mercoledì 21 Ottobre 2020

Recovery Fund anche per la scuola: il 15% per sognare in grande
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La sfida cui siamo chiamati per settembre sarà quella di riuscire a ripartire con le attività didattiche in presenza, garantendo sicurezza per tutti e contemporaneamente qualità della didattica per i nostri studenti. Stiamo assistendo purtroppo ad un nuovo aumento dei contagi e questo non deve trovarci impreparati.
È necessario, come scriveva qualche giorno fa la viceministra Anna Ascani, tutelare gli studenti, i docenti, i dirigenti scolastici, il personale ATA attraverso la prevenzione e il controllo.
Test sui lavoratori, sugli studenti, ma anche il ripristino i servizi di medicina scolastica, che erano stati previsti in una norma del 1961, possono aiutare nella riapertura delle scuole in sicurezza.

Dobbiamo dire con chiarezza che la strada è in salita, ma con altrettanta chiarezza bisogna ricordare al Paese un dato incontrovertibile: le difficoltà amplificate certo dalla crisi epocale generata dal covid, non nascono con esso, ma dipendono da un sistema scolastico compromesso da tagli lineari e mostri organizzativi: le classi numerose furono fortemente volute e realizzate da Gelmini, Tremonti e votate anche dalla Lega Nord.

Spetta a noi ora invertire la tendenza. Bisogna declinare i verbi al presente, non più al futuro per essere credibili.
Le risorse messe in campo finora rappresentano uno sforzo importante e significativo, ma parallelamente va ribadito l’impegno per reperirne altre da mettere a disposizione nel prossimo scostamento di bilancio, per sostenere la ripartenza e decidere su quali capitoli stanziarle. La rimodulazione della composizioni delle classi, la progettazione educativa condivisa col territorio, la riorganizzazione di spazi e tempi all’interno e all’esterno degli istituti sono processi che comportano investimenti di varia natura in assenza dei quali l’autonomia e la progettualità, ancora una volta, rimarrebbero solo sulla carta.

A partire dagli organici di docenti ed ATA che vanno rivisti in funzione delle effettive necessità e non con finalità di risparmio. Una cosa è l’economicità ed altra il risparmio a tutti i costi.

Se chiaramente non possiamo prescindere da investimenti e da interventi sul piano edilizio (strutturali e di edilizia leggeri), dalla predisposizione di materiali e arredi perché si possa garantire la sicurezza, è necessario ribadire che la ripartenza va guidata e accompagnata innanzitutto con una visione di scuola chiara e lungimirante

Contro ogni forma di oscurantismo e regressione culturale, oggi abbiamo la possibilità e dunque il dovere di riportare la scuola e il sapere al centro dell’agenda politica.
L’emergenza coronavirus e il lockdown hanno evidenziato in modo inequivocabile le lacune della scuola e i problemi legati alle diseguaglianze sociali ed educative, gridando a gran voce la necessità di ripartire dalla scuola per far ripartire il Paese

Il decreto rilancio e le modifiche ad esso apportate dimostrano quanto la scuola stia finalmente entrando al centro dell’impegno politico, con concrete azioni di sostegno e non con enunciazioni di principio. Sono piccoli passi ma tutti nella stessa direzione. Senza marcia indietro.

Nel prossimo anno scolastico viene prevista una deroga al «numero minimo e massimo di alunni per classe» qualora fosse necessario per rispettare le regole anti Covid.
Questa deve diventare una riforma di sistema. Occorre insistere. Potenziare gli organici per poter ridurre il numero di alunni per classe, eliminando classi troppo numerose (che arrivano scandalosamente sino a 29/30 alunni per classe) al fine di garantire la sicurezza, ma soprattutto di consentire la progettazione di metodologie didattiche innovative, secondo le esigenze dei gruppi e capace di sviluppare le potenzialità dei singoli.
Diminuire il numero dei bambini nelle sezioni di scuola dell’infanzia, come diciamo da anni, aumentandone l’organico e auspicando che non sia solo una misura emergenziale, ma diventi strutturale.
Il dimensionamento degli istituti deve scaturire da esigenze di corretta organizzazione e direzione degli stessi e non da meri calcoli economici e/o fini di risparmio di gelminiana memoria. Soprattutto nelle aree interne e nei comuni di montagna bisogna mantenere il numero di autonomie scolastiche (con ds e dsga).

Abbiamo sostenuto le scuole paritarie non statali che fanno parte a tutti gli effetti del sistema scolastico italiano come stabilito dalla Legge Berlinguer.
In Italia frequentano le scuole paritarie non statali quasi 900 mila studenti e sono migliaia gli educatori, gli insegnanti e il personale tecnico amministrativo che ci lavorano. La crisi legata all’epidemia di Covid-19 ha messo in crisi molte di queste realtà che, spesso, garantiscono servizi integrativi indispensabili.
Noi abbiamo ritenuto indispensabile sostenerle per tutte queste ragioni.
Possiamo però ora chiedere loro che, come avviene nella scuola statale, assumano il personale per pubblici concorsi (cosa prevista dalla Costituzione) ed essere esigenti con il reclutamento per concorso.
Per i bambini da 0 a 3 anni la metà dell’offerta è privata, ma comunque vigilata e autorizzata dai comuni. I nuovi fondi andranno solo ad un privato rigorosamente controllato e vigilato dall’autorità pubblica.
Per quanto riguarda lo 0/6, la situazione rischiava di essere esplosiva, perché più del 50% dei servizi sono offerti da scuole paritarie, private o gestite dal terzo settore.
Il ruolo sociale che la scuola paritaria svolge nello zerosei e nel primo ciclo è sotto gli occhi di tutti. Il fatto che alcune stiano chiudendo dimostra che non perseguano attività di lucro.
Per quanto riguarda il secondo ciclo con la legge 107 avviammo indagini a tappeto che portarono a revocare la parità in vari casi che non rispondevano ad i requisiti previsti per legge. Oggi bisogna continuare ad essere vigili e severi. Ecco perché chiediamo di aumentare il numero degli ispettori e di compiere verifiche sistematiche sulla serietà di queste strutture e sulla loro rispondenza ai requisiti di legge.

Con sei mesi di anticipo, i fondi per le scuole dell’infanzia e gli asili nido d’intesa con le regioni sono stati suddivisi tra le aree del Paese: ci sono 15 milioni in più rispetto allo scorso anno e in gran parte andranno alle regioni del Sud che hanno meno asili. Bene. Ora però serve più coraggio.
Se davvero vogliamo che anche nel mezzogiorno venga garantita l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia, urge un loro riequilibrio territoriale, con l’obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale:attualmente in Italia la media è del 22,8% (con forti disparità tra le varie regioni dal 35, 7 dell’Emilia Romagna, al 6,4% della Campania ad esempio). Dati drammatici che ci pongono di fronte ad una responsabilità enorme.

Ora o mai più dobbiamo pretendere livelli essenziali di prestazioni uniformi su tutto il territorio nazionale e un progressivo riequilibrio territoriale della presenza di asili nido all’interno del Sistema integrato di educazione e di istruzione.

Serve, in sintesi, gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Per questo ci uniamo alla richiesta di tutte le reti al presidente Conte: il 15% di tutti i recovery fund sia destinato alla infanzia e alle scuole per 5 anni.

Camilla Sgambato, responsabile scuola nella segreteria nazionale del Partito Democratico

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1 COMMENTO

  1. Complimenti per il bello articolo. D’accordo su tutto. Ci voleva il Covid per far aprire gli occhi sulla insipienza delle politiche liberiste di tagli indiscriminati alla spesa pubblica. Crollano i ponti, sanità in ginocchio, la scuola con deficienze strutturali e territoriali. I soldi dell’Europa possono dare una svolta all’Italia.

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