mercoledì 8 Luglio 2020

La responsabilità di educare in tempo di emergenza
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Quella che viene chiamata didattica a distanza sarebbe meglio chiamarla didattica dell’emergenza. Nonostante il grande impegno di tante e tanti insegnanti, infatti, stiamo dando vita a una sorta di non scuola, che credo non vada assolutamente presa ad esempio per la scuola futura per diverse ragioni a partire dalla prima, imprescindibile, che riguarda il ruolo del corpo nell’apprendimento e nella relazione educativa.

Nessuno sceglie il continente e la famiglia dove nascere, tantomeno la casa, che per bambine e bambini è una sorta di terza pelle che segna e troppo spesso determina, ancor più degli abiti e delle abitudini, quale destino li aspetti, quale destinazione.

Per questo motivo la prima e principale funzione della scuola in democrazia sta nel cercare di offrire uno spazio comune e condiviso in cui possano crescere e svilupparsi aperture capaci di andare oltre le costrizioni originarie. Se ce n’era bisogno, queste settimane di isolamento domestico stanno mostrando nitidamente quanto le differenze abitative accrescano a dismisura il divario nelle possibilità di accesso alle conoscenze, costringendo l’intera comunità scolastica a compiere un pericoloso passo indietro.

Dal dopoguerra due sole riforme hanno rivoluzionato profondamente la scuola italiana: l’introduzione della Media unica nel 1962 e l’apertura della scuola ai portatori di disabilità, attuata dal 1977. Queste conquiste di civiltà sono oggi gravemente offese dalle costrizioni a cui ci obbliga il diffondersi della pandemia, perché i livelli di discriminazione creati dal virus aggravano e approfondiscono disparità già presenti. Molti figli di famiglie immigrate, ad esempio, che pur tra luci e ombre nella scuola hanno trovato un luogo pubblico di accoglienza e integrazione, oggi sono fortemente penalizzati, insieme a tanti altri bambini e ragazzi, dalle difficoltà che incontra la scuola nel riuscire a stabilire contatti costanti e relazioni fruttuose per tutti.

Eppure, proprio dall’impegno a contrastare questa esclusione forzata, stanno nascendo in queste settimane iniziative interessanti messe in atto da insegnanti, dirigenti scolastici, famiglie e operatori sociali, talvolta giovandosi anche del supporto degli enti locali.

Un accelerato e forzato bagno di realtà ha permesso a molte e molti docenti di arricchire di uno sguardo sociologico inedito la relazione con la vita reale dei loro allievi, perché si sono trovati d’un tratto a dover entrare (o non riuscire a entrare) nelle loro case.

Per garantire il diritto alla connessione molti si sono spesi in prima persona nei modi più diversi, altri hanno potuto contare su gruppi di genitori attivi e solidali, altri ancora su operatori che affiancano la scuola nella cura dei più fragili, che spesso hanno una maggiore relazione con il territorio e le sue difficoltà. Non sappiamo ancora se gli 85 milioni messi a disposizione dal MIUR per recuperare le carenze di tablet e computer saranno tutti spesi bene, anche perché devono ancora essere integrati da interventi capaci di garantire la connettività/Wi-Fi gratuita nelle aree interne e nelle aree urbane in difficoltà. E’ certo, tuttavia, che questo necessario finanziamento ha messo in luce un ruolo della scuola, come struttura in grado di fornire informazioni e sostegno a interventi sociali, che dobbiamo tener caro.

Il paradosso, infatti, è che la scuola da sola non ce la può fare ma, al tempo stesso, rappresenta la principale e fondamentale istituzione un grado di incarnare il dettato costituzionale che ci obbliga a rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana.

Abbiamo una percentuale di laureati che ci mette agli ultimi posti in Europa, un numero spropositato di ricercatori e insegnanti precari, una dispersione scolastica che è risalita al 14% e oltre due milioni di ragazzi che non studiano e non lavorano. Solo quest’ultimo dato dovrebbe tener svegli la notte coloro che si occupano della cosa pubblica. E allora dovremmo cercare di uscire da questa crisi allargando l’orizzonte e investendo della questione educativa l’intera società visto che, come nelle storie d’amore, in tanti sembrano essersi accorti della scuola e della sua importanza nel momento in cui la scuola è venuta a mancare.

Le crisi producono trasformazioni spesso radicali, ma ciò che ne esce dipende dalle forze in campo e dalle idee che circolano. Dalle grandi crisi che investirono l’Occidente negli anni Trenta del secolo scorso sortì il New Deal, ma anche il nazismo. E se c’è una cosa che questo tempo ci sta insegnando è che abbiamo tutti un grandissimo bisogno di scienza e conoscenza, di arte e cultura, tanta cultura.

Per cominciare a ragionare sul domani dovremmo forse partire dal dopodomani e osare maggiore lungimiranza. Nel 2021 festeggeremo i 50 anni del tempo pieno nelle scuole del primo ciclo ed è urgente provvedere a che questo diritto non coinvolga solo un terzo degli studenti, prevalentemente al centro nord, perpetuando una disparità di offerta culturale intollerabile. Come accadde alla fine degli anni Sessanta, in cui quel modello di scuola fu anticipato da iniziative sperimentate a Torino e in altre città del nord con investimenti comunali, anche ora si potrebbe incrementare il tempo dell’educare aprendo nell’intera giornata le scuole e trasformando tutti gli spazi possibili in luoghi di creazione culturale. Potremmo cominciare a immaginarli e progettarli partendo dalle alleanze che si stanno tessendo in questi mesi di emergenza, cominciando già questa estate a proporre momenti di scoperta, conoscenza, gioco e incontri e didattica a cielo aperto da articolare con flessibilità nei luoghi che ne hanno maggior bisogno a partire dalle scuole, con il supporto attivo e paritario dei tanti operatori del terzo settore già coinvolti nel sostegno che si trovano ora senza lavoro e senza salario, insieme ad altre figure del volontariato, in accordo con i Comuni in coordinamento con l’ANCI.

Stiamo scaricando sulle giovani generazioni un debito pubblico di proporzioni gigantesche senza chiedere permesso. Nel tempo della cura, che segnerà il prossimo decennio ed è opposto al tempo della guerra tanto evocato, perché dovrà avere come protagoniste e protagonisti coloro che sanno curare ferite piuttosto che provocarle, se non investiamo in cultura e conoscenza nella scuola e nei territori, se non siamo in grado di immaginare uno spazio pieno di scambi e creazioni culturali accanto a un rinnovato tempo pieno di educazione attiva in salvaguardia della terra e dello sviluppo di relazioni umane aperte, non saremo perdonati dai nostri figli e nipoti che, non dimentichiamolo, appartengono alla generazione di Greta. Una generazione capace di interrogarci senza sconti sulle nostre responsabilità.

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