giovedì 15 Aprile 2021

Le centinaia di Zaky vittime degli abusi del regime egiziano
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Con oggi sono 160. Sono i giorni che Patrick Zaky, lo studente nell’Università di Bologna arrestato il 7 febbraio scorso, ha passato in carcere finora. A questi il giudice il 13 luglio ne ha aggiunti altri 45. Si tratta di un lunghissimo periodo di carcerazione preventiva, perché il regime di Al Sisi si comporta così: arresta chiunque sia sospettato del reato di terrorismo, e, in forza della normativa sulla sicurezza nazionale, ogni 15 giorni rinnova il periodo di detenzione senza aver bisogno di formalizzare i capi di imputazione. Si tratta di un ricorso sistematico all’utilizzo della detenzione arbitraria per costringere in carcere potenziali oppositori, senza avere poi neanche la necessità di procedere con accuse o con un processo formale.

Patrick è solo una delle centinaia di persone intrappolate in un sistema crudele e totalmente illegale, a cui il regime fa ricorso sistematicamente, e che ha una dimensione così vasta, diventata evidente solo nelle ultime settimane. Con l’emergenza covid infatti i tribunali egiziani per alcune settimane si sono fermati, per poi tornare a riunirsi all’inizio di maggio. In soli tre giorni, tra il 4 e il 6 maggio, i giudici egiziani hanno nuovamente rinnovato più di 1600 fermi preventivi a altrettanti oppositori. Alcune di queste persone sono detenute da anni con questo sistema: c’è Mohamed el-Baqer, in carcere dal 29 settembre 2019; i giornalisti Solafa Magdy e Hossam el-Sayed, detenuti dal novembre 2019; e l’attivista Alaa Abdelfattah, arrestato nel settembre 2019; Mustafa Gamal, in carcere dal marzo 2018.

Nessuna accusa formalizzata a loro carico significa non rientrare in nessuna statistica, significa nessun processo, nessuna possibilità di difendersi, e neanche di sapere, se condannati, per quanto si deve restare in carcere. Vuole dire essere totalmente alla mercé di un sistema sordo e brutale che trae la propria forza dall’arbitrio e dalla violenza contro chi dissente. La situazione nelle carceri egiziane, note per il ricorso sistematico alla tortura e per le condizioni abominevoli, è peggiorata durante il covid: ora la malattia è un rischio in più per i detenuti. Per ridurre la pressione nelle carceri e il rischio contagio, il regime ha annunciato la scarcerazione di 530 detenuti. Tra le persone finora rilasciate ci sono solo detenuti per reati comuni, e nessun prigioniero accusato di reati politici. Gli oppositori incarcerati non hanno quindi il diritto neanche di sperare nella pietà dei propri persecutori.

È morto così Mohamed Monir, che aveva contratto il covid nella prigione di Tora, lo stesso carcere in cui è rinchiuso Patrick. Oltre a Patrick, sono migliaia le persone vittime di abusi per mano degli aguzzini di Al Sisi. Secondo Amnesty International, nel 2019 sono state 790 le persone vittime di sparizione forzata; dall’inizio del regime di Al Sisi sono state condannate a morte più di 2400 persone, e sono state eseguite 174 condanne a morte; 762 sono le persone incarcerate morte per diniego di cure mediche (la vittima più nota è l’ex presidente Mohammed Morsi).

La situazione di Patrick è solo la punta di un iceberg. Continuare a chiedere la liberazione dello studente dell’Università di Bologna vuole dire continuare a tenere accesa la luce su tutte le violazioni dei diritti umani commesse ogni giorno dal regime contro i cittadini egiziani. Per questo oggi come Partito Democratico durante il question time solleciteremo il ministro Di Maio perché l’Italia non smetta di chiedere la scarcerazione di Patrick, anche alla luce del peggioramento della situazione sanitaria nelle carceri. È importante non lasciare solo Patrick: i suoi aguzzini contano sul fatto che il tempo affievolisca le voci dei sostenitori della campagna a suo favore e cancelli le richieste fatte a suo sostegno. Non dobbiamo lasciare che questo accada.

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