domenica 27 Settembre 2020

Giovanna Botteri, Karl Stefanovic e quella parità che è ancora un’illusione
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Giovanna Botteri è la corrispondente italiana della Rai a Pechino. In questi mesi di emergenza sanitaria, esplosa prima in Cina e poi in Italia, l’abbiamo vista entrare nelle nostre case in moltissime occasioni e con diversi servizi.

Pur vivendo dall’altra parte del mondo Giovanna ha scandito, una settimana dopo l’altra, le sue giornate sul fuso del Belpaese. Ha lavorato con gli orari italiani, dormito pochissimo, mentre in Cina il sole era alto e si è collegata con i TG del nostro Paese mentre tutti intorno a lei stavano dormendo. Ha riscritto la sua routine, come in questi mesi è capitato a tutti noi, organizzando – tra l’altro – le sue ore libere per le esigenze fondamentali come fare la spesa e sentire telefonicamente i suoi cari.

Ha costantemente aggiornato il nostro Paese su ogni sviluppo negativo o positivo che riguardasse la pandemia e – pur avendo alle spalle un curriculum di tutto rispetto che va dalle corrispondenze giornalistiche nei Paesi di guerra, ai servizi dall’estero scritti e inviati da tutto il Mondo – ha visto spesso ignorare il lavoro che ha svolto. Perché sovrastato e offuscato da due sole domande che la riguardavano: “Come mai prima di andare in onda questa giornalista non si fa la messa in piega?” e soprattutto “Perché in diretta indossa sempre la stessa maglia?”.

Lo abbiamo letto sui social, lo hanno ribadito le trasmissioni di satira TV made in Italy e forse, in fondo, ce lo siamo chiesti anche noi. Qualcuno con le domande è andato addirittura oltre e si è chiesto quando la giornalista trovasse il tempo per lavare la sua t-shirt, dal momento che la porta sempre addosso.

Anche Karl Stefanovic è un giornalista. È australiano ed è stato il conduttore (fino al 2018) – insieme alla sua collega Lisa Wilkinson – di Today, un programma molto seguito nel quinto continente. Tra il 2014 e il 2015 Karl ha deciso di sottoporre il suo pubblico a un esperimento che dimostrasse il differente trattamento riservato quotidianamente a lui e alla sua collega Lisa.

La sua compagna di scrivania era infatti ripetutamente sottoposta a pesanti commenti che riguardavano il suo modo di vestire, di pettinarsi o di truccarsi. E destinataria di battute e appunti pungenti sul suo look, spesso addirittura mascherati da consigli.

Stafanovic allora, per un anno intero, è andato in onda con addosso sempre lo stesso abito a cui sostituiva solo camicia e cravatta. Nessuno però si è accorto che la giacca di Karl in trasmissione era la stessa per 365 giorni consecutivi, né i colleghi né il pubblico da casa. Le critiche arrivate dagli spettatori riguardavano – come sempre – i suoi sketch, le sue interviste, il suo modo di lavorare. Ma non c’e stato alcun riferimento ad abiti o capelli.

Perché? Perché Karl è un giornalista, il suo abito non incide minimamente sul mestiere che fa e non lo rende migliore o peggiore. Ma soprattutto perché Karl è un uomo. E non si fa caso a ciò che indossa mentre lavora. È superfluo ripetere che ognuno nella vita si veste come preferisce e sceglie cosa indossare e quando farlo. Ma è triste e interessante constatare che il colore della maglia di Giovanna Botteri abbia riscosso più interesse dei dati snocciolati ogni giorno sull’andamento di una pandemia che fa paura al Mondo. E che invece nessuno – per un anno intero – abbia notato che Stefanovic non cambiava i suoi vestiti.

Per quanto ci sforziamo di parlare di uguali trattamenti o opportunità, la realtà ci mette di fronte a episodi come questo, che dimostrano quanto la parità di genere, di fatto, non esista nelle nostri menti e nel nostro modo di vedere il mondo. Non ci sono quote rosa o doppie preferenze che tengano, a poco serve ripeterci che un professionista è tale indipendentemente dal suo sesso e – spesso – del tutto ignorati sono quegli studi che provano la maggiore attitudine femminile in alcuni campi o materie: nell’immaginario collettivo la donna, in fondo, sarà sempre un passo indietro. E sarà giusto giudicarla per come appare o pensiamo appaia, non per ciò che è e che fa.

Davanti a una giornalista presa in considerazione per ciò che indossa e davanti alla storia di un suo collega che, invece, dimostra quanto poco sia importante il colore della sua camicia, risultano quanto mai inutili i proclami sulla parità dei sessi letti sui social o i fiori regalati alle donne ogni 8 marzo. Perché i discorsi pieni di parole come uguaglianza e equità vengono relegati nel dimenticatoio nei restanti giorni dell’anno.

Sarebbe piú utile vivere in maniera costruttiva le differenze fisiologiche che esistono tra le due metà del cielo. E soprattutto imparare a rispettare concretamente le donne e considerarle davvero alla pari degli uomini. Sul lavoro e in tutte le cose della vita.

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1 COMMENTO

  1. Alla hunziker qualcuno ha preparato le battute e il servizio . In un preciso momento , ben consci che avrebbero scatenato indignazione e proteste . Perché proprio il 28 ?

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