domenica 28 Febbraio 2021

Creatività, Next Generation EU e politica
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Dall’inizio dello scorso decennio – è del 2012 la comunicazione della Commissione europea “Valorizzare i settori culturali e creativi per favorire la crescita e l’occupazione nell’UE” – le indicazioni di politica europee sono chiare: i settori creativi e culturali debbono essere sempre più al centro delle politiche industriali.

Quali sono le ragioni di questa attenzione?

Prima di tutto queste ‘industrie’ sono un comparto dell’economia che vale, in sé, in termini di dimensione – il 4,4% del PIL europeo – e di occupazione – 12 milioni di lavoratori. Vanno dal design all’audiovisivo, dai videogiochi alla moda, dalla pubblicità alle tecnologie applicate al patrimonio culturale e artistico, dalla comunicazione all’editoria. Hanno al loro interno una forte presenza di imprenditoria giovanile e femminile.

C’è, poi, una aderenza a quello che potrebbe definirsi “lo spirito del tempo”. Assieme ad Industria 4.0 l’impresa creativa apre soluzioni nuove in ambiti come l’economia circolare. Coincide spesso con l’innovazione sociale. Incorpora per definizione i valori della sostenibilità e dell’inclusione. Ed è quindi naturale che, quando queste sono le parole attorno a cui allineare tutte le politiche, quando la questione della coesione è sempre più cruciale nelle scelte di governo, anche il peso della creatività sia destinato a salire.

Il terzo punto si lega all’impatto sulla crescita. Nell’incontro tra il mondo della creatività e l’impresa tradizionale c’è un vantaggio reciproco. Il c.d. “effetto fusione” (studiato dal Think Tank britannico Nesta), ci dice, ad esempio, della maggiore innovatività delle imprese tecnologiche che collaborano con artisti. Diversi studi, tra cui quelli di Symbola, indicano con chiarezza che le imprese che incorporano il design crescono ed esportano più di quelle che non lavorano con designer di processo e di prodotto. Profili ripresi dalla stessa relazione del Parlamento europeo sulla politica industriale dell’ottobre 2020, in cui si indica il “potenziale nei settori culturali e creativi nel promuovere l’innovazione, nel favorire il cambiamento in altri settori e nello stimolare l’invenzione e il progresso”.

C’è, infine, una quarta ragione, che si lega molto direttamente alla relazione tra la dimensione culturale e creativa di un Paese e la forza del suo soft power. È evidente che pochi Paesi come l’Italia hanno nella creatività una delle bandiere che accompagnano la capacità di stare nel mondo con una propria identità ed una propria autonoma influenza. Investire nelle imprese creative significa, dunque, investire su un’Italia più influente sul piano internazionale: dal punto di vista politico, culturale, economico.

Sono queste le buone ragioni – o, almeno, alcune delle buone ragioni – per orientare risorse del Next Generation verso questo tipo di imprese.

Ma cosa fare concretamente? Alcune idee sono utili a tenere chiara la direzione di marcia.

Primo: sostenere la nascita di nuove imprese nei settori creativi e la crescita di quelle esistenti. Tanto più in un momento in cui il problema dell’accesso al credito, tradizionalmente sentito da questo tessuto di impresa, è acuito dagli effetti della Pandemia. Risorse finanziarie, dunque, da concentrare su progetti innovativi in questo campo, anche attraverso interventi nel capitale e fondi di venture capital e il sostegno ad incubatori e acceleratori specializzati.

Il secondo punto, in linea con le ricordate indicazioni del Parlamento europeo, è promuovere la collaborazione tra le imprese creative e quelle ‘tradizionali’. Sostenere, insomma, forme di contatto professionale tra designer, pubblicitari, grafici, esperti di tecnologie digitali, e il tessuto di impresa ‘tradizionale’. Una ‘contaminazione’ che può essere promossa con sistemi di voucher; con riforme fiscali che avvantaggino questi ‘incontri’; definendo un modello di trasferimento tecnologico ‘italiano’, in cui, accanto ai tipici servizi ‘tecnologici’, le imprese trovino anche quelli ‘creativi’.

Il terzo punto è istituzionalizzare questa politica in un centro di competenza nazionale sul tema delle imprese culturali e creative. Un organismo che studi le modalità e l’impatto che hanno sul sistema industriale e promuova un sistema economico sempre più capace di far dialogare valori creativi e valori di impresa. E’ un modello già previsto in altri ordinamenti – l’iniziativa tedesca del Kultur & Kreativwirtschaft ne è un ottimo esempio – e che potremmo sostenere in questo passaggio in cui le riforme sono importanti quanto gli incentivi, se non di più.

C’è, infine, da affrontare la questione della immissione della creatività nella Pubblica Amministrazione, una delle piste di lavoro per modernizzare lo Stato nei prossimi anni. In un processo di rafforzamento e riqualificazione della nostra P.A. non più rimandabile, vanno innestati profili direttamente legati alle professioni creative. A partire da designer di prodotto e di processo capaci di ‘disegnare’ i servizi pubblici attorno e a partire dalle esigenze dei cittadini, sino ad esperti in comunicazione per ‘raccontare’ alla cittadinanza le trasformazioni di fronte a noi e le azioni per affrontarle.

Questa è, dunque, la sfida che abbiamo di fronte con il Next GenerationEU: portare la creatività al centro della politica industriale ed economica, farne parte integrante di una crescita che sia sostenibile ed inclusiva in maniera molto concreta, attorno a progetti che ‘cambino le cose’ per imprese e cittadini. E’ un passaggio che altri Paesi hanno fatto anni fa e che oggi dobbiamo fare anche noi. Tanto più quando le indicazioni europee sono sul punto già precise e troveranno certamente ulteriori spazi nella nuova politica industriale in preparazione.

 

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