mercoledì 30 Settembre 2020

Discutere seriamente di vaccino e farmaci, mettendo da parte ideologia e demagogia
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Che il web sia colmo di zelanti soggetti che dispensano opinioni spesso senza assicurarsi di avere le conoscenze di base adeguate non è un mistero. Non fa eccezione questo tempo in cui la ricerca di un vaccino e di cure al covid-19 inizia a produrre qualche frutto e c’è chi si scaglia con ripetitive retoriche demagogiche sui prezzi fissati dalle aziende farmaceutiche. E a tal proposito, se quanto affermato dal Ministro Speranza circa l’acquisto dei vaccini a costo di produzione trova riscontro nei fatti, è un atto di generosità imprenditoriale che sarebbe sbagliato sottovalutare.

La demonizzazione del settore farmaceutico

Partiamo da un dato di fatto: nell’immaginario comune le aziende farmaceutiche rappresentano un settore industriale malsano, volto a ricavare enormi profitti facendo leva sulla salute delle persone malate e talvolta anche sadico in relazione ai metodi di sperimentazione che utilizza. Questa è una visione distorta, frutto di un lungo stratificarsi di eventi, dicerie e inesattezze che hanno portato uno dei settori più importanti per il perseguimento del benessere della società ad una demonizzazione unica nel suo genere.

Tralasciando il tema della sperimentazione che meriterebbe una trattazione a parte, proviamo a fare prima di tutto chiarezza su come un farmaco nasca, così da comprendere davvero se la scatolina che compriamo in farmacia abbia vissuto una genesi dissimile o meno da un iPhone o da una Fiat Panda o da un abito di Armani.

Ma come nasce un farmaco?

Nel mondo farmaceutico quasi sempre tutto nasce da un’intuizione: da quella si parte con studi di farmacologia, di chimica-farmaceutica e con simulazioni computazionali. Ottenuto un pool di molecole che potenzialmente possono curare la malattia, gli sforzi dei ricercatori sono volti a scartare tutte quelle che risultano instabili e che su test in vitro o in vivo dimostrano risultati insufficienti o riscontrano livelli di tossicità inaccettabili. Dopo 5 anni dall’intuizione iniziale i ricercatori che erano partiti con migliaia di molecole papabili, concludono la fase preclinica avendo un numero di molecole realmente utilizzabili che si conta sulle dita d’una mano. Questo ristretto numero di principi attivi viene testato quindi sull’uomo per circa 6 anni: prima su pochissimi volontari sani, poi su qualche centinaia di pazienti e poi su alcune migliaia.

Alla fine di un iter lungo circa 12 anni, l’azienda ha investito in media 2,5 MILIARDI di dollari (fonte: Tufts Center for the Study of Drug Development) per spese di personale, strutture, strumenti, etc. Un investimento che non di rado va completamente in fumo perchè gli studi evidenziano che nessuna delle molecole selezionate è adeguatamente efficace e sicura (instabilità, scarsa biodisponibilità, tossicità epatica/renale, cancerogenicità, teratogenicità).

Il vaccino per il coronavirus

Nel caso del vaccino per il covid-19 l’iter è per alcuni tratti peculiare: si discosta di poco dal generico iter di sviluppo dei farmaci e, per la sua urgenza, vede tempistiche ridotte, sforzi maggiori e partnership particolari in uno scenario globale molto diversificato: il vaccino prenotato dal Ministero della Salute per 400mln di dosi, ad esempio, viene sviluppato dall’Università di Oxford con l’azienda AstraZaneca; in contemporanea in Cina l’azienda semi-statale Sinopharm ha dichiarato di aver ottenuto risultati promettenti sui test di un altro vaccino e, per ora, non si hanno aggiornamenti dalla alleanza Sanofi-GSK.

Quanto accade è figlio del sistema economico in cui ci troviamo

Come dicevamo all’inizio, per alcuni versi un farmaco non è dissimile da uno smartphone, da un’automobile o da un capo di abbigliamento: in tutti i casi dietro le quinte del prodotto finito c’è un considerevole – e talvolta sottostimato – sforzo inventivo, scientifico, creativo. Uno sforzo che ha comportato dei costi e dei rischi che, in un sistema economico come il nostro, vengono remunerati. Una differenza però insiste tra questi casi: nell’azienda farmaceutica, il rischio legato allo sviluppo di un farmaco che poi si rivela condurre a un vicolo cieco, comporta perdite di investimenti alte come in pochissimi altri campi. Da qui la necessità per il settore di avere alle spalle capitali adeguati e proporzionali profitti per affrontare qualsiasi evenienza. Capitali e profitti che, per inciso, anche le industrie automobilistiche e della moda prima citate come esempi hanno in maniera non trascurabile.

Sforzi per arginare l’impreparazione

Alla luce di tutto ciò, la notizia della promessa di un’azienda farmaceutica di produrre e vendere il vaccino per il coronavirus a prezzo di costo non è qualcosa dinanzi alla quale fare spallucce e dire tra sé e sé “era il minimo”. Lo sforzo economico e finanziario che numerosissimi centri di ricerca, filantropi e aziende farmaceutiche stanno facendo in questa fase non và dato per scontato ma, anzi, credo vada apprezzato e incoraggiato perché è uno sforzo non dovuto che nasce come risposta all’impreparazione degli stati e dell’economia a uno tsunami come quello generato dal covid-19.

Primo spunto: iniziamo a discutere di distribuzione

Stabilito quanto sia necessario analizzare la situazione in maniera critica e senza demonizzazioni, il prossimo passo deve affrontare un tema etico e politico davvero cruciale: la distribuzione dei vaccini tra le varie nazioni deve trascendere il potere economico di ogni singolo stato. Le aziende produrranno il vaccino e lo venderanno al prezzo di costo ma, se non vi sarà una spartizione ponderata, il rischio è che molte aree del pianeta ne rimangano escluse. Questo è inaccettabile e miope in un contesto come l’attuale in cui il virus ci ha – o ci dovrebbe aver – insegnato che non esistono confini e giurisdizioni.

Secondo spunto: iniziamo a discutere di ricerca pubblica

In ultima analisi, forse, prima di aspettarsi dai privati minori profitti e criticarli qualora li facciano in maniera copiosa, potrebbe essere sensato investire seriamente e considerevolmente nella ricerca pubblica e libera come ad esempio quella universitaria così da emanciparsi dai meccanismi legati ai soggetti economici privati e non dover da essi dipendere. Questa è un tema serio, non demagogico, non populista che chi è sinistra dovrebbe avere il coraggio di porre sempre con più forza nel dibattito politico.

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