entro il 2021
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Del discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato la scorsa settimana davanti al Parlamento Ue dalla presidente della Commissione UE, qualcosa è finora sfuggito.
Siamo stati concentrati sulle proposte “emergenziali” quali Sanità-Immigrazione-Green Deal, questioni sociali sensibilissime e perciò comprensibilmente in cima all’agenda politica.

Ma bastava scendere qualche riga più giù per trovare un annuncio che, in fatto di nuove tecnologie, concretizza la visione di una Unione europea digitale e democratica. La presidente Von der Leyen ha annunciato per il 2021 una legge sull’algoritmo; regole per la sua progettazione, implementazione, applicazione.

“La seconda area su cui dobbiamo concentrarci è la tecnologia, e in particolare sull’intelligenza artificiale. Che si tratti di coltivazione di precisione in agricoltura, diagnosi mediche accurate o guida autonoma sicura, l’intelligenza artificiale ci aprirà mondi, ma anche questi mondi hanno bisogno di regole.

In Europa vogliamo una serie di regole che mettano le persone al primo posto. Gli algoritmi non devono essere una scatola nera e devono esserci regole chiare se qualcosa va storto. La commissione proporrà una legge a riguardo, il prossimo anno. Ciò include anche il controllo sui nostri dati personali, che oggi troppo spesso ci sfugge”: riporto il testuale di questo passaggio. Una prima mondiale, mi sembra. Non mi risulta che altri ordinamenti abbiamo annunciato di voler “normare” il tassello A dell’automazione, propellente per ogni utilizzo fruttifero delle nuove tecnologie.
Finora, al contrario, abbiamo assistito ad una ricorsa delle Big Tech per non aggravare danni già compiuti, in buona o cattiva fede.

L’annuncio della Von Der Leyen non è un fulmine al ciel sereno.

A febbraio scorso la commissione Ue ha pubblicato il Libro Bianco sull’Intelligenza Artificiale – Un approccio europeo all’eccellenza e alla fiducia (ne ho scritto qui) nel quale richiama i principi ispiratori di una legislazione:

  • intervento e sorveglianza umani,
  • robustezza tecnica e sicurezza,
  • riservatezza e governance dei dati,
  • trasparenza,
  • diversità, non discriminazione ed equità,
  • benessere sociale e ambientale
  • accountability

Il Libro bianco è stato oggetto di consultazione pubblica, che si è chiusa a giugno scorso. Qualche tempo prima era stato reso pubblico il Report Liability for Artificial Intelligence (and other emerging technologies), predisposto dal gruppo New Technologies formation del gruppo di esperti istituito presso la Commissione europea (ne ho scritto qui).
Il report enuclea ben 34 principi per disciplinare la responsabilità da danno nelle tecnologie emergenti. L’iniziativa annunciata dalla presidente della Commissione Ue è un anello di una catena lunga il “decennio digitale” (come lo ha chiamato la stessa Von der Leyen)- insieme ai data e alle infrastrutture. E ne è doverosa premessa per la visione “politica” del NextGenerationUE.

La Ue punta infatti a recuperare la sovranità “digitale”, riappropriandosi dei dati dei propri cittadini e delle proprie industrie, infatti. “Quando si parla di dati personali, business to consumer, l’Europa è stata troppo lenta e ora è dipendente dagli altri. Questo non dovrebbe accadere a noi con i dati industriali. Ed ecco la buona notizia: l’Europa è in prima linea in questo – abbiamo la tecnologia e, soprattutto, abbiamo
l’industria. Ma la gara non è ancora vinta. La quantità di dati industriali nel mondo quadruplicherà nei prossimi cinque anni, così come le opportunità che ne derivano. Ora dobbiamo dare alle nostre aziende, medie imprese, start-up e ricercatori l’opportunità di attingere a risorse illimitate. I dati industriali valgono oro quando si tratta di sviluppare nuovi prodotti e servizi. La realtà è che l’80% dei dati industriali viene raccolto e mai utilizzato. Questo è uno spreco. Una vera economia dei dati, d’altro canto, sarebbe un potente motore per l’innovazione e nuovi posti di lavoro. Ed è per questo che dobbiamo proteggere questi dati per l’Europa e renderli ampiamente accessibili”. Da qui il progetto cloud europeo su Gaia- X e
dataroom condivise.

Nel contempo, la Ue lavora ad una via sostenibile di “digitalizzazione”, nella quale il cittadino suddiviso in bit non sia solo fonte di profitto, ma titolare di diritti su ogni proprio bit. A questo mira “l’identità digitale unica”.

E’ l’alba di un nuovo Stato di diritto collegato al progetto di una rinnovata economia sociale di mercato?

Ecco la sfida che abbiamo davanti. Ed è una sfida che non riguarda solo i “tecnici”, della politica dell’economia-della giustizia-della tecnologia; ma riguarda i cittadini, riguarda tutti noi. Ci viene chiesta una nuova consapevolezza, direttamente proporzionale alla nostra capacità di studiare e capire il progresso. O se volete, l’innovazione.


Claudia Morelli è una giornalista professionista specializzata in Comunicazione in ambito giuridico e legale e socia di Eutopian, Osservatorio europeo sull’innovazione democratica.

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