giovedì 2 Luglio 2020

Salvate lo spettacolo dal vivo, storia degli invisibili dell’arte
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Molto ci si interroga in queste settimane su come e quando si riprenderanno a svolgere gli spettacoli dal vivo e se i Dpcm che hanno disciplinato la fase 2 di questo settore siano sufficienti a garantirne la piena preservazione. Non si tratta solo dei concerti live – come quello del 1° maggio di cui tutti abbiamo avvertito l’assenza – ma di un intero mondo che esporta cultura da sempre proprio dal nostro Paese. A titolo meramente esemplificativo ne citerò alcuni: le Opere dell’Arena di Verona, il Festival di teatro “dei 2 Mondi” di Spoleto, il Festival della Notte della Taranta, la stagione dell’Istituto Nazionale del Dramma antico del Teatro Greco di Siracusa, la Stagione di Caracalla a Roma, il Festival degli artisti di strada, il Buskers Festival a Ferrara, il Festival Internazionale del Teatro a Venezia, e tanti altri.

La categoria dello spettacolo dal vivo raggruppa sotto questo nome un mondo. Lo diamo per scontato in quanto endemico, già presente. Dai grandi eventi, ai piccoli spettacoli, dalle importanti e suggestive location alle tante sagre di paese o feste e ricorrenze locali che ospitano gruppi folk a suonare, band indipendenti, dj per far ballare. Il nostro è un paese che le piazze le ha inventate e le ha sempre vissute come luoghi di aggregazione e identità sociale. Dunque, limitare lo spettacolo dal vivo genera smarrimento e insicurezza sociale. Dalla festa di paese all’Opera lirica con spettatori giapponesi, americani, russi disposti a pagare anche 200€ a biglietto, senza considerare l’enorme indotto economico che queste attività producono. Lungi dal dover giustificarne l’esistenza in relazione alla mera utilità monetaria, è importante sottolineare che lo spettacolo dal vivo tiene in vita il Paese, lo rende attivo e partecipe.  Il settore della cultura è un mondo dalle mille sfaccettature, che allieta, fa divertire, soprattutto dà un senso alle nostre vite, ci aiuta a pensare, ci emoziona, spesso ci commuove, crea empatia, immedesimazione, genera emancipazione sociale, dà speranza.

Per questo oggi è importante garantire agli invisibili della cultura in Italia la certezza di esserci ancora e – quando le norme lo permetteranno – di tornare alla piena occupazione, evitando fermamente di dichiarare il default per la totale mancanza di ammortizzatori sociali per il settore.

Venerdì scorso a Bologna la Slc-Cgil ha mobilitato in piazza Maggiore per la prima volta una serie di categorie professionali, mai state rappresentate. Sabato la stessa cosa è accaduta a Milano con Festa della Musica in silenzio, flash mob artisti in piazza Duomo. Categorie invisibili che hanno bisogno di far sentire la loro voce. Un flash mob molto intenso: ai microfoni i danzatori, gli attori, i cantanti delle Cover band, i tecnici, le sarte hanno raccontato di un substrato di lavoratori, di centinaia di migliaia di donne e uomini che non hanno mai visto riconosciuto il loro ruolo, la loro professione. Come se recitare in un film o suonare in un’orchestra fosse un privilegio, a volte anche difficile da riconoscere. Sono diffusi ormai i casi in cui cooperative musicali di giovani musicisti non riconoscono le paghe base agli orchestrali, dove i contratti per il pagamento di attori, registi, sceneggiatori si riducono a strette di mano a buon rendere e le band pagate in nero e sempre al ribasso dai locali. Nella migliore delle ipotesi, in cui è prevista la scritturazione dell’artista, si tratta di contatti intermittenti per pochi giorni.

Un mondo che barcolla, tra l’ultra-precariato, il nero sommerso se non addirittura il volontariato, che in quanto a dignità e rispetto dei valori base del lavoro è simile – seppur con i dovuti distinguo – ai Riders della Gig Economy, o allo sfruttamento dell’immigrazione nell’agricoltura.

Quello che lascia esterrefatti però è la totale assenza delle istituzioni e della pubblica governance nelle dinamiche contrattuali e normative presenti nel settore. Il problema più grande è riscontrabile nel riconoscimento del valore “pubblico” sociale e culturale delle realtà produttrici e il relativo sostegno economico e logistico. Spesso, infatti, le imprese culturali in Italia non hanno risorse in grado di garantite un’occupazione più o meno stabile agli artisti. Questo costituisce un problema annoso, dovuto alla ormai decennale miopia della politica italiana nel settore. Spesso il Mibact stesso è considerato un ministero minore, con un budget spesa non paragonabile agli altri ministeri e soprattutto agli altri Paesi, che investono in cultura cifre dalle 5 alle 10 volte superiori. Questo è grave! E si riflette a pieno nelle parole di chi ci governa: è il senso comune con cui la politica legge il settore.

D’altro canto, anche le associazioni di categoria sono flebili e non riescono/vogliono farsi sentire, più che altro perché non sono pienamente indipendenti e spesso esse stesse sono frutto di nomine politiche. A parte qualche guizzo di Agis e del suo presidente, che recentemente ha incontrato Conte agli stati generali, le altre associazioni – dall’Anfols, all’Anesv a Assomusica – non si sono distinte per posizioni chiare; inoltre i sindacati stessi, a parte alcune recenti iniziative della Cgil, fanno fatica a entrare in un mondo liquido e fortemente precariato come questo, dove spesso l’occupazione principale degli artisti non è quella dell’attore, del regista, del danzatore, ma il secondo lavoro (spesso barista e cameriere).

Per tali ragioni uno dei settori più importanti – non solo economicamente – del Paese è preda di un meccanismo di dissoluzione che si prefigura inesorabile e definitivo per decine di migliaia di persone. Molti operatori, lavorando con un reddito sul day by day, senza alcuna garanzia di ammonizzazione sociale, dopo infinite tempistiche di lockdodwn, sono stati i primi a risentirne, saranno gli ultimi ad uscirne; dovranno definitivamente strappare i loro sogni e le loro ambizioni dai cassetti, rassegnandosi a dover fare altro. Le ricadute professionalizzanti sul sistema saranno ovviamente molto gravi, perché nello spettacolo dal vivo la materia prima è l’artista e se gli artisti vengono meno ci si affida all’improvvisazione, con conseguente perdita di qualità.

In piazza venerdì hanno chiesto per l’ennesima volta e a gran voce “il reddito di continuità”, ovvero quello che un tempo si chiamava assegno di disoccupazione ordinaria, cioè quello che tutti i lavoratori italiani hanno e dal quale invece gli artisti sono esclusi. Sembra assurdo, ma è così. Se un artista, lavorando 100 giornate potesse avere diritto a un assegno di disoccupazione in quota parte (30%)  per le altre 250, questo genererebbe continuità nel lavoro e aumenterebbe la qualità della produzione. I settori dello spettacolo dal vivo ne sarebbero quindi potenziati. Su questo punto dovrebbe seriamente interrogarsi il Ministero del Lavoro.

Il Mibact dovrebbe forse fare un normale esercizio di stile: si chiamano benchmark e servono per monitorare cosa fanno gli altri concorrenti simili. Non per forza per replicarli (che non sarebbe poi così sbagliato), ma almeno per capire su che risorse viaggiano Germania e Francia, quali investimenti fanno e come trattano le loro eccellenze artistiche. Allinearsi a questi due Paesi renderebbe l’Italia probabilmente egemone sul piano culturale. Per certi versi l’Italia gode di un riconoscimento universalmente riconosciuto nel settore, pur usufruendo di un quarto delle risorse e precarizzando. La Cultura del nostro Paese è il bene amteriale e immateriale più importante che abbiamo e che i nostri padri, le nostre madri, nonni e nonne, ci hanno affidato con tanta cura per preservarla per i nostri figli.

Quindi quando sentiamo Aretha Franklin cantare il “Nessun dorma” alla Casa Bianca o Bella Ciao chiudere la scena finale della Casa de Papel ricordiamoci certamente del Puccini nazionale della Turandot, dello sconosciuto sugli Appennini che ha pensato l’inno partigiano, ma anche di tutto ciò che c’è in mezzo, di chi lo sostiene con il lavoro quotidiano che deve essere garantito,  preservato e trasmesso per la responsabilità che abbiamo verso chi l’arte l’ha creata!

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