venerdì 25 Settembre 2020

Mettere i valori al centro delle relazioni economiche, sociali e culturali
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Il mondo sul quale si è abbattuta la pandemia da COVID-19 era già in crisi da lungo tempo. La capacità dell’Occidente di esprimere una direzione di marcia per le proprie società, di garantire eguali opportunità di accesso alla prosperità materiale, di promuovere una adeguata consapevolezza degli effetti delle attività umane sul pianeta, di considerare il benessere ampiamente inteso come scopo dell’economia è stata e a molti sembra tuttora un’utopia.

In questo articolo mostrerò come un mercato dei valori favorirebbe quel cambio di paradigma di cui abbiamo profondamente bisogno.

Quest’anno si celebra il centenario della morte di Max Weber, il grande sociologo, filosofo ed economista tedesco che descrisse le origini religiose del capitalismo, il cui spirito egli ricollegò all’etica protestante. Max Weber è stato fondamentale per aver descritto anche il politeismo dei valori che caratterizza il nostro mondo, la crescente razionalizzazione e burocratizzazione delle nostre società, e soprattutto l’emarginazione di una razionalità ispirata ai valori, a favore di una razionalità rispetto allo scopo particolare che ci si è di volta in volta prefissi. Per indicare tale tendenza egli coniò l’espressione gabbia d’acciaio. La razionalità strumentale ha poi rappresentato un concetto centrale nella filosofia della Scuola di Francoforte, e la stessa Hannah Arendt, nell’identificare nel lavoro la dimensione pressoché esclusiva nella quale l’individuo si esprime nella società, ha evidenziato l’emarginazione dell’azione e del discorso, che a suo avviso rappresentano la forma più elevata della vita attiva. Un mondo di prestazioni standardizzate e parcellizzate è anche un mondo di semplici beni e servizi, nel quale dunque non stupisce che il PIL sia considerata la sola misura possibile del benessere economico.

D’altra parte, l’economia del benessere mostra che, al fine di andare oltre il concetto di ottimo paretiano – e di una visione paternalistica del benessere sociale – è necessaria la conoscenza dei giudizi di valore detenuti dai vari individui, al fine di svolgere dei confronti intersoggettivi di utilità. Come evidenziato da Laura Pennacchi in un suo recente testo, “De valoribus disputandum est”, è del tutto illusorio considerare i valori al pari di mere preferenze soggettive, e credere che questo non abbia implicazioni profonde sui nostri meccanismi sociali ed economici.
Chi oggi volesse dirsi progressista e trascurasse la necessità di invertire i rapporti di forza tra i mezzi, che dominano le nostre vite, e i fini, che sono sempre più soggettivi e indefiniti, potrebbe svolgere un’utile funzione di militanza a favore di una maggiore giustizia sociale, di un migliore rapporto con l’ambiente o di altri obiettivi, ma difficilmente favorirebbe un autentico rinnovamento del mondo.

Nelle attuali circostanze, ad esempio, stabilire che l’esigenza di tutelare la salute pubblica è più o meno importante della ripresa delle attività economiche è prerogativa esclusiva dei governi, che impongono decisioni alla cittadinanza in merito, o in altro modo dei mercati finanziari, che sanzionano i rischi connessi alla perdita di posti di lavoro e all’aumento del debito pubblico. Un dibattito ampio e inclusivo in merito all’importanza assoluta e, nel confronto di essi, relativa dei valori, è del tutto assente.

Da un lato abbiamo mercati senza valori, nei quali la misura della giustizia e del bene è rappresentata solo dalla capacità di avere accesso al denaro; dall’altro lato, la suggestione dell’uomo forte elimina ogni possibilità di andare oltre la retorica quando si sostengono principi quali giustizia e solidarietà. E le nostre società non sono comunità. Poiché gli individui e le organizzazioni sono spesso privi di autonomia, ovvero della capacità di adottare e applicare dei valori indipendentemente dai propri interessi immediati, e in particolare dal proprio ruolo sociale, essi non contribuiscono a plasmare una identità collettiva condivisa. Quando si sa che i propri criteri di giudizio sulla realtà sono solo il frutto della propria storia, dei propri desideri materiali e delle proprie attese individualistiche, la politica è ridotta alla mera conta dei voti, e il confronto dialettico relegato allo scontro fra partiti.

In tale contesto, un mercato dei valori morali, organizzativi e culturali fornirebbe un’alternativa sia al neoliberismo che propende per una economia priva di etica, sia al populismo che pretende di imporre valori quali patria e tradizione senza promuovere spontanee, libere interazioni fra i soggetti che dovrebbero farsene interpreti.

In un tale mercato – che ho proposto di istituire nel mio testo “Scambiare autonomia. Le motivazioni interiori come risorse per affrontare le crisi del nostro tempo” (Aracne, 2013) -, individui, imprese e comunità locali potrebbero scambiare documenti, in ciascuno dei quali sarebbero descritte delle esperienze che attestano i benefici derivanti dall’applicare un certo valore – ad esempio, il rispetto dell’ambiente, la giustizia sociale, l’inclusione delle minoranze e la propensione all’innovazione. Le esperienze sarebbero certificate in base a indicatori fissati per legge. Ad esempio, un’impresa potrebbe provare di aver applicato il valore dell’ambientalismo dopo aver ridotto le emissioni inquinanti per una certa percentuale, o attraverso un ammontare minimo di investimenti in tecnologie a emissioni negative. Similmente, una comunità locale potrebbe aggiungere una propria esperienza aumentando le aree verdi di una certa estensione, e gli individui potrebbero fare altrettanto attraverso un determinato importo monetario donato ad associazioni verdi.

Gli indicatori riferiti alla giustizia sociale potrebbero comprendere una determinata riduzione dell’indice di Gini nelle comunità locali, e della dispersione salariale nelle imprese. I documenti riferiti a un valore potrebbero essere scambiati con quelli riferiti ad altri valori o con beni e servizi – non con denaro, per evitare pratiche speculative.
Inoltre, il prezzo delle esperienze riferite a ciascun valore potrebbe essere determinato inizialmente in funzione del costo medio derivante dall’osservanza dei relativi indicatori quantitativi. Successivamente, tale prezzo sarebbe il frutto della domanda e dell’offerta.

Il prezzo di ciascun documento sarebbe proporzionale al numero delle esperienze in esso descritte. Attraverso tale mercato, vi sarebbe un incentivo economico ad intraprendere iniziative ispirate a uno o più valori, indipendentemente dal particolare ruolo che si svolge nella società in quanto produttore o consumatore di un determinato bene, elettore per un certo partito, lavoratore in un determinato settore. Infatti, ciascuno avrebbe la possibilità di trasferire un documento a un prezzo (in termini di altri documenti o di beni o servizi) superiore a quello di acquisto. Ciò sarebbe reso possibile dall’aggiunta di nuove esperienze e dall’eventuale aumento del prezzo di ciascuna di esse.

In particolare, al momento di cedere ciascuno di tali documenti, un certo individuo, impresa o comunità si troverebbe di fronte a una domanda che tiene conto non solo delle esperienze svolte da esso/essa, ma anche dei benefici ottenuti dai precedenti detentori del documento. Si avrebbe in sostanza un processo di cooperazione che consiste nel definire progressivamente, al variare dei soggetti che lo sperimentano, la rilevanza pratica di un certo principio morale, organizzativo o culturale. Allo stesso tempo, un mercato dei valori violerebbe il principio della divisione del lavoro, consentendo a ciascun soggetto di modificare la propria funzione sociale in base ai principi ritenuti preferibili, e alla politica di andare oltre una semplice regolamentazione settoriale delle attività economiche.

I benefici collegati ai vari valori potrebbero essere strettamente economici (come nel caso di valori quali la propensione all’innovazione) o reputazionali (ad esempio, nel caso dell’ambientalismo e della giustizia sociale). Idealmente, grazie a tale mercato, una società sarebbe in grado di conoscere non solo quanto popolari siano determinati partiti politici e quali siano le quote di mercato delle principali imprese in un determinato settore. Essa avrebbe una conoscenza trasparente e razionalmente motivata dell’importanza che i cittadini attribuiscono ai valori di fondo che dovrebbero motivare l’agire politico o i progetti imprenditoriali.
Mettere i valori al centro delle nostre relazioni economiche, sociali e culturali significherebbe per le società rapportarsi alle conseguenze delle proprie azioni, a una visione globale e coerente di giustizia, alla rilevanza di una sostenibilità non solo ambientale, ma anche umana del nostro mondo.


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