giovedì 3 Dicembre 2020

Attenzione, l’emergenza non può giustificare un passo indietro su diritti e modello sociale
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Se il Dpcm del 26 aprile dedica grande attenzione, che giudico positivamente, alla riapertura delle manifatture, dei cantieri e delle aziende di commercio all’ingrosso nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza aggiornati e chiariti, ha fatto in parte ripiombare, tra omissioni e ambiguità, il nostro modello sociale e il sistema di relazioni contemporaneo negli anni ’60.

A quel tempo, in Italia, prevaleva il modello tradizionale di famiglia costituita dal marito lavoratore, moglie casalinga e i figli. Il tutto si basava solidamente e rigidamente su un matrimonio caratterizzato da subalternità di genere e generazionale, sia giuridica che sociale, in cui la figura del capofamiglia/uomo/marito/padre dominava sulla donna/moglie/madre e i figli.

L’infanzia e l’adolescenza non erano momenti di crescita e scoperta, ma periodi di subordinazione alle generazioni più adulte. E il gioco, la socialità con i coetanei, l’educazione e l’istruzione non erano diritti, ma privilegi. Per non parlare dei diritti dei bambini e delle bambine con bisogni speciali, molte volte esclusi dalla collettività e dalla scuola.

È vero, questa pandemia ci ha gettato in poco più di due mesi in una condizione emergenziale difficilissima e totalmente imprevedibile, che mentre ci costringeva a dedicare tutte le nostre energie e risorse per proteggere la salute pubblica, travolgeva rovinosamente la nostra struttura economica e sociale e il nostro sistema di relazioni. Ma questo non può giustificare in alcun modo il ritorno ad un sistema arcaico, che ci riporta indietro di 60 anni ad una società obsoleta e arretrata.

Il primo luogo c’è il tema dell’infanzia, dell’adolescenza e della scuola, totalmente eluso dal Dpcm del 26 aprile.

È di qualche giorno fa il Documento della Società italiana di pediatria in cui si fa appello alla politica perché valuti seriamente e al più presto l’impatto drammatico del prolungato isolamento, della mancata socializzazione e della chiusura prolungata della scuola, sui bambini e sugli adolescenti: “È responsabilità della politica sviluppare linee d’indirizzo che si basino su prove scientifiche e raccomandazioni internazionali e che attribuiscano il giusto valore ai bambini, agli educatori e insegnanti e alle famiglie”.

Urge una presa di coscienza seria e urgono soluzioni che indichino non solo il chi e il quando, ma soprattutto il come. Dobbiamo trovare velocemente una modalità attenta e rigorosa che permetta ai bambini e ai ragazzi di riappropriarsi della socialità, in condizioni di maggior sicurezza possibile.

Su questo tema, insieme a diversi colleghi, ci siamo battuti fin da subito con numerosi appelli pubblici, e, al recente tavolo sul Piano infanzia e adolescenza con i Ministri Bonetti, Azzolina, Spadafora e Catalfo, si è segnato un passo in avanti molto importante: finalmente il tema della condizione dei bambini e degli adolescenti in questa emergenza sanitaria è entrato a pieno titolo al centro del dibattito nazionale. Siamo pronti a mettere a disposizione spazi all’aperto per potere iniziare a far ripartire la socialità dei nostri figli: possiamo scegliere una data simbolica, il 28 maggio la Giornata mondiale del diritto al gioco, per cominciare.

Si è deciso dunque di partire dalla lettera aperta della Società italiana di pediatria per definire un documento unitario tra tutte le istituzioni che affronti il tema anche ragionando per tappe: un protocollo che detti le regole sotto la stretta verifica del Comitato tecnico scientifico, e che indichi soluzioni utili e praticabili. Occorrono misure per l’immediato quando il 4 maggio si tornerà nei posti di lavoro, e poi progetti innovativi per la gestione delle attività nei mesi estivi.

Perché è evidente che a questo problema centrale, ne consegue un altro altrettanto centrale: non possiamo fare finta che con la ripartenza del lavoro il tema della cura dei figli non ricada tutto sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne. Per il genere femminile sarebbe un tornare indietro appunto agli anni 60, cosa che non possiamo assolutamente permettere.

Già ora tantissime donne si sono trovate a lavorare da casa, dovendosi occupare nel contempo anche dell’istruzione dei figli, della cura e dei pasti. Improvvisamente si sono dovute fare carico di tutte quelle attività che erano in carico ai servizi educativi e alla scuola.

Ricordo a riguardo la legge del 6 dicembre 1971 n° 1044 che istituì gli asili-nido proprio con “Lo  scopo  di  provvedere  alla  temporanea custodia  dei  bambini,  per  assicurare una adeguata assistenza alla famiglia e anche per facilitare l’accesso della donna al lavoro nel quadro di un completo sistema di sicurezza sociale”. Si trattò di fatto della risposta Stato-comuni al problema del lavoro femminile e in questo senso bisogna tornare ad un dialogo Governo-enti locali.

E poi c’è il tema della scelta della parola “congiunti”, poco chiara sia da un punto di vista giuridico che lessicale, che in un primo momento è sembrata riferirsi ad accezioni esclusivamente familistiche e poi ne è stato ampliato ulteriormente il significato, aprendo a “Parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili”, ignorando candidamente ben 8 milioni di italiani soli o come li definisce l’Istat “famiglie unipersonali”, che sono senza una relazione stabile o una parentela. Il Dpcm esclude completamente queste persone dal diritto di uscire dall’isolamento come gli altri per fare visita ad un affetto, che non sia frutto di una relazione giuridica, di sangue o romantica.

Non possiamo fingere che nell’Italia contemporanea non esistano molteplici tipologie di legami che non rientrano in rigide definizioni, ma che sono altrettanto stabili e che rappresentano un’autentica fonte di conforto e sostegno, un porto sicuro tanto più fondamentale in questo momento così delicato.

Mi auguro che si affrontino al più presto e concretamente queste criticità, come annunciato dal Presidente Conte alla Camera dei Deputati in una prospettiva del 2020 e non del 1960.  

Michele De Pascale è il sindaco di Ravenna

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2 COMMENTI

  1. Da alcuni giorni leggo la seguente domanda: i minorenni possono uscire da soli? Beh, non sembra facile rispondere ma ben due legioni dei carabinieri mi hanno risposto che nei decreti non è mai stata specificata un’età precisa, eppure la confusione regna sovrana. Grazie per l’articolo, lo trovo interessante

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