venerdì 14 Agosto 2020

Perché oggi serve una cultura dell’arte pubblica più accessibile e diffusa
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Il dibattitto intorno al concetto di “arte pubblica” non nasce certo oggi. Da molto tempo e a più riprese artisti, esperti di politiche culturali, investitori e politici si sono confrontati e anche scontrati sulla funzione dell’arte, il perimetro della sua fruizione e, in senso più filosofico, il suo destino.

Oggi però, all’epoca di una crisi globale dovuta a una pandemia che in molte aree del mondo non accenna a rallentare mentre in altre, compresa l’Italia, minaccia di riprendere vigore già in autunno, si sono create le condizioni per superare, dopo averli già messi in discussione, molti vecchi paradigmi e pregiudizi, compresi quelli sul modo di percepire l’arte e di fruirne l’esperienza.

Uno tra questi riguarda il presunto carattere elitario dell’arte in sé. Un carattere che in realtà le viene conferito più spesso dal contesto in cui è calata e dai canali attraverso i quali viene veicolata che dalla sua natura intrinseca. Ecco perché con la forza che deriva dall’esperienza traumatica del lockdown e del distanziamento fisico va sostenuta oggi la spinta per portare l’arte – a esclusione delle opere che ne subirebbero anche involontariamente un danneggiamento materiale – fuori dai musei per riconsegnarla in gran parte alla polis.

“Se il museo vuole prosperare nel XXI secolo – sosteneva già nel 2015, nel suo discorso al Leeum Samsung Museum of Art di Seoul, lo storico direttore della Tate Gallery di Londra Nicholas Serota – non può permettersi di essere solo un luogo di fuga della società. Deve stimolare, provocare e coinvolgere, oltre ad offrire uno spazio per la contemplazione e la consolazione. Deve essere un luogo in cui condividere, un Commonwealth delle idee”.

Se non ora quando? Verrebbe da chiedersi. Far uscire l’arte dall’involucro che la ingessa più che esaltarla, rappresenterebbe infatti il maggior investimento che si possa immaginare per l’arte stessa ma anche per l’involucro. Il museo che si riconnette alla città, che si apre alla città, che ricerca la contaminazione tra spazi interni e spazi esterni, è un museo vivo, vivente e vivibile.

Il che non significa rinunciare alla sua vocazione conservativa ed espositiva, ma allargarne il perimetro per arricchirne l’offerta, il valore e riscoprirne l’utilità pubblica di spazio non solo fisico ma anche sociale, culturale ed emotivo in cui una comunità si incontra, si conosce e si riconosce anche e soprattutto in raccordo con le associazioni, le scuole, le università, i mondi più vicini per intenti ma spesso ancora troppo distanti.

Più il museo, il teatro, l’opera, il balletto sapranno essere inclusivi, aperti al territorio, capaci di uscire fuori dalle proprie mura e scendere apertamente in campo per la ricostruzione di un’identità di luoghi urbani oggi desolatamente spersonalizzati, più l’arte sarà pubblica, democratica, accessibile a tutti e ovunque, maggiore sarà anche la probabilità di avvicinare al museo, al teatro, all’opera, al balletto tradizionalmente intesi, un pubblico diverso, nuovo, spinto dall’esperienza artistica non convenzionale a viverne una anche più “tradizionale”.

Immaginare una programmazione diffusa sul territorio con musei, teatri, auditorium, librerie e associazioni, tutti insieme a ripopolare le nostre strade, i nostri quartieri, decentralizzando la fitta rete di eventi dei nostri centri storici e portando tutto questo fermento nelle tante periferie, diverse e complesse ma, allo stesso tempo, ricche e preziose è ciò che va fatto.

Anche rilanciando e aggiornando esperienze di successo rendendole strutturali e immanenti alla vita quotidiana delle città, dal centro alla periferia e viceversa. Si pensi, ad esempio, allo straordinario successo ottenuto nel 2015 dal SOSE, uno spazio culturale aperto a Roma presso la Stazione ferroviaria di Ottavia, quartiere semiperiferico della Capitale, che l’allora amministrazione municipale di centrosinistra trasformò in un luogo di aggregazione dove centinaia di cittadini si sono riuniti per mostre d’arte, caffè filosofici e gite scolastiche gratuite per i bambini del quartiere – si può e si deve fare in modo strutturale e diffuso.

Ripartire oggi significa riaprire. Non come prima ma meglio di prima. Non basterà rialzare le saracinesche e aspettare che i clienti entrino. Bisognerà portare fuori la “merce”, mostrarla. Così l’arte dovrà andare incontro al pubblico per ricostruire quel senso di fiducia e vicinanza messo fortemente in discussione dal distanziamento sociale, sfidando il vuoto di senso che in questi mesi ha creato solitudini, disuguaglianze, nuove povertà anche educative e culturali.

Da questo punto di vista l’arte e la cultura, tra i principali strumenti di libertà, espressione ed emancipazione dell’essere umano e dei popoli, possono davvero rappresentare il volano di un cambiamento positivo per una crescita più equa, più ricca di valori, di opportunità, in una parola più democratica.


Claudia Daconto fa parte della segreteria del Pd Roma e della Direzione nazionale del Pd. Giulia Di Costanzo fa parte dell’Assemblea nazionale del Pd

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