martedì 22 Settembre 2020

Ora il compito del PD è arginare il disagio sociale
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Ha senso nel dopo pandemia, anzi quando la pandemia c’è ancora ed è solo sotto controllo, parlare di riforma dei partiti? Ha senso ricordare quell’articolo 49 della Costituzione che ancora dobbiamo veramente mettere in pratica? Ha senso ripensare a come dare senso a organizzazioni come le abbiamo conosciute negli ultimi 20 anni? Credo proprio di sì e per molte ragioni.

L’ultima volta che abbiamo ragionato di partito, del nostro Partito, il Partito Democratico, è stato a novembre a Bologna. Da lì era uscito un messaggio giusto e rassicurante: solo con un partito forte e rinnovato in cui ognuno si sente partecipe, è possibile scrivere “tutta un’altra storia”. E in quella occasione erano state approvate le importanti riforme dello Statuto del PD, messe a punto dal gruppo di lavoro coordinato da Maurizio Martina.

Certo, non potevamo sapere che quella storia da febbraio l’avrebbe scritta qualcun altro. Un nemico sconosciuto, un orribile virus che ha fermato il paese e il mondo intero, bloccato l’economia, costretto a rivedere programmi, progetti e, alla fine o fin dall’inizio, anche noi stessi: chiunque abbia responsabilità politiche, chi ricopre un ruolo istituzionale, chi ha a cuore le sorti del paese e della democrazia.
Ripensare la politica e anche le sue forme, gli strumenti a disposizione. Nel lockdown non siamo stati fermi e da quell’esperienza dobbiamo ripartire per progettare un nuovo partito: un luogo dove la rete abbia sempre più spazio, ma che non tralasci il contatto vero tra le persone, le assemblee, le riunioni, dove avverti meglio il clima, le difficoltà, gli apprezzamenti. La rete ovviamente avrà sempre più spazio per la comunicazione (bene in questo senso le linee guida fornite dal documento messo a punto da Stefano Vaccari, prezioso vademecum con cui lavorare ogni giorno per veicolare messaggi, idee, parole d’ordine…) e per la consultazione degli iscritti: rapidità e capillarità sono i due atout a cui non possiamo, né dobbiamo rinunciare. Dovremo finalmente sperimentare occasioni per conoscere il pensiero degli iscritti sulle grandi scelte programmatiche, anche valutando come utilizzare per questo la rete.

Però la crisi Covid ci ha anche mostrato che le forme tradizionali della politica hanno un senso e una storia che nel nostro partito vengono da lontano: i “volontari democratici” durante i mesi più duri hanno assicurato servizi di emergenza e assistenza lì dove le istituzioni rischiavano di non farcela, hanno portato medicinali e alimentari a persone sole e in difficoltà, hanno usato la “rete delle relazioni” di partito per raggiungere chi era troppo isolato.

Quell’esperienza non va archiviata come buona azione: deve diventare una cifra del nuovo partito, di un partito dove le persone, le loro preoccupazioni, le esigenze e le paure sono un tratto collettivo. Le sedi del Pd in questo senso possono essere messe a disposizione dell’associazionismo e del mondo del volontariato. È questo che vogliamo dire quando diciamo apriamoci ad altri soggetti: ecco, cominciamo a ospitarli in casa nostra se hanno problemi dove stare.

I partiti come soggetti collettivi di fronte alla crisi hanno reagito meglio: il Pd in particolare, ha tenuto il fronte più politico intorno al Governo e nella società come canale forte di comunicazione tra i cittadini e le istituzioni, cioè ha adempito a quel ruolo di mediazione, di tenuta sociale che è la sua essenza.
Ma è la ripartenza la sfida vera: bisogna ricostruire il futuro, rispondere ai problemi già identificati – disuguaglianze, cambiamento climatico, riforma del welfare, sanità, solo per citare alcuni temi – nel nuovo contesto in cui l’imperativo, per molti, è purtroppo la sopravvivenza economica.

Facciamo in modo che si discuta su come e dove indirizzare la ripresa, come usare i molti finanziamenti messi a disposizione del governo e dall’Europa, come rendere vivo un nuovo modello di sviluppo più rispettoso e sostenibile. Diamo la parola agli iscritti, ma anche a tutti quei mondi che girano intorno al Partito Democratico. Rimane l’unica forza politica fortemente strutturata nella società: che la sua visione diventi un contributo prezioso per andare avanti.

Ci aspettano mesi difficili: le preoccupazioni economiche potrebbero lasciare spazio a forme di malcontento e insofferenza sociale anche forte. Per questo occorre un partito in grado di organizzare quel disagio. “Cosa manca alla protesta?” si chiedeva giorni fa il politologo americano Michael Walzer a proposito della rabbia esplosa nelle ultime settimane negli Usa. La risposta è: organizzare, gestire il consenso intorno a una battaglia che riguarda molti, parlare alla testa e al cuore di ceti diversi. Tutte cose che in Italia abbiamo sperimentato negli anni del terrorismo, delle grandi tragedie nazionali…e che ora tornano utili.

Andrea De Maria è coordinatore nazionale di Fianco a Fianco

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