domenica 27 Settembre 2020

Ora un nuovo testo unico sull’immigrazione, che metta al centro il cittadino
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I contenuti presentati nel “decreto rilancio”, riguardanti la lotta al lavoro nero e l’emersione dei lavoratori dall’irregolarità, sono una buona notizia e una svolta significativa rispetto al recente passato. Le reazioni scomposte delle destre, arroccate su posizioni ideologiche anacronistiche, ne è la conferma più lampante. La scelta di riconoscere diritti e dignità a delle persone è risultata inaccettabile a chi fino a ieri aveva alimentato la retorica allarmista contro i migranti, rappresentandoli sempre come una minaccia alla nostra identità e sicurezza.

Con questo provvedimento invece si è voluto ribadire il principio che solo nella legalità vivono i diritti e che queste persone – fino a ieri invisibili – sono prima di tutto portatrici di diritti. Un primo passo importante nella giusta direzione. Si è cosi ribadito che questi lavoratori sono parte integrante del nostro Paese. Per questo era giusto e “naturale” che in questo decreto cosi complesso, fossero comprese queste norme.

Minimizzare come fanno alcuni questo intervento credo sia sbagliato. Bisogna ora insistere perché il salto culturale registrato, diventi il cuore di una più ampia strategia, che metta al centro una idea di società diversa. Un tema che la crisi pandemica ha prepotentemente posto in agenda e che non si potrà eludere domani.

Fra le tante domande a cui saremo chiamati a rispondere, credo che si porrà anche quella se è pensabile che in un Paese come l’Italia abbia senso la presenza di milioni di persone che vivono secondo le leggi ma con meno diritti civili degli altri concittadini. Se questo non indebolisce la tenuta sociale e democratica e di quanto la lotta al lavoro nero rappresenti un vantaggio per l’intera comunità, senza differenze di provenienza. Mantenere lo status quo sarebbe un errore grave e un regalo a chi sfrutta questa situazione per dividere il Paese.

Bisognerà avere il coraggio di portare a fondo una battaglia di civiltà. Per liberare dal lavoro nero altri lavoratori e per affermare un modello di cittadinanza piena per quei milioni di donne, uomini e ragazzi che da anni vivono qui e che ormai risulta insufficiente definire ancora immigrati. Sono invece ancora – per diversi aspetti – cittadini di serie B purtroppo. Una cosa dannosa per tutti, che ci rende tutti più deboli.

Censis, Istat e rapporti annuali di prestigiose istituzioni di ricerca ci ribadiscono ormai da anni quanto la presenza di questi nostri concittadini sia indispensabile per la crescita culturale, sociale ed economica. Si continua però ad ignorare la necessità di una nuova legislazione che ne promuova una piena cittadinanza, passando da un’idea di integrazione a una di interazione. Cittadini e quindi protagonisti nelle comunità dove vivono, attivamente partecipanti alle scelte amministrative come negli altri ambiti sociali che li vedono coinvolti. Un processo che rappresenterebbe una grande alleanza con una parte di Paese ancora troppo ai margini, ma in grado di dare un enorme contributo se messo nelle condizioni di poter esprimere le proprie potenzialità.

Per queste ragioni credo che si debba iniziare a ripensare a un nuovo testo unico sull’immigrazione che metta al centro il cittadino, con i suoi doveri e diritti in giusto equilibrio. La Bossi-Fini non è riformabile e risulta ormai uno strumento obsoleto e vessatorio. Inadatto a far dispiegare tutte quelle potenzialità accennate a una parte importante della nostra comunità nazionale.

Spesso in questi mesi di quarantena ci siamo ripetuti come un mantra che solo insieme ne usciremo, anche io penso che sia vero, per questo è venuto il momento di dimostrarlo, non lasciando indietro nessuno.


Marco Pacciotti, membro della Direzione nazionale del Partito Democratico

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