lunedì 28 Settembre 2020

Subito proposte serie e definitive per la parità di genere
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È evidente che una prima semplicistica lettura circolata all’inizio della fase dell’emergenza sanitaria, secondo cui il virus colpisce o ha la possibilità di colpire tutti allo stesso modo, fosse del tutto superficiale e sbagliata. Perché è stato da subito evidente che la pandemia avrebbe innescato una crisi economica, e delle crisi economiche i primi a subire gli effetti sono sempre i più deboli.

Soprattutto in un mondo per scelta profondamente diseguale, così come il rigore analitico di Thomas Piketty ci riconferma con il suo ultimo “Capitale e ideologia” (continuazione del “Capitale del XXI secolo” del 2013). Per questo in un Paese come il nostro, ancora arretrato per quanto riguarda la cultura e gli strumenti necessari a rendere effettiva l’eguaglianza di genere, anche la condizione delle donne non può che risultare aggravata dal collasso pandemico.

Nello specifico, la segregazione domestica è stata maggiormente patita da chi non ha avuto a disposizione nelle proprie case un ambiente confortevole e soprattutto sicuro. Perciò, sono aumentate le segnalazioni di violenza domestica, che è nella quasi totalità violenza sulle donne. E prevedibilmente molte segnalazioni non sono state possibili perché soffocate dalla violenza stessa. Insomma, laddove si è avverata la condizione limite di cancellazione dello spazio pubblico (perché le misure necessariamente proibivano di fruirne), si è aggravata la condizione di quelli che per più ragioni sono più vulnerabili. 

Altre indicazioni sono venute dal cosiddetto smart working, che ha costituito uno strumento di emergenza laddove ha consentito la sopravvivenza di servizi e produzioni e di attività lavorative. Il punto è che lo smart working per come lo abbiamo conosciuto non è smart; non è un caso che a valle di un incontro con i sindacati il Governo abbia proprio su questo fronte riconosciuto l’esigenza di intervento complessivo.

Un intervento urgente perché, come sempre accade, in assenza di regolamentazioni a patire le disfunzioni sono sempre i più fragili, che sono ad esempio i lavoratori meno tutelati che non hanno la possibilità di esercitare un ancora teorico “diritto alla disconnessione”; e chi non ha la possibilità di avvalersi, per quantità e qualità, di strumenti di connessione adeguata. In questo quadro l’emergenza ha evidenziato e aggravato tutti gli svantaggi della condizione lavorativa delle donne, fortemente intrecciata con quelli che derivano dalla loro condizione sociale.

A partire dai carichi aumentati a causa dell’interruzione delle attività didattiche in presenza, e quindi a causa dell’obbligo di lavorare a stretto contatto con i figli da seguire e accudire. Un compito che, alla luce di tutti dati, ancora pesa sulle donne molto più che sugli uomini, in un rapporto di tre ad uno. 

Occorre quindi prendere coscienza che la condizione delle donne nel nostro Paese è una ferita aperta, disvelata ed aggravata dal Covid. Nelle proposte di rinascita, in elaborazione proprio in questi giorni, essa deve essere prioritaria, avere considerazione e soluzioni, organiche e non parziali; interventi che in estrema sintesi promuovano la mancata parità, in tutti gli ambiti, da quello lavorativo per arrivare a quello domestico e familiare.

Non un ritorno alla precedente normalità, come qualcuno propone, ma un’altra normalità che prenda di petto tutta la disuguaglianza di genere che abbiamo accumulato e per troppo tempo colpevolmente sottovalutato. Finalmente risorse, programmi, riorganizzazione dei servizi, politiche urbanistiche e deciso investimento in consapevolezza culturale. Perché il primo, forse più importante, passo in avanti che occorre fare è la comprensione che la condizione femminile non riguarda solo le donne, ma tutti. Questo è un terreno di lavoro prioritario per le forze politiche progressiste.

Domenica 21 giugno parleremo di questo con la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, in diretta dalle 15 su Facebook. Con lei muoveremo dal libro “Invisibili” di Caroline Criado Perez: un’opera che giustamente il Guardian ha definito magistrale e che raccoglie una quantità enorme di dati su una delle disparità più profonde, quella di genere, che permane nel nostro tempo e che, non a caso, tutti i sovranismi machisti leggono al contrario, con la paura di perdere le prerogative del maschio bianco occidentale. Perché riconoscere questa disparità in tutta la sua ampiezza e gravità è esattamente il primo passo verso l’emancipazione da essa.


Michele Fina è segretario Pd Abruzzo e direttore TES

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