mercoledì 20 Ottobre 2021

Qualche domanda a Giuseppe Sala e ai Verdi Europei
Q

È passata piuttosto sottotraccia l’adesione del sindaco Giuseppe Sala al partito dei Verdi Europei.

Le vicende del PD e l’accettazione di Enrico Letta a guida del partito nella medesima giornata, hanno oscurato questo passaggio che invece dovrebbe invitare a qualche riflessione. Ciò che è interessante è il fatto che Sala decida di aderire direttamente al gruppo europeo bypassando le paludi del movimento italiano. C’è chi dice che sia stata una scelta di comodo per tirarsi fuori dalle beghe del centrosinistra italiano e collocarsi in una postazione che dal punto di vista dei principi è incontestabile senza peraltro doversi impantanare nelle polemiche nazionali.

Eppure qualche domanda a Sala andrebbe fatta a partire da come debba configurarsi un partito verde europeo e più in generale un movimento ecologista europeo.

Storicamente il fronte dell’ecologia politica ha rivendicato uno status di contro modello unico, si è imposto nel dibattito pubblico come forma politica antiegemonica in cui spesso nel lessico controculturale dell’ambientalismo si fondevano critica ambientalista e critica sociale per approdare ad una visione semplicistica della realtà socio-politica divisa tra ecologia e barbarie. La questione da porsi è dunque come concepire un pensiero ed un movimento politico ecologista fuori dal superato confronto binario con un invecchiato capitalismo fossile, un confronto in cui incarnerebbe il fronte del progresso, investito di una missione universale. Detto in altri termini: le sfide al capitalismo fossile non sono più ad appannaggio del monopolio ecologista, ma arrivano proprio dalle evoluzioni del capitalismo contemporaneo impegnato in un patto strategico che vede forme di riattivazione dell’interventismo economico che rimandano alle iniziative del dopoguerra.

Il Green New Deal, nelle sue versioni americana ed europea, è oggetto di significative variazioni, terreno comune delle sinistre occidentali. Ma la forza del Green New Deal è anche la sua debolezza. Questo piano di ricostruzione economica e sociale intende superare l’ostacolo che la questione occupazionale costituiva subordinando la transizione energetica a un’esigenza di ridistribuzione, controllo dei canali di investimento e perfino garanzia di occupazione.

Va detto che così definito, questo progetto corre il rischio di perpetuare le disuguaglianze strutturali tra Nord e Sud, poiché i paesi cosiddetti “in via di sviluppo” saranno probabilmente privati ​​dei mezzi per finanziare tali piani, quando i loro partner del Nord potranno reinvestire il loro capitale tecnologico e scientifico in una ristrutturazione che aumenterà il loro “vantaggio” e la loro sicurezza.

Ma c’è di più, ovvero il contesto geopolitico in cui vanno collocate le iniziative americane ed europee.

Il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato il 22 settembre scorso un piano per ridurre le emissioni di gas serra mirato a raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2060. Il paese considerato il “camino del mondo”, il primo emettitore di CO2, la prima potenza industriale planetaria, sembra dunque intraprendere un percorso di sviluppo fino ad ora sconosciuto. Perché è davvero una scelta di sviluppo, e in nessun caso di rinuncia; e anche se si tratta davvero di attuare gli impegni presi nell’Accordo di Parigi del 2015, essi assumono un significato politico inaspettato nel contesto attuale.

Quando si parla di Cina e clima, si finisce in questioni di gigantesca grandezza, che non si possono ignorare. L’annuncio del disarmo fossile cinese riveste un’importanza storica: di fronte alla stagnazione degli Stati Uniti in una crisi democratica, di fronte alle ambiguità del piano di ripresa ecologica europea, la Cina prende l’iniziativa e apre una breccia segnalando che ora è possibile, anzi necessario, perseguire una politica energetica senza il supporto dei combustibili tradizionali. In questo contesto ovviamente il piano per finanziare un’infrastruttura produttiva a basse emissioni di carbonio non significa che la Cina stia abbandonando il suo sogno di sviluppo e influenza geostrategica.

Sta semplicemente annunciando che ora baserà il suo potere – sia il suo motore economico che la sua base strategica – su altre possibilità materiali. Questi sono ancora poco conosciuti e ovviamente lasceranno gran parte al nucleare, ma contengono i semi di un cambiamento nelle relazioni di potere tra la Cina e il mondo. È altamente illusorio che il rovesciamento della materialità delle politiche moderne che si sta verificando davanti ai nostri occhi costituisca un approdo pacifico. Dare forma a politiche post-carbonio significa aprire uno spazio di rivalità organizzato attorno a nuove infrastrutture, nuovi assemblaggi tra potere politico e mobilitazione della Terra.

Se l’escalation delle politiche di produttività basate sui combustibili fossili, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, poteva essere paragonata a una guerra latente, anche il processo di disarmo e smantellamento di questa infrastruttura sarà profondamente conflittuale. Tuttavia la Cina ha rubato la scena delle politiche ambientali, non va dimenticato il carattere autoritario e verticale del percorso di decarbonizzazione cinese e che il suo focus per il momento rimane esclusivamente sulla dimensione climatica dei temi a scapito delle altre dimensioni dell’imperativo ecologico globale (biodiversità, salute, inquinamento dell’acqua e del suolo) su cui resta aperto un ampio spazio politico. Quello che è richiesto all’ecologia europea è di attuare una svolta realistica.

Ciò non significa che debba entrare in un dibattito aggressivo e marziale con altri attori geopolitici, ma che debba abbandonare l’abitudine dannosa di esprimersi in termini consensuali e pacificatori, per accettare di giocare su una scena politica complessa.

Tutt’altro che il luogo pacificante in cui ritirarsi lontano dalle baruffe del centrosinistra, ma un’arena politica che necessita di un protagonismo politico che vada oltre il perimetro dell’ambientalismo classico.

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Massimo Fiorio,  ex parlamentare PD

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