domenica 27 Settembre 2020

Investimenti e riforme, così il sistema sanitario potrà affrontare le sfide del presente e del futuro
I

Oggi comincia, tra speranza e preoccupazione, una lenta riapertura dell’Italia che deve portarci ad una piena realizzazione della fase due, convivere a virus circolante con la ripresa delle attività sociali ed economiche del paese. Le domande in campo sono molte e non per tutte c’è una risposte già predefinita. Se c’è una lezione che il covid-19 ci ha insegnato è l’umiltà rispetto a tante certezze che si sono rivelate fallaci, ai nostri pregiudizi e alla falsa speranza in soluzioni facili che si sono purtroppo ritorte contro chi anche in buona fede, le aveva caldeggiate.

La prima questione aperta è se torneremo ad una vita sociale pre-covid, ad oggi la risposte non può che essere negativa; fino alla scoperta di una terapia, di un vaccino o al raggiungimento lontano nel tempo di una immunizzazione di massa, ci dobbiamo e dovremo comportare con le precauzioni necessarie a non scatenare un nuovo lock down. Dobbiamo però mettere in conto che dobbiamo ripartire e non ci possiamo illudere di vivere a contagio zero, è importante comprenderlo anche per preparare la popolazione all’impatto di possibili nuovi focolai, così come sul piano psicologico preparare tutti alla possibilità che come ricominceremo a circolare, anche il virus riprenderà a muoversi, così come riprenderanno a salire, positivi e ricoveri. Se è certo che la curva riprenderà ad alzarsi, il come e il quanto dipenderà da noi, dai nostri comportamenti, dal rispetto di piccole misure di sicurezza per i cittadini, e dalla capacità d’indirizzo e controllo della PA e delle autorità sanitarie. 

Oggi siamo tutti preoccupati dal costo economico del lock down, ricordiamoci che questa misura ci ha permesso di contenere la curva del virus, guadagnare tempo prezioso ed evitare tra un numero di ricoveri e morti impressionante (come da proiezioni) con il collasso del sistema sanitario e probabilmente anche della tenuta delle nostre stesse comunità. Questo periodo è servito ad evitare il peggio, un dramma che chi non ha vissuto la crisi lombarda difficilmente può immaginare, mettere in sicurezza le nostre comunità, frenare la discesa del virus al sud, e attrezzare il rapido raddoppio delle terapie intensive, l’arruolamento del personale sanitario e l’approvvigionamento degli ausili di sicurezza, così come aver allestito  strutture covid, individuato strutture per le quarantene, modelli per ospedali sicuri che non smettono di servirci in questa fase, anzi diventano essenziali per la fase due.

Nel frattempo dal punto di vista scientifico si è cominciato a comprendere meglio il comportamento del covid-19, la comunità scientifica mondiale di fronte ad una nuova malattia ha proceduto per tentativi, in tempo reale, giorno per giorno, gli scienziati stanno battendo vecchie piste come il vaccino per la polio da Bob Gallo, a cocktails di farmaci off label a tentativi su nuove terapie alcune prossime alla sperimentazione anche in Italia come l’uso degli anticorpi monoclonali.

Il sistema salute è e sarà sempre più centrale nell’organizzazione sociale ed economica non solo dell’Italia, abbiamo bisogno di rivedere le misure continentali che poco o male hanno funzionato nella consapevolezza sempre più lampante che i virus non hanno confini e che la nostra stabilità economica e sociale è sempre più legata alla dimensione globale della salute e alle infrastrutture sanitarie di ogni singolo paese. 

La fase due durerà fino a quando non ci sarà una terapia o il vaccino, e il successo di questa sia dal punto di vista epidemiologico che economico dipenderà da come riusciremo a mettere velocemente in campo una straordinaria macchina di prevenzione in ogni territorio e un’attività definita in sicurezza nelle filiere produttive, così da individuare in modo tempestivo nuovi positivi, nuovi focolai.

Isolare i pazienti, usare con un piano nazionale chiaro e certificato strumenti diagnostici, fare attività contestuale di contatto ed eventuali nuove quarantene, senza per questo arrivare ad un nuovo lock down. Immaginiamo di avere tante centrali di pompieri sui territori, capaci di individuare l’incendio come si forma e spengerlo prima che divenga inarrestabile e si propaghi per la penisola.

Per fare questo bisogna mettere mano in profondità al SSN, non possiamo fermarci alle misure d’urgenza, ma mettere mano urgentemente a riforme strutturali di sistema che ci permettano d’investire nel futuro, per gestire non solo il prossimo anno, ma anche il dopo, essere pronti nel caso di un nuovo virus e ,risolvere quei gap strutturali del SSN che non sono scomparsi con il covid, ma semplicemente accantonati di fronte a questa emergenza.

Nel Cura Italia sono stati meritoriamente investiti miliardi per gli interventi urgenti per l’emergenza, ora bisogna rafforzare strutturalmente il fondo sanitario nelle prossime difficili leggi di bilancio, per garantire l’ordinarietà e gestire i livelli essenziali di assistenza, colmare il gap strutturale tra nord e sud, gestire la cronicità, riformare l’assistenza sociosanitaria, completare il processo di rafforzamento del territorio, garantire l’accesso delle terapie e scegliere d’investire sul personale sanitario e sulla ricerca biomedica che diventerà sempre di più il volano di sviluppo del post covid. Rafforzare la gestione della popolazione più vulnerabile anziani in testa, strumenti Innovativi come telemedicina e APP. Un nuovo ruolo più forte per medici di medicina generale e pediatri di libera scelta sono misure necessarie per il successo della fase due e non si possono fare senza riforme e senza risorse.

Non possiamo poi mettere sotto il tappeto quello che non ha funzionato o ha rallentato la capacità d’intercettare tempestivamente i focolai. In primis la destrutturazione del public healt e del ruolo dell’igiene pubblica e dei dipartimenti di prevenzione nei territori (campanello che suona da anni con l’abbassamento delle soglie vaccinali) nel controllo del rispetto delle misure d’igiene e prevenzione negli ospedali e nelle RSA, la gestione burocratica delle linee nazionali vissute spesso con il principio che una circolare ti salva la vita, dove la forma dell’atto esaurisce la prassi a cui non segue la messa a terra e il suo controllo.

E qui si arriva alla nota dolente: controllore e controllato non possono coincidere. Il ministero deve dare linee guida che devono essere applicate e deve avere i mezzi per farlo. Oggi si chiama covid, ieri disapplicazione di atti d’indirizzo fondamentali come il piano nazionale cronicità, il piano nazionale prevenzione, il piano contro le pandemie influenzali, l’attuazione dei Piani diagnostici terapeutici e la lista è ancora lunga, ma si sintetizza nel fatto di dare concreta e sostenibile vita al diritto alla salute.

Anche il ministero della Salute è stato negli anni depotenziato, per ben due volte chiuso, e il tema del personale non è una rivendicazione, ma la reale necessità di avere un numero sufficiente di persone per programmare gli interventi e per predisporre i controlli sanitari sull’intero territorio nazionale, sulle più disparate situazioni e non solo a valle di un evento negativo, ma a monte per prevenirlo. Non dico di tornare indietro prima della riforma del titolo V, ma di andare avanti, e avere il coraggio di cambiare le tante cose che non hanno funzionato, capendo che alcuni settori come prevenzione, ricerca e accesso alle terapie hanno bisogno di un più forte e coordinato impulso nazionale, così come bisogna ripensare il sistema dei commissariamenti che si è tradotto in un girone infernale che ha sempre di più logorato il servizio sanitario regionale dei territori più deboli, con un prezzo altissimo che pagano quotidianamente in diseguaglianze di salute e meno anni di vita i cittadini di mezza Italia .

A fronte di investimenti cruciali per il sistema  bisogna averne il monitoraggio e il polso di come cadono sui territori. Il tema dei controlli è vitale in questa fase, controlli che devono essere vissuti con spirito di collaborazione e non con un mero intento punitivo, per correggere dove è necessario meccanismi e procedure e per individuare tempestivamente situazioni di rischio. L’altra grande chiave è la flessibilità, avere cioè la capacità di adattare modelli a situazioni diversificate e di cambiare strada facendo rispetto alle nuove criticità che mano a mano si presenteranno.

Ho qui brevemente accennato ed in modo grezzo ad alcune delle cose che già si stanno mettendo in campo e che a mio parere bisognerebbe fare solo nel settore salute. Gli interventi sono talmente grandi in ogni aspetto della nostra vita, che sembra un lavoro per giganti, ma uno alla volta possiamo affrontare ogni aspetto di questa capovolgimento che ci troviamo a vivere.

Alla fine ce la faremo, non è mero ottimismo, ma fiducia nella grande capacità degli italiani di rialzarsi in piedi e di saper trarre il meglio da ogni situazione, anche quella più drammatica. Come è in quanto tempo, dipenderà da ognuno di noi.

Beatrice Lorenzin è una deputata del Partito Democratico ed è stata ministra della Salute dal 2013 al 2018

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