martedì 22 Settembre 2020

Liberiamo le energie locali per vincere le grandi sfide globali
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Perché crediamo che una buona parte del cambiamento politico possa arrivare dai Comuni? Perché nel tempo della smaterializzazione della politica – ridotta a logos fluttuante in un oceano digitale nel quale la cittadinanza è in preda a marosi algoritmici governati da questa o quella “bestia” – la dimensione municipale sembra l’unica nella quale la vita associata conservi ancora sembianze umane. Una terraferma nella quale le istanze tornano ad assumere la concretezza di volti di donne e uomini con diritti, doveri, facoltà, decifrabili non più con le lenti truccate della cybercrazia leaderistica ma con la loro irriducibilità fattuale verificabile nel quotidiano.

Non è l’affermazione della centralità della buca stradale. Non si auspica un primato della manutenzione del giardinetto sotto casa rispetto ai grandi temi della vita collettiva nazionale, alle scelte ideologiche di campo o alle dinamiche geopolitiche internazionali. Al contrario, non riteniamo che abbiano cessato di produrre senso le storiche distinzioni destra/sinistra e valori come l’uguaglianza o l’antifascismo, troppo frettolosamente archiviati nelle teche museali novecentesche.

Siamo anzi consapevoli di essere più che mai esposti a una coscienza “globale”, a una visione preoccupata del rapporto tra la nostra specie e il pianeta che abitiamo o del riproporsi, da parte dei gruppi che lo abitano, di nuove forme di prevaricazione. Lo abbiamo visto con il movimento dei fridays for future e con le piazze antisovraniste occupate dalle sardine, lo stiamo vedendo con il dibattito che si è aperto intorno alle implicazioni del Covid 19 sui nostri prossimi stili di vita. Rispetto a queste sfide, però, cresce la volontà di vaste fasce dell’opinione pubblica di agire, di intervenire direttamente per provare, sia pure nel microcosmo delle decisioni alla portata dei singoli individui, a invertire la china di mutazioni gigantesche. E lo spazio in cui questo può avvenire è delimitato dalla città, dal quartiere, dalla circoscrizione, dalla parrocchia, dal parco, dall’ecosfera sociale in cui si possono ancora misurare i risultati del proprio impegno personale. Ma attenzione: oggi, grazie anche alla connettività e alle maggiori occasioni di mobilità, questi “piccoli mondi” non sono più chiusi in sé stessi bensì possono essere interconnessi anche con altri territori molto distanti. E questo può dar luogo – già avviene – a scambi su scala europea o planetaria, a ricomposizioni delle relazioni geografiche, a un modo insieme molto radicato e molto molto fluido di vivere il rapporto con le terre a cui si appartiene, come sanno bene le generazioni post Erasmus.

Negli ultimi anni c’è stato chi, pazientemente, ha coltivato questi spazi di partecipazione civile, locali ma aperti. Ambiti frequentati anche dai partiti o dai movimenti nazionali ma sempre in maniera sporadica e interessata al consenso elettorale: mai in modo sistematico. Nessuno si è dato la pena di provare a riscrivere un’agenda nazionale e globale con un approccio bottom up, riannodando i percorsi democratici territoriali in una geografia di insieme.

Tentare un’operazione di questa portata può spingere a una ridefinizione di quelli che riteniamo siano i “bisogni della gente”. Prendiamo il tema dell’autonomia differenziata. Diamo per scontato che la maggior parte degli emiliani, dei veneti o dei lombardi vogliano separarsi dal resto d’Italia per tenere per sé la loro ricchezza. Non sappiano però quanto, piuttosto, siano affezionati ai loro standard di civiltà, ai loro asili all’avanguardia, alle loro biblioteche moderne, ai loro alti tassi di raccolta differenziata. Risultati raggiunti grazie a politiche locali decennali nelle quali si è costruita una weltanschaung collettiva più consolidata e radicata di quanto non si pensi. Un’idea di coesione sociale che a volte può rivelarsi più potente delle pulsioni egoistiche alle quali molto più facilmente i cittadini vengono sollecitati dai populismi di destra. Se allora si decidesse di premiare, anziché i contribuenti delle regioni più ricche, i residenti dei Comuni più virtuosi, nei quali i cittadini hanno potuto sperimentare i frutti delle loro buone prassi, la retorica differenziale e federalista imperante da almeno vent’anni, con molti proseliti anche nel campo del centrosinistra, si smonterebbe molto più facilmente. E si disarticolerebbe anche il derby nord contro sud, perché sono molte le città meridionali che hanno avviato, negli ultimi anni, processi di crescita promossi da amministrazioni illuminate e votate all’innovazione sociale.

L’Italia, d’altronde, ha conosciuto, nella sua Storia, la grande stagione creativa dei Comuni, e un passato di province, piccole repubbliche, principati e microterritori variamente autodeterminati che ha lasciato tracce molto più profonde della sua relativamente recente identità statale. Senza arrivare ad immaginare gretti neocampanilismi né anacronistiche utopie comunitaristiche, è possibile dunque riconsiderare la politica a partire da una prospettiva locale più pragmatica, nelle quali le soluzioni ai vari problemi – dal grande tema delle crescenti diseguaglianze alla distuzione delle risorse naturali – scaturiscono non da schemi ideologici predefiniti ma da casi empirici, dalla risposta da dare al cittadino che continuerai a incontrare domani per strada, dagli alberi da trattare con metodo chimico o biologico, dal lavoro che si può creare attraverso la manutenzione degli spazi condivisi o dalla domanda di cura di individui sempre più soli.

Una concretezza che, ad esempio, ci ha consentito di contrastare l’onda razzista del governo giallo verde non tanto sulla base di sacrosante ma astratte enunciazioni di principio, quanto disobbedendo agli incostituzionali decreti Salvini o a partire dalle esperienze positive di integrazione che le popolazioni hanno potuto conoscere in realtà come Riace o laddove gli Sprar hanno funzionato bene.

Comitati di quartiere, associazioni di comuni, biodistretti, cooperative di comunità che organizzano la transizione energetica verso l’autoproduzione di fonti rinnovabili, tentativi dal basso di reagire allo strapotere della grande distribuzione organizzata per restituire potere alla ruralità, reti di valorizzazione dei centri storici, coalizioni di vigilanza attiva sui temi della legalità e dell’antimafia sociale: tutti questi sforzi a cui assistiamo da anni meritano di essere rivalutati da una politica che li affranchi dalla loro rilevanza “di nicchia”. Sono semmai testimonianze della ricerca di una visione nuova della società nella quale si costruisca un’alternativa a partire dal quotidiano. E devono essere incanalate verso risposte di sinistra a domande di strati sociali oggi sedotti dal populismo: come il diritto alla casa, a una sanità pubblica più in grado di reggere l’urto delle emergenze, a un’istruzione in grado di azzerare le differenze.

I sindaci in questi mesi hanno dovuto gestire lo snervante susseguirsi di decreti per il contenimento del coronavirus, e ora sono alle prese con l’emergenza economica (ricevendo da parte del governo, sia detto per inciso, una compensazione del tutto inadeguata al peso che le casse comunali hanno dovuto sopportare). Ma sanno quanta disponibilità ci sia, da parte dei cittadini, a rivedere le loro abitudini e le loro certezze se questo, al di là della necessità contingente di limitare la diffusione del virus, può portare a migliorare la qualità della vita di tutti.

Possiamo dunque organizzare una ripartenza facendo leva sulle capacità di resilienza delle nostre comunità? Possiamo trarre una lezione dalla coesione che hanno saputo dimostrare nel reagire al pericolo pandemico con comportamenti di autolimitazione di massa? La ricostruzione sarà tanto efficace quanto più la politica centrale saprà riconoscere e lascerà sprigionare queste energie che i territori “covano” al loro interno, favorendo processi partecipativi caldi, fondati sull’entusiasmo, sull’empatia e sulla solidarietà popolare.


Davide Carlucci, esponente di Italia in Comune, è sindaco di Acquaviva delle Fonti

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