domenica 27 Settembre 2020

Investire sulla scuola significa tenere in equilibrio il Paese
I

Rivestendo un ruolo di governo che riguarda la scuola, anche nelle brutte settimane appena passate in cui il Covid-19 mi ha dato più filo da torcere, sono stata a testa bassa sui problemi e sul funzionamento della scuola, su cosa va e su cosa non va: didattica a distanza, digital divide, valutazione, chiusura dell’anno scolastico, esami finali, edilizia. Le questioni aperte, che richiedono interventi, sono tantissime.

Nonostante abbia ovviamente sempre avuto stampato nella mia mente un immenso GRAZIE rivolto a tutta la comunità scolastica (ragazzi, famiglie, insegnanti, dirigenti scolastici, personale tecnico e amministrativo), un giorno, leggendo alcuni articoli, mi sono letteralmente commossa al pensiero del grande sforzo di collaborazione, buon senso, fratellanza, empatia, intelligenza che è stato profuso da un’infrastruttura umana talmente vasta da potersi quasi identificare con l’intero paese. Tutti insieme abbiamo costruito un’impressionante rete d’intelligenza, educazione e umanità e, facendo di necessità virtù, abbiamo partecipato a un esperimento enorme.

Con un bisticcio di parole, si può dire che questa scuola farà scuola: giorno per giorno stiamo tutti imparando tantissimo, sia nei punti di forza sia nelle difficoltà. Abbiamo popolato aule virtuali, abbiamo creato ambienti Classroom, abbiamo contaminato la vita scolastica con quella quotidiana con delle piccole cose che sembrano banali, ma non lo sono, come inquadrare nelle video-lezioni noi stessi in tenuta domestica, le nostre case e magari qualche spaccato di vita familiare che capitava davanti alla webcam. Il bello della diretta. Abbiamo imparato che ci sono cose difficili da fare a distanza, abbiamo avuto ulteriori conferme di ciò che intuivamo: che il digitale integra, ma non sostituisce; aiuta, ma non fa magie.

In queste settimane, tutti quanti ci abbiamo messo tantissimo cuore. Dal momento che avremo bisogno di soluzioni innovative anche per il prossimo anno scolastico, dobbiamo metterci ancora di più tutta la nostra visione strutturale, affinché quelli che in prima battuta sono sacrifici diventino investimenti per il futuro.

Penso che questa crisi ci abbia dimostrato in maniera lampante quanto investire sulla scuola equivalga a investire sulla leva che tiene in equilibrio e in piedi il paese. Ma questo non è quasi mai facile e non è mai una scelta neutra: mi viene da pensare alle notevoli difficoltà con cui, nella precedente legislatura, si è introdotto il Piano Nazionale Scuola Digitale. Senza questo investimento, però, non avremmo avuto gli animatori digitali delle scuole, che hanno svolto un lavoro enorme per la didattica a distanza, e non avremmo avuto la formazione digitale per i docenti. Senza il bonus annuale per i docenti, ci sarebbero stati molti meno strumenti informatici a disposizione per la didattica a distanza.  

È il momento, quindi, di avere idee chiare e di perseguirle: come Partito Democratico, siamo il pilastro politico che crede nella necessità e nell’opportunità di investire sempre di più e sempre meglio nella scuola.

Vorrei indicare tre priorità fondamentali: edilizia scolastica, innovazione didattica, infanzia.

Passare dalla logica del sacrificio e dell’emergenza a quella dell’investimento vuole dire non porsi solo l’obiettivo di distanziare di un metro i ragazzi, ma lavorare affinché le nostre scuole siano più sicure, vivibili e belle e allo stesso tempo stimolare la ripresa economica dando ossigeno alle imprese del settore. Vuol dire non chiedersi solo come migliorare la didattica a distanza, ma come innovare la didattica in maniera da coniugare l’educazione e una forma di sapere profondo con l’evidente dato di realtà che i ragazzi hanno a disposizione una moltitudine di fonti d’informazione; vuol dire passare da una didattica delle conoscenze e delle competenze a un’innovativa centralità dello spirito critico e della rielaborazione. Investire sul futuro, invece che reagire all’emergenza, vuol dire ripensare la scuola dell’infanzia in un rinnovato patto con la società.

Rispondere alla domanda “che scuola vogliamo oggi?” vuol dire rispondere alla domanda “che paese vogliamo domani?” e quindi tanto più questa difficilissima crisi ci chiama al pensiero e all’azione riformista.

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1 COMMENTO

  1. Sarebbe stato il momento giusto per iniziare a riparare tanti edifici scolastici guasti, costruiti male, vecchi, con infrastrutture inadeguate alle nuove normative. Questo perché la scuola non è al momento popolata da allievi. Mi chiedo: perché non sono partiti gli appalti?

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