lunedì 6 Luglio 2020

Quella rivoluzione culturale che serve alla conoscenza
Q

“Importantissima scoperta di un gruppo di ricercatori universitari”: è questo l’incipit di tanti articoli che in questi giorni possiamo leggere, anzi che spesso speriamo di leggere nella spasmodica attesa di un segnale che ci indichi un possibile ritorno alla normalità. In tanti casi le università citate in questi articoli sono italiane e le ricercatrici e i ricercatori sono giovani che in queste settimane lavorano instancabilmente nei laboratori per trovare cure e vaccini.

Si potrebbe dedurre che l’Università in Italia goda di ottima salute. Spiace dirlo, ma la risposta è negativa.

A godere di ottima salute, usando un eufemismo, è l’entusiasmo di tanti giovani ricercatori e ricercatrici precari che, con poche risorse e ancora meno certezze sul proprio futuro, popolano ogni giorno i nostri laboratori universitari. Se qualcosa possiamo imparare da questa crisi è che, però, l’entusiasmo non basta.

Da questi mesi così difficili potremmo, infatti, imparare che è prima di tutto necessaria una rivoluzione culturale nell’approccio alla Conoscenza e all’Università. Solo dalla consapevolezza che il sapere e la ricerca sono motori pulsanti di qualsiasi ambito economico e sociale, dalla sanità all’innovazione, dall’ecologia all’amministrazione della giustizia, può nascere un diverso approccio della politica e della società nei confronti del mondo accademico.

L’aumento dei finanziamenti al comparto universitario passa primariamente dalla comprensione che un investimento in istruzione superiore è, letteralmente, un investimento nel futuro del Paese. E quello che accade ogni giorno nei reparti di ospedale e nei laboratori, dove giovani specializzandi e ricercatori lavorano sottopagati per garantire il funzionamento della sanità pubblica, deve essere per noi un grande monito per il futuro: la professionalità necessita di investimenti per divenire diffusa e al servizio di tutti i cittadini.

I servizi pubblici non sono servizi a spesa zero: quando lo diventano rischiano di essere solamente dei disservizi. Una rivoluzione culturale consapevole e compiuta dovrebbe, allora, portare automaticamente con sé un cospicuo aumento dei finanziamenti al comparto universitario, perché diverrebbe evidente a tutti quanto sia dannoso per l’Italia essere all’ultimo posto delle classifiche OCSE sul numero di laureati e sulla spesa in istruzione. E a chi vive ogni giorno l’università, ai docenti, ai ricercatori, così come a noi rappresentanti degli studenti, verrà sicuramente già in mente quali siano i settori su cui investire.

Per dare nuovo slancio all’ascensore sociale storicamente rappresentato dal mondo formativo, vi è certamente necessità di un primario investimento in diritto allo studio: la crisi odierna ha messo a nudo le pesanti difficoltà per gli studenti e le studentesse nel far fronte alle spese per gli affitti, per i libri di testo e per le tasse universitarie.

Servono borse di studio di importo più elevato e destinate a più studenti e
studentesse e fondi aggiuntivi per allargare la No Tax Area
, anche per riportare all’interno del percorso formativo coloro che, sapendo in partenza di non poter sostenere queste spese, rinunciano direttamente a iscriversi: si tratta di gravissime perdite per tutto il sistema nazionale e non solo per chi è costretto alla rinuncia, perché dietro alla formazione di qualsiasi studente o studentessa si nascondono tutte le scoperte e le intuizioni che dal suo lavoro possono apportare valore aggiunto al contesto in cui agisce.

Serve un Piano Nazionale per l’Edilizia Universitaria, per dare spazi adatti, salubri e dignitosi sia per la residenzialità studentesca che per la didattica e la ricerca. Quando diciamo che dalla crisi possiamo imparare tanto per non ripetere gli errori del passato, l’edilizia può rappresentare un grande esempio: quanti studenti e studentesse non possono fare la quarantena nelle proprie case perché costretti a vivere in camere doppie e in pochi metri quadri? Quante strutture per la didattica e la ricerca non sono idonee ad ospitare attività nel rispetto delle misure di distanziamento perché eccessivamente piccole e non abbastanza arieggiate? Da
queste domande deve nascere come risposta l’ambizioso obiettivo di dotare le nostre Università di nuovi spazi all’altezza per vivere la dimensione accademica con dignità e sicurezza.

Serve dare linfa agli Atenei e ai Centri di Ricerca secondo criteri che preservino l’attività accademica dalla necessità di competere per le risorse: a un modello competitivo, dimostratosi in questi anni palesemente fallimentare, bisogna contrapporre un modello cooperativo, capace di sostenere l’attività di tutte le realtà
universitarie del nostro Paese. Per farlo è necessario aumentare il finanziamento ordinario degli Atenei e rivedere i modelli di ripartizione delle risorse secondo criteri perequativi. Mantenere aperti gli Atenei e le strutture di ricerca nelle città di provincia del nostro Paese è strategico e fondamentale, perché essi sono primariamente presidi sociali e di sviluppo innovativo per il territorio e solamente una logica cooperativa può
tenere insieme l’esigenza di stimolare l’eccellenza accademica con quella di sostenere economicamente tutti gli avamposti universitari dell’Italia. Se vogliamo che il Meridione riparta, è centrale garantire una funzionale permanenza di tutti i centri universitari e di ricerca, da cui può davvero partire una riscossa civica e di
sviluppo.

In ultimo, certamente non per importanza, serve dare dignità a chi opera nel mondo universitario. Serve dare certezze a chi opera nel mondo della ricerca, caratterizzata da lunghi anni di precariato e da trattamenti stipendiali indecorosi. Per fare ricerca è necessario avere la certezza di una prospettiva di lungo periodo fatta di stabilità economica e professionale: non è altrimenti pensabile che alcun ricercatore o ricercatrice possa sentirsi al sicuro nell’investire anni su progetti e piani pluriennali. E come questa crisi ci ha ricordato serve riconoscere la dignità dell’attività lavorativa portata avanti dagli studenti e dalle studentesse che frequentano i percorsi di specializzazione di area sanitaria. Da un lato, la necessità di aumentare le borse di
specializzazione per sbloccare l’annoso problema dell’imbuto formativo e garantire la sopravvivenza del nostro Servizio Sanitario Nazionale, dall’altro la non più prorogabile esigenza di riconoscere a tutti loro un trattamento economico che rispecchi l’arduo impegno lavorativo che ogni giorno mettono in campo negli
ospedali e nei laboratori.

All’interno di ciascuna di queste macro-sfide si nascondono decine di battaglie che come rappresentanti degli studenti portiamo avanti da anni; ma si nascondono, ancor di più, centinaia di migliaia di storie di vita di ragazzi e ragazze che nell’Università confidano per realizzare i loro progetti di vita. A tutti noi il compito di non deluderli.

Andrea Giua è il coordinatore nazionale di Primavera degli Studenti, associazione di rappresentanza studentesca universitaria.

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