giovedì 24 Settembre 2020

Bisogna tornare in classe, per la scuola italiana è tempo di mostrare un’anima nuova
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Nell’affrontare con impegno, umiltà e cautela la più grave ed inedita emergenza che la nostra generazione si è trovata di fronte, una delle sfide da vincere è quella di impedire che la crisi sanitaria, economica e sociale si trasformi anche in crisi educativa.

La didattica dell’emergenza, che abbiamo chiamato didattica a distanza, ma che meglio avremmo fatto a definire della vicinanza, ha evitato che si spezzasse quel preziosissimo filo che tiene in vita la relazione educativa. Ma, nonostante lo sforzo enorme che tutta la comunità educante sta compiendo, e le notevoli risorse stanziate dal governo per colmare il divario digitale, ci troviamo ancora in presenza di enormi criticità, sia per la copertura totale del fabbisogno di tablet, sia soprattutto per la mancanza, in molte aree del Paese, della connessione di rete necessaria per i collegamenti. La povertà abitativa e le difficoltà economiche, culturali e sociali delle famiglie fanno il resto, acuendo così le diseguaglianze già esistenti e creando un vulnus nel diritto all’istruzione accessibile a tutti. Lo sforzo deve essere dunque quello di raggiungere ogni singolo bambino, ogni ragazzo, perché quelli che non raggiungiamo adesso, li perderemo per sempre.

Questo del superamento del divario digitale, però, non può essere un problema soltanto della scuola, investendo la più ampia problematica dell’assetto infrastrutturale del Paese, e come tale va affrontato: bisogna farlo presto e con le modalità con cui in passato arrivarono nelle case degli italiani l’energia elettrica e il telefono.

La didattica a distanza, peraltro, non può essere ancora a lungo lo strumento con cui immaginiamo la scuola domani, perché, da sola, può compromettere il senso più profondo della relazione educativa, del rapporto empatico su cui si fonda la magia dell’apprendimento.

Bisogna ritornare in classe.

In assoluta sicurezza, con gradualità, con ipotesi organizzative e metodologiche che varieranno in relazione all’età degli studenti, ai loro bisogni e necessità, per gruppi di apprendimento che garantiscano una formazione di qualità, con una riprogettazione del tempo scuola. In altre parole la scuola italiana mostri un’anima che, piegandosi sulle sue ferite, non le pianga soltanto, ma le usi come opportunità per reinventarsi. L’emergenza ha fatto venir fuori prepotentemente problemi che avevamo già è che sono noti a chi nella scuola lavora con passione. Ed allora, approfittiamo di questo momento per ragionare su una didattica innovativa che superi i limiti di quella trasmissiva schiacciata sui contenuti, ragioniamo in termini di flessibilità e di autonomia, pur nel quadro di norme nazionali, ridisegniamo una scuola dai confini certi, senza dubbio, ma attraversabili, in un contesto ampio di apprendimento.

È necessaria un’alleanza di mezzi e di scopi con gli enti locali, con il terzo settore, sono indispensabili risorse per i servizi integrati per le famiglie, vanno create sinergie con associazioni sportive e culturali.

La lotta alla povertà educativa, però, ha bisogno di un grande piano di finanziamento pubblico, che non riguarda solo la scuola, ma qualunque “luogo” in cui avviene la crescita umana e si realizzano apprendimenti. Non basta, cioè, intervenire soltanto con misure sulla scuola, vanno urgentemente aiutate le famiglie più fragili che stanno rapidamente precipitando in una situazione di povertà talmente grave che la scuola, in queste condizioni e per queste famiglie, corre il rischio di essere l’ultima delle preoccupazioni.

Questo sarebbe il punto di non ritorno. Proprio per questa ragione, con il Piano per l’infanzia proponiamo di supportare le famiglie più fragili, la cui perdita di speranza ricade anche sui bambini. Se non interviene subito lo Stato a sostenere famiglie con bambini, sarà la criminalità a farlo: basti pensare come nel mese di marzo, l’unico reato che ha fatto segnare un aumento è l’usura.

Il Piano per l’infanzia non può dunque prescindere dalla necessità di costruire una proposta complessiva che guardi a tutta la famiglia, ripartendo dalle bambine e dai bambini, dai ragazzi e dalle ragazze. Perché il loro benessere è per noi la sfida più grande da vincere in questo tempo.

Camilla Sgambato è responsabile Scuola nella segreteria nazionale del Partito Democratico

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