giovedì 9 Luglio 2020

Crisi educativa, questa sconosciuta
C

La pandemia che ha investito in maniera indifferenziata l’intero globo è riuscita a mettere in crisi, o comunque a porre in discussione, la stessa globalizzazione.

Le proiezioni sul rallentamento della crescita del PIL, sia a livello internazionale che nazionale, danno la misura del disastro economico e sociale che questo virus, proveniente dalla provincia di Wuhan, ha comportato.

Sia a livello comunitario che nazionale si è dato rilievo, giustamente nella fase iniziale (quella oramai celebre come “fase 1”), agli aspetti sanitari e solo successivamente ci si è dedicati a quelli economici. Comprensibilmente, in un primo momento la priorità è stata connessa alla tenuta della rete ospedaliera e sanitaria del Paese, visti i dati impressionanti sui contagi, in particolar modo in alcune aree del nord Italia. Successivamente, con l’avvio di una prematura e iniziale stabilizzazione del fenomeno, il Governo e le Istituzioni sovra-nazionali hanno cercato di far fronte a quella che sarà una crisi economica devastante e con ripercussioni pesanti per i prossimi anni.

Quello che è mancato sino ad oggi, non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello europeo, è una vera strategia di medio-lungo periodo per affrontare la crisi educativa che il “lockdown” ha inevitabilmente avviato.

La chiusura dei servizi educativi, di ogni ordine e grado, e la reclusione nelle proprie abitazioni di genitori e figli ha – obtorto collo – ampliato le diseguaglianze preesistenti.

Ma quale era la situazione educativa nell’Italia “pre-covid”?

Nella relazione del MIUR del gennaio 2018, redatta dalla Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa, si evince in modo netto come nel “belpaese” il fenomeno degli ESL (Early school leavers), ovvero di coloro che non hanno raggiunto il diploma superiore di secondo grado e che non svolgono percorsi formativi, compresi in un’età tra i 18 ed i 24 anni, sia tra i più elevati a livello comunitario. Nonostante tale fenomeno nel corso degli ultimi lustri si sia attenuato, permane ancora uno stato di forte sofferenza dettato dalla compresenza di tre fattori: un alto tasso di abbandono scolastico; una forte presenza di povertà minorile; ed infine un elevato numero di ragazzi con bassi livelli di conoscenza negli argomenti considerati irrinunciabili per affrontare dignitosamente la propria esistenza.

Questo fallimento educativo diviene strutturale e si aggrava ulteriormente se si tiene di conto della crisi demografica che l’Italia sta affrontando, assieme alla gran parte dei paesi europei, oramai già da alcuni decenni. Un paese che è contrassegnato da pochi figli, di cui una buona parte vive sulla propria pelle gli effetti del fallimento formativo personale.

Nella relazione del MIUR emerge in modo netto come la scuola, negli anni, abbia gradualmente perso la sua funzione di “ascensore sociale” e come (dati ISTAT 2016) le difficoltà sociali ed economiche, le disuguaglianze varie, siano diventate un fattore prettamente ereditario.

In Italia, più che il talento, è la cosiddetta “lotteria della natura” che stabilisce i percorsi formativi ed educativi delle nuove generazioni. I canali economici, sociali e familiari che fanno parte di quella lotteria naturale continuano ad operare anche negli anni successivi, dopo il completamento degli studi, sia nell’accesso al mercato del lavoro (soprattutto là dove prevalgono maggiormente le relazioni informali), sia nelle prospettive di carriera.

Come dimostrano moltissimi studi ciò che fa realmente la differenza sono le misure preventive, stabili nel tempo, che si mettono in pratica sin dai primi mesi di vita, nella cosiddetta logica “starting strong”, per cui si deve “iniziare bene” per avere effetti positivi immediati ma soprattutto duraturi sia nelle prospettive di crescita del ragazzo o della ragazza, sia nel contenimento della dispersione scolastica. In tal senso in modo lungimirante il Governo Gentiloni è intervenuto con il decreto legislativo n. 65 del 13 aprile 2017. Ma le differenze territoriali, sia nelle grandi aree urbane, che tra le regioni del nord e sud Italia permangono ancora molto forti.

A fronte di questi problemi pregressi, non di poco conto, e dello status quo del panorama educativo italiano è sopraggiunta l’emergenza sanitaria provocata dalla diffusione del covid-19.

Quali sono stati gli effetti e le conseguenze della chiusura delle scuole per i bambini?

  • in primis, sono aumentate quelle disuguaglianze che venivano menzionate poco fa. Con la didattica a distanza si sono ampliate una serie di differenze tra chi, ad esempio, abita in un luogo in cui è possibile ricavarsi i propri spazi e chi invece è costretto a condividere con molti un’area ristretta; tra chi possiede una connessione con banda larga e chi non ha nemmeno il wi-fi; tra chi vive in un contesto di agiatezza e chi invece è oppresso dalla povertà.
  • se la scuola viene considerata, legittimamente, un presidio di cittadinanza, dove quotidianamente si mette in pratica l’inclusione sociale tra bambini che sono uguali (perché tutti alunni) ma che allo stesso tempo sono diversi, per ragioni sociali, religiose, etniche; se la scuola è intesa come veicolo per supportare le fragilità di ciascuno, perché è un modo per socializzare, condividere le paure e le ansie; se la scuola è tutto questo e di fatto è una comunità, la sua chiusura rischia di minare la coesione sociale odierna e futura.

Vi sono stati aspetti anche positivi che sono emersi con nettezza, come ricorda anche il Forum delle Disuguaglianze e Diversità, si pensi ad esempio al ruolo attivo che hanno avuto, ed hanno tutt’oggi, i docenti, maggiormente dediti a instaurare una relazione educativa più profonda con gli alunni, e soprattutto con quelli con maggiori difficoltà. Oppure si pensi all’attivismo civico che si è registrato tra i docenti, le associazioni del terzo settore, gli insegnanti in pensione, una fitta rete di soggetti, privati e pubblici, che ha tentato con forme nuove, spesso digitali, di aiutare i soggetti più deboli, ovvero i bambini e le bambine costretti a una reclusione forzata nella propria abitazione.

In conclusione, ritengo vi sia la necessità di recuperare un’assenza di attenzione da parte del Governo, e degli altri soggetti istituzionali, penso in primis ai Comuni e alle Regioni, rispetto ad un tema, quello educativo appunto, che rischia di diventare determinante per i prossimi decenni.

Se è vero che le crisi globali, strutturali, come quella attuale, sono da considerarsi delle occasioni irripetibili di cambiamento, allora è venuta l’ora di “prendere il toro per le corna” e di aggredire le disuguaglianze in maniera radicale, dalle fondamenta. E’ l’occasione per potenziare gli strumenti e le risorse previsti nel d.lgs n. 65/2017, affinché si  possa ridurre il divario nei servizi educativi per i bambini tra 0-2 anni di età sia tra le regioni sia all’interno dei grandi centri urbani. Rappresenta, inoltre, l’opportunità di permettere, indipendentemente dalle disponibilità economiche delle famiglie di provenienza, a tutti i bambini, di godere di sistemi educativi di qualità fin dai primi mesi di vita, affinché le condizioni di prostrazione della povertà non ricadano sui figli.

Se l’innovazione tecnologica non si ridurrà alla mera didattica a distanza, e se saremo in grado di mettere in piedi una vera rivoluzione pedagogica capace (con le risorse adeguate) di abbattere il fenomeno della trasmissione inter-generazionale dello status socio-economico familiare, allora avremo fatto il più grande regalo possibile ai tanti bambini e bambine che in questi due mesi hanno vissuto un’esperienza inaspettata, che condizionerà il loro percorso di crescita nei prossimi anni.

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