giovedì 22 Ottobre 2020

Omotransfobia e discorsi d’odio: una lezione dall’Europa
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Il 27 luglio 2020 approderà in Aula alla Camera la proposta di legge in materia di contrasto delle discriminazioni e della violenza fondate su sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere, attualmente in discussione in Commissione Giustizia e il cui relatore è il deputato PD Alessandro Zan. La volontà politica del Partito democratico e della maggioranza sembra molto netta, e la calendarizzazione in tempi così rapidi lo dimostra. Come di consueto, si sono scatenate discussioni strumentali da parte delle forze politiche della destra radicale, tanto da aver spinto alcuni ironicamente a chiedere una legge contro “l’eterofobia” e ad avanzare accuse di censura, bavaglio e limitazione del “libero pensiero”. Preoccupazioni peraltro del tutto infondate: come ovvio in una democrazia costituzionale, infatti, ad essere punite non sono tutte le opinioni, ma solo quelle idonee a determinare il concreto pericolo di compimento di atti discriminatori o violenti.

Si tratta di una legge molto attesa (i primi progetti in materia arrivarono in Parlamento più di 25 anni fa) e, soprattutto, urgente anche per colmare un divario ormai intollerabile con i nostri vicini europei. Tra gli Stati membri dell’UE, infatti, l’Italia è in forte ritardo per quel che riguarda la protezione dei diritti delle persone LGBT+.

Solo nel 2016 è stata approvata una legge sulle unioni civili tra persone dello stesso e, appunto, ancora si attende una legge che riesca ad affrontare in modo efficace discriminazioni e violenza di matrice omo-lesbo-bi-transfobica. E ciò, proprio mentre la cronaca riporta, quasi quotidianamente, notizie di aggressioni ed episodi di discriminazione.

Altri paesi europei – che certamente non sono luoghi in cui la libertà di pensiero è stata limitata – come Spagna, Francia, Gran Bretagna e da ultimo la Germania hanno, seppur con percorsi differenziati, ottenuto grandi risultati politici per i diritti delle persone LGBT+, come il matrimonio egualitario, il pieno riconoscimento dei diritti delle bambine e dei bambini in famiglie omogenitoriali, leggi avanzate contro l’odio, le discriminazioni e la violenza. Non è allora un caso che, stando all’ultima Rainbow Map pubblicata da Ilga Europe in occasione della Giornata contro l’omolesbobitransfobia del 17 maggio 2020, l’Italia sia ulteriormente retrocessa nella classifica della tutela e del rispetto verso le persone LGBT+, scendendo al 35° posto tra i 49 Stati membri del Consiglio d’Europa.

Proprio sul versante della lotta alle discriminazioni sessuali e di genere, in Europa, sono stati fatti passi in avanti importanti, sia a livello di legislazione, sia guardando alla giurisprudenza della Corte di Giustizia UE e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Proprio poche settimane fa, in un caso riguardante l’Islanda, quest’ultima ha ribadito con chiarezza che non può esistere, in Europa, alcun diritto all’aggressione, alla violenza verbale o all’insulto. Democrazie pluraliste e fondate sulla pari dignità di ogni differenza devono infatti saper garantire una pacifica convivenza, promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’inclusione, sostenere percorsi di emancipazione contro ogni forma di razzismo, violenza e discriminazione.

Un altro esempio molto interessante viene, in queste settimane, dalla Germania, e può essere di grande utilità anche per la discussione che si sta svolgendo in questi giorni in Italia. Il Land Berlino – governato da una coalizione rosso-rosso-verde – ha infatti appena approvato una legge denominata “Antidiskriminierungsgesetz” (legge contro le discriminazioni). L’art. 2 della legge berlinese afferma, in particolare, che “nessuna persona può essere discriminata nell’ambito del diritto pubblico sulla base del genere, dell’origine etnica, di attribuzioni razziste e antisemite, della religione e delle convinzioni personali, della disabilità, di una malattia cronica, dell’età, della lingua, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere e dello status sociale”. 

La legge intende estendere garanzie a nuove categorie ed intervenire contro le discriminazioni negli spazi di responsabilità pubblica. Ciò interessa quindi l’intera struttura della pubblica amministrazione, dagli uffici o sportelli al pubblico alla polizia e ai tribunali. Per questo ci sono state anche forti reazioni da parte di alcune componenti dei sindacati di polizia o delle forze politiche della destra conservatrice (CDU) e quella radicale (AfD) che, esattamente come in Italia, accusano di voler “limitare” l’azione della polizia per esempio. Come se “discriminare” potesse essere una sorta di “strumento” per rendere più efficace il lavoro delle forze dell’ordine.

Lo Stato deve saper controllare e vigilare sul rispetto delle proprie norme prima di tutto da parte dei suoi stessi organi e uffici. Non a caso, eventuali risarcimenti, secondo questa nuova legge, dovranno essere pagati direttamente dallo Stato, che è responsabile per le azioni commesse dai propri rappresentanti.

L’Italia può imparare molto da queste esperienze. Alcune narrazioni sono inconsistenti nei contenuti, assai banali nelle forme e comuni, come spiegato, alle destre più o meno radicali dei diversi paesi, che confondono sovente (e consapevolmente) il diritto/libertà di espressione con quello di poter discriminare senza pagarne le conseguenze. Una confusione inaccettabile, cui si deve rispondere al più presto con l’approvazione della legge Zan, per portare l’Italia un passo più avanti verso i valori fondanti dell’Unione Europea.

Federico Quadrelli Segretario Circolo PD Berlino e Angelo Schillaci, professore associato di Diritto pubblico comparato dell’Università di Roma “Sapienza”

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