venerdì 23 Aprile 2021

Osare con radicalità, per ricostruire: la missione di Letta e di tutto il Pd
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Conoscete quel modo di dire: i gatti hanno sette vite, i mici saltano tra un tetto e l’altro, precipitano e tornano su. Mi sono chiesta se il PD non somigli un po’ a un gatto. Con l’elezione di Letta ci siamo salvati dal burrone, siamo tornati sul ciglio e il cammino può riprendere. Ma non era il primo precipizio, e persino per i gatti le vite sono sette!

Adesso la scommessa è grande. Ieri ho ascoltato e votato Enrico con una punta di ansia, poi con sollievo. Il giorno dopo con rispetto e affetto mi sento di dirgli: “cambia quanto devi cambiare, sbaracca quanto devi sbaraccare, e pretendi chiarezza perché i compromessi buoni nascono dalla limpidezza del confronto”.

Spesso si definiscono le italiane e gli italiani come straordinari nelle emergenze, salvo poi trovarci impigliati nel trantran, nella cosiddetta normalità. Che poi è la normalità per chi sta bene, mentre per molti, oggi alle prese anche con la pandemia, è angoscia crescente.

Ecco vorrei che nel PD, passata la notte (nel senso di Eduardo), non si riprendessero abitudini e comportamenti grigi.

Domenica ho sentito intenti importanti. Un’Italia con lo sguardo sul mondo e su una modernità legata senza ambiguità ai diritti umani globali, quelli di Patrick Zaky, della verità su Giulio Regeni, in Birmania o in Bielorussia dove giovani e donne coraggiose guidano la protesta contro la dittatura. E ancora, il rilancio dello Ius culturae e una strategia di dignità verso profughi e migranti. Ho ascoltato passaggi convinti su donne e giovani, e di questo ero sinceramente certa.

Però il tocco è stato quel riferirsi al trasformismo giudicato una malattia dentro il Parlamento e, io aggiungo, ovunque nelle classi dirigenti.

È una certa tendenza all’arruolamento al vincitore o al potente di turno. Può accadere nella politica, ma accade anche in società partecipate, giornali, università, professioni. Ogni volta le più colpite sono le ragazze, le donne e chiunque possa contare solo sul proprio impegno o voglia conquistare la propria autonomia in gerarchie bloccate, sprecone di  talenti, legalità, fiducia.

È una malattia che storicamente insidia istituzioni e politica, anche dentro di noi, smarrendone così la reputazione, salvo poi appellarsi al salvatore più esterno, come fu al tempo di Ciampi oppure oggi, con l’arrivo di Draghi.

La frittata poi diviene completa se omologazioni e trasformismi incrociano tendenze, aree di idee (anch’io difendo le mie coerenze e su quelle ho imbastito qualche battaglia a cui non intendo rinunciare), trasformate in fortini chiusi, molto maschili, forti nella contrattazione interna ma all’esterno fragili nella riconquista di prestigio e consensi.

E allora nel mondo che verrà ripensiamoci con schiettezza e profondamente, reinventiamo forma, linguaggi, identità. Le dimissioni sofferte di Nicola e gli altri traumi dei nostri quattordici anni mi confermano che la suggestione del Partito Democratico è più forte della tenuta delle sue classi dirigenti. Un partito che, tanto più col nostro nome, trae il suo carisma dagli esempi che sa offrire.

Anche per questo non considero banale o scontata l’esortazione del neo segretario, non dobbiamo essere la “protezione civile” della politica, perché di potere si può anche morire!

Sì, è vero, di potere si può anche morire.

Enrico è una personalità di governo e, come si è soliti dire, è un riformista innovatore. Ho avuto il privilegio di stare nel Consiglio dei ministri (nel mio caso ai Diritti e Pari Opportunità, una piccola imbarcazione tra corazzate) con Romano Prodi e lui, allora sottosegretario alla presidenza.

Ieri mi ha fatto piacere ascoltare che l’opposizione non è una condanna, perché contiene un tratto di rigenerazione. Non dovrebbe esistere l’obbligo al governo poiché anche la cosiddetta responsabilità ha un’etica da declinare. Il virus ci consegna una democrazia sospesa nelle piazze, ai cancelli delle aziende in crisi, nelle mobilitazioni e nelle urne.

Il segretario ha indicato la sua missione, guidarci per battere in mare aperto la destra alle elezioni politiche perché quel momento arriverà e la sfida sarà difficile ma possibile.

Ha detto anche altro. Ha parlato di agorà democratica, di circoli, territori, città, di sindaci, Ulivo, apertura. Ha ragionato su ecologia, lavoro, scuola, prossimità e contrasto alla povertà.

Ma per questa nota ho scelto alcuni passaggi più cari a chi in questi anni dava una mano perché una sinistra attuale e democraticamente esigente possa tornare a rappresentare un movimento di riscatto.

Non so dire se tutto ciò sia l’anima o il cacciavite. Penso che la prima senza l’altro voli e si disperda, e da solo l’altro possa girare a vuoto o far male. Credo di sapere, però, che l’anima abita un corpo sociale attraversato da bisogni, conflitti, sentimenti, passioni come sa scrivere bene Nadia Urbinati.

Discutevamo all’ultima direzione conclusa da Zingaretti, quanto la politica abbia necessità di cultura, di lotte e di senso. Cuperlo lo ricordava con la sintesi fulminante di De Finetti, peraltro un matematico, “occorre pensare in termini di utopia perché pensare di risolvere efficacemente i problemi in altro modo è ridicola utopia”.

Bisognerà osare con radicalità per ricostruire. Arriverà il momento di un congresso speciale, costituente per il Pd, per un campo largo di partecipazione e per la democrazia, così fragile, così bella. Intanto “segui il tuo corso e lascia dir”…le maschere. E nessun dorma!

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