giovedì 6 Agosto 2020

Al mio amico Sergio e a tutte le vittime dell’odio più nero
A

Quaranta anni dalla strage di Bologna. Quaranta anni da quando quella bomba, alle 10.25 di quel 2 agosto, ammazzò 85 persone, ne ferì 200, colpì al cuore tutta l’Italia. 85 storie, vite, affetti spezzati, famiglie e amicizie distrutte.

Tra quegli 85 c’era anche Sergio Secci. Aveva 24 anni.

Stava in stazione perché aspettava un treno che avrebbe dovuto portarlo a Verona, per un colloquio di lavoro. Si era laureato al DAMS di Bologna, una Facoltà nata da poco, che insegnava cultura e spettacolo. E Sergio amava la musica, la cultura, lo spettacolo. Suonava la chitarra e già questa sua capacità e creatività me lo facevano apparire di un altro pianeta.

Sergio Secci, morto nella strage della stazione di Bologna il 2 agosto 1980

Era dolce Sergio, e  buono. I suoi occhi chiari parlavano per lui. Ci eravamo conosciuti qualche anno prima, nell’ultimo anno delle Superiori, che lui frequentava nella sua Terni e io a Città di Castello. Avevamo vinto una borsa di studio che consisteva nel portare ragazzi che dovevano scegliere il proprio percorso universitario a conoscere per una settimana realtà economiche, sociali, industriali e culturali dell’Italia Centrale. Oggi le chiamerebbero “eccellenze”.

Diventammo amici, anche per forte empatia politica. Io ero della FGCI (giovani comunisti italiani) e lui aveva gli stessi ideali. Che gli venivano anche da una famiglia nella quale il padre Torquato aveva partecipato alla Guerra di Liberazione, lo zio Emilio era stato Sindaco di Terni e Senatore del PCI. E nella quale la cultura operaia (il padre alla Snia, lo zio alle Acciaierie), fatta di valori, ideali, comunità, rigore e sobrietà caratterizzavano la città e la famiglia Secci. La madre Lidia era insegnante e forse tanta sensibilità che distingueva Sergio veniva anche da lei.

La nostra amicizia durò negli anni. Andammo anche in vacanza insieme per due estati, a Viserbella di Rimini, dove una sua zia gestiva una pensione. Ricordo con commozione quegli anni, quei giorni, quell’amicizia fatta di condivisione. E poi, lui all’Università a Bologna io per altre strade: meno incontri, più  lettere, telefonate.

Fino a quel mattino del 2 agosto, fino a quella bomba.

Penalmente e politicamente si trattò di una strage fascista, nera, di una bomba eversiva, con intrecci sporchi con la loggia massonica P2 di Licio Gelli e pezzi dello Stato deviati, che depistarono per anni. E tutto questo mentre Bologna e l’Italia piangevano ancora gli 81 morti della Strage di Ustica, avvenuta trentasei giorni prima, il cui anniversario abbiamo celebrato il 27 giugno scorso. Entrambe le stragi, l’altro giorno, sono stare ricordare dal Presidente Mattarella, che ha portato, con la sua persona e il suo ruolo, tutta l’Italia nel capoluogo emiliano.

Ma qui voglio ricordare Sergio.

In questi anni mi è capitato più volte di pensare alla mitezza e alla creatività di Sergio. Che Internet, i social avrebbero senz’altro valorizzato. Ma sono stati e sono anche anni di violenza verbale, di rigurgiti razzisti, di odio per i diversi diffuso in rete e nella vita quotidiana. Amplificato da rete e social.

Ecco: credo che Sergio sarebbe stato a disagio, perché era incapace di odiare. I libri, i dischi, l’arte, il teatro, i film, che erano la sua vita, erano il contrario dell’odio. E si sarebbe ribellato all’odio, non urlando o sbraitando, ma magari organizzando un concerto, parlando, cercando di capire e di convincere di quanto l’odio e la cultura del nemico da abbattere – di cui lui è stato vittima – sono delle piaghe che minacciano davvero il presente ed il futuro di tutti noi.

Ho “rivisto” tante volte Sergio negli occhi e nello sguardo tristi e indomiti di Torquato, per anni anima dell’Associazione dei Familiari, tenace fino all’ultimo nel chiedere verità e giustizia. E nella sua casa di Terni, andando a salutare la mamma Lidia, che da poco ci ha lasciato. Lidia, sempre presente, con il suo dolore e la sua forza, anche dopo la scomparsa di Torquato, sopra quel palco del 2 Agosto, davanti alla stazione di Bologna.

Il palco quest’anno non ci sarà, per le regole della pandemia, e tutto si svolgerà in Piazza Maggiore, da sempre cuore storico dell’Italia che resiste e che non si arrende.Un’ultima cosa.

Da deputato, nella scorsa legislatura, sono stato relatore della proposta di legge che ha istituito finalmente il reato di depistaggio, presentata da Paolo Bolognesi, Presidente attuale dell’Associazione Familiari della strage di Bologna e allora deputato PD. Se ci fosse stato questo reato (e qualche strumento moderno di indagine oltre naturalmente alla volontà) quaranta anni fa, forse tante trame sarebbero state combattute meglio. Ricordo la commozione di Paolo, di tutti noi, quando la proposta diventò legge, dedicata a quelle persone che  quel 2 Agosto di quaranta anni, alle 10.25, caddero alla Stazione di Bologna.

I loro nomi sono scritti sulla stele, fuori della stazione di Bologna, in ordine alfabetico. 

C’è anche quello di Sergio Secci, quasi in fondo.

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