lunedì 6 Luglio 2020

“Ora l’Italia sia unita a difesa del sistema sanitario nazionale”. Intervista a Giuseppe Ippolito
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La notizia che milioni di cittadini italiani stavano aspettando è arrivata: il contagio del coronavirus nel nostro Paese sta rallentando. Questo non vuol dire che si sia usciti dall’emergenza, né che potremo tornare in tempi stretti alla normalità ma si vede una luce in fondo al tunnel, e non è cosa di poco conto in questo periodo. Se il trend è in diminuzione lo si deve soprattutto agli italiani che hanno rispetto le regole imposte da un intervento duro come quello del lockdown. “C’è voluto coraggio – ci spiega il professore Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma – per aver chiuso l’Italia in maniera immediata. E’ stata una scelta criticata, ritenuta eccessiva, ma invece ha pagato”. Ora l’attenzione è tutta verso la ‘Fase due” della gestione della pandemia ma senza fare passi nel vuoto. Non possiamo permetterci errori anche perché persistono delle zone critiche come a Milano o a Brescia in cui il trend non accenna a scendere, ma anche Torino che presenta una crescita in controtendenza.

Professore, partiamo dal caso più eclatante, almeno per quanto riguarda l’Italia, ossia la Lombardia. Cosa è successo e si può dire che qualcosa non abbia funzionato?

Partiamo da un dato: la Lombardia ha un servizio sanitario pubblico-privato di “eccellenza” e tra i più qualificati d’Europa. Ma è anche la regione italiana con il maggior numero di residenti e di densità e la prima per produttività. Questi fattori hanno giocato un ruolo importante nella diffusione del virus, perché frequenti e diffusi scambi tra persone ne ha agevolato la diffusione sul territorio. Non abbiamo ancora una fotografia chiara su cosa sia successo ma di sicuro è stato sottostimato l’impatto dell’epidemia sul sistema sanitario. Si pensi che la Lombardia è la Regione con il maggior numero di posti letto (35.605, 3,6 per 1000 abitanti), con il maggior numero di medici (22.026, 2,2 per 1000 abitanti) e con il maggior numero di ospedali privati accreditati (73). Eppure è l’unica Regione ad aver dovuto ricorrere agli ospedali da campo. La città di Bergamo ha un tasso di contagio senza precedenti nel mondo ed è la Regione con il maggior numero di decessi avvenuti in Italia (oltre la metà del totale) e anche a livello mondiale. E’ chiaro che nel modello Lombardia qualcosa non ha funzionato e ci sono stati gravi problemi nella difesa del territorio.

Sulla base degli attuali numeri della Lombardia, ha senso ipotizzare una fase di ripartenza che cambi da Regione a Regione?

Io spero che l’Italia sia unita e che si muova unita a difesa di un sistema sanitario nazionale. Ciò che ha fatto molto male in questa epidemia sono stati i diversi livelli di gestione della sanità nel Paese. Se ogni Regione va per i fatti suoi, il sistema non funziona, ormai questa è un’evidenza certa. Pur mantenendo una autonomia delle Regioni, che sicuramente sono le più vicine ai bisogni dei cittadini rispetto allo stato centrale, ci sono delle materie che hanno bisogno di una regia di comando unitario. Lo abbiamo visto in questa pandemia, ma la stessa cosa succede con le malattie infettive in generale. In tutti i testi di gestione delle epidemia, il primo passo è definire la catena di comando. Non è un caso che nei Paesi dove l’epidemia è stata gestita meglio e con più velocità questo aspetto sia molto marcato, anche se in alcuni casi, purtroppo, accompagnato da una minore democrazia. Il ministro Speranza, con tutto il governo, ha puntato da subito su investimenti sul territorio, sulla diagnostica precoce dei casi e sull’isolamento, dove possibile, dei focolai di contagio. In pratica ha applicato il modello della Regione Lazio, un modello che funziona ed è sostenibile, e che per questo può essere esportato.

Cosa si può dire che abbia funzionato bene nel Lazio?

L’ospedale Spallanzani ha fatto la storia nella gestione delle epidemie. Non è certo la prima epidemia che affronta, pensiamo a quella dell’Ebola o della Chikungunya, ma ha avuto nel tempo la capacità di cambiare, di innovarsi e di sperimentare per fare sempre meglio. Per questo ha testato un modello costoso ma molto utile in caso di emergenza. Non è un caso se la Regione Lazio ha avuto risultati molto positivi nella gestione di focolai che altrove, abbiamo purtroppo visto, hanno fatto molti danni negli ospedali o nelle Rsa. Noi eravamo preparati sotto il profilo della diagnostica, anche perché abbiamo potuto studiare i due casi dei turisti cinesi che ci hanno permesso di conoscere meglio questo virus, e abbiamo esportato le informazioni anche ad altre Regioni. Pensiamo al modello di protezione degli operatori sanitari, ma anche al primo modello di trattamento della malattia o alle analisi virologiche, sono tutte procedure che sono state codificate da noi e che oggi vengono applicate in tutti gli ospedali. Questo mi rende, e ci rende, davvero orgogliosi.

I cittadini sono tutti focalizzati alla Fase due dell’emergenza, ma probabilmente un vero ritorno alla normalità si avrà solo con il vaccino. E nel frattempo?

L’attività di ricerca di un vaccino sta viaggiando ad una velocità mai sperimentata in passato. La rivista ‘Nature’ ha censito in tutto il mondo (all’8 aprile) 115 candidati vaccini, 7 di questi sono già in fase clinica. In generale, le tempistiche per mettere a punto i medicinali ed i vaccini sono difficili da prevedere. Sulla base delle informazioni al momento disponibili e dell’esperienza precedente sui tempi di sviluppo dei vaccini, possiamo stimare che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro COVID-19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso. Infatti una volta trovato un vaccino che funziona bisognerà mettere in atto una campagna di vaccinazione diffusa come fu quella per la polio, che rappresenta l’ultimo grande sforzo fatto dal nostro Paese. Prima verranno vaccinati gli operatori sanitari, le forze di polizia e quelli che lavorano in strada, poi le persone più a rischio e quelle con più patologie e a cascata tutti gli altri. Io spero vivamente che quando verrà trovato il vaccino verrà nazionalizzato proprio come successo con quello per la polio. In ogni caso i tempi sono lunghi e noi, nel frattempo, dovremo cambiare le nostre abitudini attuando il distanziamento sociale e incrementando lo smart working.

Cosa ha imparato da questa pandemia? Che cosa le rimarrà di questi giorni?

Questa pandemia è iniziata in un modo e sta evolvendosi con un modello sociale diverso da come pensavamo. In un primo momento l’infezione è rimasta confinata quasi esclusivamente in Cina, ma a partire dalla metà di febbraio si è diffusa rapidamente in tutto il mondo. I numeri globali sono in crescita costante: in base ai dati forniti giornalmente dall’ECDC (Agenzia Europea per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie), integrati con quelli che per l’Italia fornisce la Protezione Civile Nazionale, ad oggi sono complessivamente 205 le nazioni e i territori con almeno un caso di positività. La situazione è cambiata spesso in queste settimane, ciò che è rimasto costante è la coscienza civile degli operatori sanitari e delle forze dell’ordine. Abbiamo combattuto insieme verso un unico obiettivo. E dispiace non aver visto la stessa unità anche in una parte della politica, che invece ha sfruttato la situazione per cercare di ottenere visibilità. Quello che mi fa paura è l’incognita di cosa resterà dopo, quando finirà questa attenzione sociale e umana. Dobbiamo garantire ai medici e a tutto il personale sanitario che lo Stato ci sarà sempre.

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