giovedì 9 Luglio 2020

Un Mes per la cultura. Per promuovere crescita civile e coesione sociale
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* L’emergenza sanitaria di proporzioni globali e inedite dovuta all’epidemia da Covid-19 ha mostrato chiaramente ai governi europei quanto siano indispensabili non solo l’investimento e l’impegno dello Stato nella sanità pubblica, ma anche e soprattutto la cooperazione a livello comunitario per affrontare situazioni straordinarie e imprevedibili come quella verificatasi in questo periodo.

E tuttavia è emersa anche la disparità tra le risorse e la preparazione degli Stati europei. Quelli che avevano maggiormente tagliato le spese sanitarie si sono trovati, infatti, in una gravissima crisi, che ha fatto purtroppo emergere, almeno nelle prime fasi, anche lo scarso spirito di collaborazione e la scarsa propensione alla solidarietà che ha caratterizzato le istituzioni europee.

Questo, nonostante si sia invece manifestato, almeno da parte dei cittadini degli altri stati dell’Unione, un forte sentimento di preoccupazione e fratellanza verso il nostro Paese. Oggi abbiamo motivo di credere che il valore del concetto della salute come bene comune sia stato finalmente compreso dalle istituzioni comunitarie e che, attraverso il Mes, si possa elaborare un piano in grado di sostenere in modo equo l’enorme voragine economica generata dalla pandemia.

Io credo che, partendo proprio dalla solidarietà che i cittadini europei hanno manifestato all’Italia, si potrebbe costruire, finalmente, una gestione comunitaria anche per un altro aspetto essenziale della vita dei cittadini europei: il bene comune per eccellenza, ovvero la cultura.

Il mondo culturale e creativo è sottoposto ad una crisi gravissima in tutta Europa: migliaia di spettacoli, concerti cancellati, musei chiusi, archivi e biblioteche inaccessibili, tutti i festival cancellati! L’intera filiera dell’editoria è sottoposta a una crisi gravissima. Se a questo si aggiungono le difficoltà che stanno affrontando le professioni legate al turismo culturale è facile comprendere la gravità della situazione che stiamo vivendo.

Senza provvedimenti mirati, in grado di scongiurare anzitutto la chiusura di questi laboratori di civiltà e conoscenza, le conseguenze sarebbero gravissime. Eppure la cultura è stata e continuerà ad essere essenziale per ricreare quel senso di comunità di cui tutti abbiamo bisogno, soprattutto in un momento così difficile.

Per questo credo che proprio dal nostro Paese possa e debba partire una richiesta forte alle istituzioni europee per la creazione di un fondo destinato alla cultura per tutti i paesi dell’Unione: un “Mes per la cultura”, se vogliamo così definirlo. Un fondo che, se davvero siamo convinti che la cultura abbia ancora un ruolo sociale fondamentale nella nostra società, possa dotare tutti i paesi europei di uno strumento adeguato per intervenire concretamente in sostegno di un settore dalle mille declinazioni.

Questo servirebbe in primo luogo per dare finalmente ai cittadini europei un’altra immagine dell’Unione, non più limitata a quella di un’unione monetaria e finanziaria, interessata principalmente ai bilanci e agli aspetti economici dei singoli Stati, ma capace davvero di ricostruire quel “sogno europeo” che, nelle intenzioni dei padri fondatori, doveva essere uno spazio comune fondato sulla pace e sulla comunione d’intenti, con l’obiettivo di realizzare i diritti di ogni individuo.

Le specificità culturali di cui si sostanzia l’Unione e – specificità che è stato scelto di preservare e di promuovere, almeno sulla carta, in tutti i trattati che definiscono le competenze e il suo funzionamento dell’UE – devono oggi più che mai essere tutelate come strumenti di appartenenza, di identificazione e di confronto. Pensiamo a quanto il mondo culturale, attraverso le sue espressioni pubbliche e private – musei, biblioteche, fondazioni, associazioni, cooperative – abbia funzionato da vero e proprio collante sociale, adoperandosi instancabilmente, in questi mesi di isolamento, per mantenere vivi – a tutti i livelli, dalle realtà più grandi e affermate a quelle più piccole e periferiche – i legami fondamentali delle comunità, le connessioni con il nostro passato e con il nostro patrimonio collettivo: innumerevoli iniziative, letture, festival, incontri si sono spostati nel mondo virtuale e attraverso i social media hanno continuato a fornire contenuti e momenti di socialità a tutti gli utenti.

Ma è ovvio che questo pur meritorio impegno non basta da solo a far sopravvivere il mondo della cultura, che in questa fase ha mostrato sì tutta la sua forza, ma anche la sua drammatica fragilità. I settori dell’intrattenimento, delle arti performative, le grandi mete storico-culturali, gli eventi e i festival dal vivo sono per forza di cose gli ultimi che usciranno da questo tunnel, essendo attività che spesso causano per loro natura concentrazione di persone. Il nostro Paese, dunque, rischia su questo fronte di rimanere fermo a tempo indefinito, con perdite enormi e non recuperabili.

Come possiamo muoverci per rispondere a questa enorme crisi? La risposta non è né semplice né univoca. Certamente la conversione “digitale” dell’intrattenimento e della fruizione culturale può tener viva una parte di attenzione sul settore, ma genera scarsi introiti economici e da sola non può sul lungo periodo sostenere un comparto che, tra l’altro, bisogna definitivamente smettere di considerare solo per la sua capacità di produrre introiti.

È ora di finirla di pensare esclusivamente al valore merceologico della cultura e concentrarsi piuttosto sulla sua indispensabile e insostituibile capacità di promuovere crescita civile, benessere intellettuale e coesione sociale.

Per questo l’intervento pubblico come sua primaria fonte di sostegno, se finora è stato ampiamente auspicabile, diviene oggi assolutamente indifferibile. Occorrono, come da più parti è stato richiesto, provvedimenti immediati in grado di consentire ad esempio, l’accesso alle tutele sociali a tutte le professioni culturali; la defiscalizzazione degli investimenti, l’allargamento dei criteri dell’Art bonus, l’istituzione di un fondo che garantisca la digitalizzazione del nostro patrimonio bibliotecario e archivistico, contributi a fondo perduto per la sopravvivenza delle esperienze creative diffuso in tutto il Paese, la defiscalizzazione degli acquisti di libri e delle spese per l’istruzione e la formazione.

Ma è ovvio che gli stati nazionali, da soli, non possono affrontare una crisi di questa portata e reperire singolarmente le risorse e le forze sufficienti per far ripartire la cultura.

Per questo occorre un impegno concreto e tempestivo da parte europea: perché lasciar morire la cultura dei singoli paesi, cancellarne la forza creativa e la valenza sociale equivale a cancellare quei paesi dalla carta geografica del mondo. L’identità comune europea esiste, ed esiste da secoli: non deve essere formata, ma tutelata e condivisa: nata dall’incontro delle grandi eredità ebraico-cristiana e greco-latina, nel corso dei secoli del Medioevo e poi dell’Età moderna e contemporanea essa si è sviluppata in una civiltà dalla straordinaria ricchezza intellettuale e artistica.

È a partire da questo patrimonio di pensiero, di arte, di scienza, di cultura, di spiritualità che dovremmo affrontare le spinte centrifughe sapendo che, nella storia dell’Europa, spaventosi conflitti – dal principio dell’Età moderna fino alle due guerre mondiali, con le loro conseguenze politiche – non hanno mai spezzato la solidarietà internazionale fra gli uomini e le donne della cultura, della scienza e dell’arte.

Non si sarebbe potuto assistere, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, alla nascita di nuove relazioni fra i popoli, alla decolonizzazione e al processo dell’europeismo, se gli intellettuali e gli artisti non avessero mantenuto fede a un tacito giuramento di fedeltà a valori comuni e a comuni speranze. La crisi finanziaria che ha colpito in questi anni larghissima parte del mondo, e soprattutto l’Europa, è l’ultima delle conseguenze di una crisi che è prima di tutto culturale, sociale, politica. Proprio ora è dunque necessario che artisti, scienziati, scrittori, studiosi di ogni parte d’Europa riescano a immaginare, insieme, una nuova fase, meno arida e individualista, più ricca e condivisa.

L’emergenza Covid ci ha messo di fronte alle enormi contraddizioni insite nel sistema economico neoliberista, suscitando nei popoli europei la pressante richiesta di maggiore attenzione per i diritti, per la salute, per l’ambiente e per i beni comuni. Questa esperienza deve ora trovare sbocco in un nuovo dibattito la cui chiave sia lo sviluppo sostenibile in favore delle generazioni future, e dove la cultura trovi lo spazio per esprimersi in una Europa delle diversità e dell’agire solidale.

Massimo Bray è il Direttore generale della Treccani

* Articolo pubblicato sull’Huffington post

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