mercoledì 2 Dicembre 2020

Papà, Giovanni e Paolo. I magistrati che cambiarono l’antimafia
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Giovanni Falcone è uno dei padri dell’antimafia moderna.

È stato un grande magistrato, capace di contribuire in modo determinante alla modernizzazione della legislazione e degli strumenti per il contrasto alla criminalità organizzata. A lui si deve la nascita delle Procure distrettuali antimafia e della Direzione nazionale antimafia, quell’innovativa architettura degli uffici giudiziari creata dopo la sua nomina a direttore degli Affari penali al Ministero della Giustizia e che tuttora garantisce una fondamentale funzione di coordinamento delle indagini, di impulso e raccordo, di raccolta e gestione delle informazioni.

Credeva fortemente nel ruolo strategico di una cooperazione internazionale e a questo aspetto della dedicò una parte importante del proprio lavoro, rappresentando fra l’altro l’Italia, poche settimane prima della strage di Capaci, al primo meeting a New York della commissione internazionale che avrebbe dato forma all’importantissima convenzione Onu sul crimine transnazionale, firmata poi nel 2000 a Palermo da quasi duecento Paesi.

E inoltre, ancora prima, Falcone era un irriducibile fautore del contrasto patrimoniale come strumento elettivo per indebolire l’organizzazione mafiosa. Un metodo, questo, inaugurato anni addietro da mio padre, Rocco Chinnici, che da capo dell’ufficio Istruzione del tribunale di Palermo aveva dato il via alle prime indagini bancarie e proprio per questo aveva voluto fortemente accanto a sé Falcone, che avrebbe potuto spendere in questo campo le abilità maturate alla sezione fallimentare del tribunale.

Mio padre scelse lui, così come scelse Paolo Borsellino (che già da tempo lo affiancava e aveva stretto con lui una forte amicizia), per formare il primissimo nucleo di quel gruppo di lavoro che dopo la sua uccisione nella strage di via Pipitone Federico fu formalmente denominato “pool antimafia”.

Conservo indelebile il ricordo del momento che “inaugurò” il nuovo incarico di Giovanni Falcone, perché mio padre osservava una specie di rito, quello di accogliere in famiglia i nuovi colleghi. Lo invitò a pranzo e mia madre ne fu informata per telefono con pochissimo preavviso, ma lei iniziò subito a impartirci gli ordini di scuderia e la tavola fu pronta in una manciata di minuti prima che mio padre entrasse in casa con il nuovo collega, un giovane con la barba, dal fisico alto e solido: Giovanni Falcone. All’epoca non era d’uso l’informalità di oggi, ma l’inevitabile imbarazzo iniziale si dissolse presto nella normalità serena della nostra quotidianità: noi figli a raccontare la nostra giornata, qualche domanda rivolta a papà, il caffè preparato dalla mamma a fine pranzo.

Più avanti, quando entrai in magistratura, mi ritrovai come uditore giudiziario nello stesso ufficio, il loro ufficio. E vidi nascere il pool. Mio padre, Giovanni e Paolo si appartavano in un angolo per scambiarsi informazioni, lontano da tutti. Erano un gruppo coeso, erano uniti dalla sintonia professionale e dall’amicizia. Furono loro i primi magistrati ad alzare il tiro contro la mafia. E furono tra quelli che avevano iniziato a descrivere la fattispecie di reato che sarebbe stato necessario introdurre per combattere la mafia. Per il riconoscimento di una specificità al reato di associazione di stampo mafioso mio padre si era già battuto insieme a Gaetano Costa, ucciso prima di lui: quella norma sarebbe stata un presupposto essenziale anche per consentire ai magistrati di indagare sui patrimoni dei mafiosi e confiscarli. Tutto questo nel settembre del 1982 diventò legge dello Stato, la legge Rognoni-La Torre, il cui primo firmatario, l’onorevole Pio La Torre, era stato ucciso quattro mesi prima dalla mafia. Il 29 luglio dell’anno dopo toccò a mio padre.

Otto anni più tardi a Roma nacque il mio primo figlio. Festeggiammo con un pranzo. C’erano la famiglia e gli amici. Giovanni Falcone era lì con noi. Ricordo sempre una foto in cui siamo insieme: io con il bimbo in braccio e un sorriso infinito, lui accanto a me con la stessa espressione che avevo conosciuto sul viso di mio padre. Ero in attesa del secondo figlio quando il 23 maggio del 1992 ci fu la strage di Capaci. Un nuovo shock, ma anche con il pancione andai al funerale, volevo esserci, sebbene me lo avessero sconsigliato. Pensai “non è ancora finita”. Due mesi dopo uccisero anche Paolo Borsellino, e fu la fine di una stagione.

In questa e nelle altre giornate di commemorazione delle vittime delle mafie ricordiamo l’impegno eccezionale e coraggioso di servitori della nazione, della giustizia, della legalità. Persone che  hanno fatto il loro dovere senza cedere alla prepotenza mafiosa. Persone, soprattutto. Esempi altissimi, sì, ma non inarrivabili. Ed è questo il primo aspetto essenziale della memoria: quello che ci hanno lasciato adesso è nelle nostre mani. Qualcosa di inestimabile, perché tutti loro hanno contribuito in un’epoca buia a salvare la tenuta democratica dello Stato e le libertà. È indispensabile continuare a trasmettere questa storia alle nuove generazioni, far capire che c’è un immenso patrimonio comune da custodire e che abbiamo il compito di farlo tutti insieme, tutti i cittadini, ciascuno per la propria parte.

L’altra dimensione fondamentale della memoria è continuare quel lavoro tenendo sempre il passo delle nuove sfide che la criminalità ci pone davanti, e oggi questa sfida è rappresentata dalla sua dimensione globale e al tempo stesso digitale. È indispensabile che gli efficaci strumenti di contrasto ormai consolidati in Italia siano introdotti e quindi azionati anche su scala sovranazionale, perché le organizzazioni criminali operano stabilmente travalicando i confini territoriali (quelle attive nella sola Unione Europea, censite da Europol, sono oltre 5.000, molte delle quali di tipo mafioso). Questo è il lavoro che cerco di portare avanti al Parlamento Europeo fin dalla passata legislatura, durante la quale sono già stati raggiunti importanti obiettivi. È stato approvato il regolamento europeo per il reciproco riconoscimento tra gli stati UE degli ordini di congelamento e confisca dei beni emessi anche in assenza di condanna. Sono state approvate le direttive europee sulla lotta al riciclaggio e sullo scambio di informazioni tra le unità di intelligence finanziaria. È stata istituita la Procura europea (ma occorre estendere la sua competenza a tutta la criminalità grave transnazionale). 

È inoltre attualmente in discussione il pacchetto e-evidence per una più rapida acquisizione della cosiddetta prova elettronica tramite la possibilità di emettere nei confronti dei service providers ordini di conservazione e produzione.

Ma ritengo che due siano i maggiori obiettivi. Il primo è introdurre anche nel diritto dell’Unione Europea un’accurata nozione giuridica di criminalità organizzata o di appartenenza a un gruppo criminale, perché solo così è possibile valorizzare le norme anticrimine e anticorruzione in modo uniforme su tutto il territorio europeo. Il dibattito si è già aperto, anche sulla scia di uno studio da me commissionato all’Università di Palermo. E inoltre ritengo che sia necessario ricondurre a sintesi tutti gli strumenti normativi per arrivare a una vera e propria legge europea antimafia.

Non è affatto semplice, ma li considero obiettivi per i quali battersi, anche per onorare la memoria di quanti hanno pagato con la vita il loro impegno contro il malaffare.

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