venerdì 3 Luglio 2020

“Ascoltare, non educare. Spalanchiamo le porte alle ragazze”. Conversazione con Cecilia D’Elia
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Lucana di origini, romana di adozione. Laureata in filosofia, femminista e politica impegnata sul fronte delle pari opportunità (e non solo). E’ stata assessora a Roma con Veltroni, vice presidente della Provincia di Roma con Zingaretti ed è fra le fondatrici del movimento “Se non ora quando”. Ecco chi è Cecilia D’Elia, la nuova portavoce della Conferenza delle donne, un organo politico che era stato messo in stand by nel lontano 2013 e che ora torna protagonista. Parte con il piede giusto ed ‘agguerrito’, potendo contare già su 8mila iscritte, non solo tra le donne del Pd ma anche, e non è un fattore secondario, anche tra le non tesserate. Perché la buona politica, ci tiene a precisare D’Elia, “si fa solo se si è ben radicati nella società”.

A cosa servirà la rinnovata e ritrovata Conferenza delle donne?

Innanzitutto, ci siamo dette chiaramente, che non può, e non deve essere, il luogo per una semplice riorganizzazione interna al Pd, ma ha l’obiettivo, ben più ambizioso, di essere un luogo autonomo e di frontiera con la società. E’ un posto che deve parlare alle donne e deve anche saperle ascoltare per riuscire a mettere in comune una piattaforma condivisa. In questo momento di ripartenza, infatti, dopo la crisi sanitaria, ci sono tante proposte e competenze che possono arrivare a sintesi per costruire, insieme, un’agenda di cambiamento, non solo per le donne, ma per l’Italia. E’ un’opportunità che non possiamo farci scappare per cambiare tutto.

La crisi ha fatto esplodere dei problemi che erano già presenti ed incancreniti nella società. Come fare per cambiare?

Il nostro è un Paese che non si è mai adeguato al protagonismo delle donne. Ha chiesto loro grandi sacrifici, scarica su di loro il carico materiale e mentale della gran parte del lavoro di cura e domestico ma non riconosce le loro competenze. Diventare madre in Italia poi è davvero complicato, nonostante la tanta retorica sull’argomento. In tempo di crisi economica e sociale è quindi necessario stare molto attenti al rischio, concreto, di progettare una ripartenza che scarichi ancora di più sulle donne il peso della gestione familiare. Non si tratta di tutelare un soggetto debole ma si tratta di riconoscere il loro giusto ruolo: c’è bisogno di un nuovo umanesimo.

In effetti i dati dell’Ispettorato del lavoro, che parla di 37mila donne che hanno lasciato la propria occupazione nel 2019 perché impossibilitate a conciliarla con la vita famigliare, con la maternità, non ci fa bene sperare per il futuro…

I dati sono pre Covid, cosa succederà nel futuro dipende anche da noi. I discorsi che si cominciano a fare, ad esempio, sullo smart working come modello di conciliazione per le donne e famiglia non mi convincono. Oggi ci vuole una grande riforma delle politiche di welfare: investire sui nidi e sui servizi, politiche di condivisioni e di rimodulazione dei congedi e una maggiore responsabilità da parte degli uomini. Gli uomini in Italia devono cambiare approccio alla vita familiare.

L’Italia è un Paese maschilista?

C’è una questione maschile enorme nel nostro Paese che va affrontata. Soltanto qualche giorno fa l’omicidio di due bambini da parte del loro padre, è stato derubricato da alcuni giornali come una questione di ‘separazione difficile’ dalla moglie. Non è accettabile. C’è un discorso pubblico misogino, che non sa riconoscere e convivere con la libertà femminile. Gli uomini sono i primi a doversi sottrarre da questo maschilismo tossico.

Come è cambiato il femminismo ai giorni nostri?

Fra le ragazze di oggi c’è una nuova consapevolezza che si accompagna anche ad una coscienza di un modello di sviluppo sostenibile, attento all’ambiente e al futuro comune. E’ insito in loro una voglia di libertà e di presa di coscienza della propria forza che deve essere sostenuta. Per questo la Conferenza deve spalancare le porte alle nuove generazioni.

All’estero le giovani donne hanno anche raggiunto le vette del potere mentre questo processo in Italia tarda ad arrivare…

Le classi dirigenti italiane, non penso solo alla politica, hanno un enorme problema di autoreferenzialitá. Sono convinta che il Partito democratico, le donne e i giovani siano il motore di una trasformazione necessaria ed è anche questo il compito che ci siamo prefissati nella Conferenza: promuovere una nuova leadership femminile capace di guidare il Paese. E’ una scommessa che facciamo a noi stesse, al Partito democratico e alla società.

Spesso si guarda al nord Europa come modello d’ispirazione per quanto riguarda le pari opportunità e le questioni di genere: è ancora così?

Non si tratta di guardare a un paese modello, ma di abitare lo spazio politico europeo come donne. L’Europa a guida femminile sta cambiando, anche grazie al ruolo svolto da noi italiani, dai democratici italiani. Ci sono già tanti provvedimenti a livello europeo che ci aiutano e segnano la strada da seguire. Dobbiamo essere protagoniste con le altre donne europee e anche con le donne emigrate che vengono in Europa per cercare un futuro migliore. Spesso sono proprio loro che ci permettono di emanciparci prendendosi cura dei nostri cari. Dobbiamo costruire quindi una grande alleanza fra donne europee e nuove cittadine che sia d’ispirazione per tutti.

Insomma il futuro appartiene alle ragazze?

Questo vale sempre. C’è un tema aperto che riguarda le scuole e l’attenzione all’educazione sentimentale. Ma le cose tra le giovani sono cambiate rispetto a qualche anno fa: ci sono tanti movimenti, tanti blogger e tanti collettivi. L’errore che non bisogna fare è quello di cercare di educare queste nuove generazioni, sarebbe meglio ascoltarle.

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2 COMMENTI

  1. La formazione delle donne e degli uomini del futuro inizia dagli anni delle scuole primarie. Migliorare la didattica e adottare un servizio di orientamento scolastico in grado di sostenere lo sviluppo delle qualità umane dei ragazzi in un’ottica paritaria dovrebbe diventare un diritto da garantire a tutt*

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