domenica 27 Settembre 2020

Non dimentichiamoci dei più piccoli
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Un po’ polemicamente spesso si dice che l’Italia non sia un Paese per giovani. Considerata la gestione dell’emergenza negli ultimi mesi viene quasi da modificare questo triste modo di dire in “l’Italia non è un Paese per bambini”.

Senza voler in alcun modo criticare le norme di distanziamento sociale e quarantena che hanno permesso la decongestione ospedaliera nelle ultime settimane, alcune riflessioni sulla quarantena vissuta dai bambini sono dovute, soprattutto ora che la cosiddetta “fase due” è stata avviata.

Dallo scoppio della pandemia, tra tutte le categorie sociali quella dei minorenni, bambini e ragazzi, è stata di sicuro la più penalizzata e forse si potrebbe dire la più dimenticata.

Alla luce dei primi casi positivi di coronavirus in Italia, il primo importante provvedimento preso del governo ha riguardato subito loro, tramite la chiusura delle scuole: lo scorso 24 febbraio le scuole di ogni ordine e grado sono state chiuse, inizialmente lasciando presupporre che la chiusura fosse temporanea, poi rinviando la riapertura a data da destinarsi (oggi si dice che forse avverrà a settembre). La riapertura delle scuole a settembre potrebbe non essere nemmeno completa e si sta ipotizzando una “didattica di tipo misto”, proseguendo quindi almeno parzialmente con la didattica a distanza che, superate le difficoltà iniziali, sembra oggi stia avendo un buon riscontro (per lo meno dal punto di vista tecnico).

Mentre tutte le attività riaprono dunque, le scuole restano chiuse fino a data da destinarsi. Unica concessione: il colloquio orale di maturità. Ma cosa rappresenta di fatto questa lunga chiusura scolastica per i più piccoli? 

La chiusura delle scuole è stata repentina, senza preavvisi. Da un giorno all’altro sono state interrotte attività scolastiche, sportive, musicali, senza alcun tipo di eccezione. Per i più piccoli la fase 1 è stata una quarantena totale.

Ricordiamo che per i ragazzi non valeva la “scappatoia” che abbiamo potuto utilizzare noi adulti di andare a fare la spesa, andare in farmacia, andare a passeggio con il cane o anche andare al lavoro. Pensiamo allo stress vissuto da chi vive in una casa piccola e non aveva la possibilità di uscire nemmeno in un piccolo giardino o su un terrazzo. Anche se sono passate poche settimane e tutto questo sembra ormai molto lontano, per affermare che “l’Italia non è un Paese per bambini” si deve ripercorrere ogni passo in cui i bambini sono stati lasciati per ultimi.

In due mesi di quarantena l’unica concessione data ai ragazzi è stata quella delle passeggiate in prossimità della propria abitazione in compagnia di un genitore (circolare emessa dal Viminale lo scorso 31 marzo), che è stata poi prontamente bloccata da alcune regioni, come Regione Lombardia che il 31 marzo si trovava ancora nel pieno dell’emergenza. 

Ironico pensare che nel corso della sofferta fase 1 siano state date più tutele quasi agli animali domestici che ai bambini (l’ora d’aria non è forse necessaria per la salute psicologica di ciascuno di noi?).

Oggi, in fase di ripartenza, mentre pian piano ci riappropriamo della nostra quotidianità, senza sentire più l’obbligo di doverci fare il pane da soli e con la facoltà di poter andare finalmente dal parrucchiere, la scuola è chiusa. Tra pochi giorni le palestre riapriranno e le scuole no, neppure per gli esami (fatta eccezione per la maturità, ridotta ad un colloquio).

In un contesto come questo, è impossibile ora considerare il perdurare della chiusura delle scuole (asili nido e materne compresi) come positivo per chi lo stia vivendo, anche se l’anno scolastico si sta ormai per concludere.

Tralasciando opinioni personali sull’effettiva efficacia della chiusura delle scuole nel corso della fase 2 per tenere bassi i contagi, dato che chi scrive non è un esperto di gestione della salute pubblica, il punto su cui si vuole porre l’attenzione è il valore della scuola: il valore della scuola non è solamente formativo, ma anche educativo, soprattutto per quanto riguarda la scuola primaria e quella dell’infanzia, la più sottovalutata perché “non si impara niente”. 

A scuola i ragazzi imparano a confrontarsi con i compagni, sia in maniera “positiva”, come nel giocare insieme o nell’aiutarsi con i compiti, sia in maniera “negativa” come nel litigio, momento importante in cui si impara a stare con gli altri. L’incontro con i coetanei è uno degli aspetti più importante dell’esperienza di un bambino fin dall’età prescolare, portando a una nuova esplorazione dei sentimenti e alla partecipazione ad azioni sociali elaborate, che diventano poi fonti di sviluppo cognitivo.Le relazioni tra pari aiutano a costruire un’identità, promuovono l’autostima e i comportamenti prosociali, permettono lo sviluppo di valori e norme sociali condivise.

A scuola s’impara letteralmente a socializzareNessuna attività a distanza potrà mai sostituire questo tipo di apprendimento “in presenza”. 

Senza nulla togliere alla didattica a distanza, che sembra stia riscuotendo un successo al punto da poter potenzialmente rivoluzionare l’intero sistema scolastico, questo nuovo sistema di apprendimento risulta inevitabilmente penalizzante per alcune categorie di ragazzi.

Alcuni contesti familiari sono inadatti allo svolgimento di un’attività didattica regolare: per la mancanza di uno spazio dove studiare, per l’impossibilità di avere assistenza nello svolgimento dei compiti da parte dei genitori perché al lavoro o non madrelingua italiana, per la mancanza di assistenza anche informatica nell’utilizzo delle piattaforme online (i bambini piccoli non sono indipendenti nell’uso del computer) e infine per  la mancanza di mezzi telematici adatti per seguire la didattica (questo ultimo punto in realtà è in progressivo miglioramento grazie all’introduzione di pc e tablet in comodato da parte di scuole e enti pubblici).

Chi non riesce a studiare in autonomia o non ha possibilità di essere seguito da genitori o fratelli rimarrà indietro e chi già aveva difficoltà a seguire le lezioni prima della chiusura delle scuole rimarrà ulteriormente indietro. Pensiamo poi quanto questa interruzione possa pesare sullo sviluppo dei ragazzi che avrebbero diritto a essere seguiti da un’insegnante di sostegno e/o affiancati da un educatore (i famosi DSA, BES, H). 

Potranno i divari di apprendimento che si stanno aprendo in queste settimane essere colmati alla (forse) riapertura di settembre?

Il diritto all’istruzione è un diritto fondamentale sancito dalla nostra Costituzione (art. 34), come quello alla salute. Continuiamo a tutelare gli anziani, ma non dimentichiamoci dei più piccoli.


Monica Corti – Assegnista di ricerca al Politecnico di Milano, circolo Pd Lecco

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