lunedì 28 Settembre 2020

Gli esami di Stato sono ancora al passo con i nostri tempi?
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Gli esami abilitanti l’esercizio delle professioni, o più brevemente definiti “esami di stato”, sono al centro di una vasta riflessione che interessa trasversalmente l’Italia, gli ordini, i giovani e la politica.

La domanda che ci si pone è: ha ancora senso una abilitazione costosa, complessa, introdotta un secolo fa e, in alcuni casi, immutata da decenni? Cerchiamo di capirlo insieme.

Nei giorni scorsi il tema delle laurea abilitante ha spinto a scendere in piazza tantissimi neolaureati: perché?

Il covid-19 ha generato una spinta di rinnovamento, di riflessione e di evoluzione non indifferente nel nostro Paese. Un Paese purtroppo abituato a relegare queste tre azioni solo ai momenti emergenziali.

Il caso più celebre è quello della laurea in Medicina e Chirurgia che, per far fronte all’epidemia, è stata resa, de facto, abilitante all’esercizio della professione dallo scorso marzo: una cosa che i sindacati studenteschi chiedevano da ben quattro anni. Sull’onda di Medicina, molte altre figure professionali come farmacisti, biologi, psicologi si sono mobilitati chiedendo alla politica di dare risposte alla aumentata necessità di queste figure, alla pericolosità di un esame svolto di presenza e allo scenario economico che viviamo andando ad agire sul sistema di abilitazione.

Da alcuni mesi a questa parte singoli esponenti di alcuni partiti (M5S, FdI, Lega) hanno tentato, con una fantasiosissima varietà di strumenti, di dar voce a queste istanze, senza sortire alcun risultato all’infuori della creazione di inutili aspettative e mal riposte speranze in migliaia di giovani. Il Ministro Manfredi, dal canto suo, sulla possibilità di rendere abilitante la laurea ha preferito mantenere un basso profilo senza mai dare una spiegazione netta, chiara e definita mentre, tramite decreto, ha parallelamente reso tutti gli esami telematici. La frustrazione è naturalmente quindi montata e ha portato giovani ragazze e ragazzi, tra poco giovani farmacisti, a chiedere nelle piazze ascolto e risposte.

Tante perplessità

Prendiamo come esempio l’esame per la professione di farmacista: le perplessità accumulate sull’esame di stato nelle riflessioni degli ultimi mesi sono moltissime. È un esame che, essendo immutato da 50 anni, chiede ai suoi candidati desueti saggi di analisi chimica e non tocca ad esempio la chimica computazionale. È un esame tenuto da una commissione composta dagli stessi docenti che, pochi mesi prima, hanno valutato lo stesso candidato, allora studente, sulle medesime conoscenze e competenze. È un esame che costringe i candidati ad aspettare che giunga la prima sessione utile, a volte per mesi, senza poter lavorare. È un esame che, costando centinaia di euro (ai quali si aggiungono tasse nazionali e regionali), risulta essere particolarmente proibitivo per chi ha appena finito un ciclo di studi e magari ha dovuto aspettare mesi senza lavorare. È infine un esame che due volte l’anno, per alcune settimane, costringe i docenti che si prestano ad essere commissari a non curare i loro impegni istituzionali, di ricerca e di didattica con le annesse problematiche.

Facciamo un passo indietro

Ora però facciamo un passo indietro e scattiamo una fotografia della situazione attuale e per farlo, prendiamo come esempio ancora la professione di Farmacista. La storia di questa abilitazione ha radici straordinariamente molto profonde: nel 1934, con un Regio Decreto, si vietava l’esercizio della professione a chi non fosse abilitato mentre 23 anni più tardi, nell’art. 33 della Costituzione, si sanciva che fosse “prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini […] e per l’abilitazione all’esercizio professionale”. L’esame e la modalità di svolgimento odierne infine non sono molto più recenti in quanto risalgono una Legge del 1957 che, da allora, rende necessario il superamento di cinque prove (una scritta, tre pratiche e una orale) per l’abilitazione all’esercizio della professione di farmacista.

Ma perchè fare un esame?

Per rispondere a questa domanda è necessario uscire dalla struttura universitaria del presente e pensare che, dalla prima metà del secolo scorso fino a qualche decennio fa, i percorsi di studio risultavano spesso disomogenei e solo recentemente si è proceduto, tramite una complessa serie di riforme del sistema universitario, ad incrementare considerevolmente il grado di omogeneità della formazione sul territorio nazionale. Basti pensare ad esempio all’introduzione dei Settori Scientifico Disciplinari nel ‘90, alla definizione delle Classi di Laurea col DM 509 del ‘99 o del DM 270 del 2004: tutte normative molto conosciute per gli addetti ai lavori. Le generazioni passate avevano quindi l’esigenza fondamentale di assicurarsi un adeguato livello di omogeneità della preparazione di coloro che esercitavano particolari professioni e perciò decisero di fare un controllo a valle tramite l’esame di stato. In sostanza non ci si poteva permettere che un farmacista non avesse mai studiato cosa fosse un’aspirina come che un medico non conoscesse la fisiologia del polmone.

Oggi però che l’omogeneità, tra ordinamenti, regolamenti, settori e crediti è adeguatamente assicurata a monte, ha ancora senso esercitare anche un controllo ex post?

Tra un mese, nel caldo luglio italiano, migliaia di neolaureati si connetteranno dai loro dispositivi con connessioni non sempre eccelse e, previo il pagamento di una tassa ingiustificatamente non ridimensionata, daranno prova di ricordare quanto imparato in tanti anni in un esame di pochi minuti. Ciò dopo un’attesa di mesi e dopo che la politica non ha dato né risposte né soluzioni ma solo vane speranze.

E tempo di comprendere che la formazione non è solo scuola ma anche università, è tempo di capire che l’esame di maturità non è l’unico tema scottante, è tempo di costruire una seria riflessione politica sul tema del passaggio da università a professione così da affrontare la questione una volta per tutte.

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