mercoledì 30 Settembre 2020

Convochiamo gli Stati Generali per ridisegnare insieme il volto dello sport italiano
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La pandemia causata dal Covid19, che ha determinato uno stop prolungato di tutte le attività sportive con pesanti conseguenze sul piano economico e difficoltà ancora evidenti nella ripartenza delle varie discipline e degli impianti sportivi, ha avuto paradossalmente “il merito”, se così possiamo definirlo, di “fare luce” su questo sistema come mai era accaduto in passato. Ci si è accorti “finalmente” del valore economico, sociale, culturale dello Sport, del valore della sua rete associativa diffusa, della quantità e qualità di professionalità e competenze impegnate nel settore. Tenendo sempre ben presente, a monte di tutto questo, di quel valore immateriale ed emozionale che è rappresentato dalla passione di praticanti e tifosi, vero valore aggiunto di questo mondo.

Gli aiuti emergenziali a lavoratori, associazioni, gestori di impianti prima ed ora la discussione del Testo Unico dello Sport, evidenziano quanto sia necessario uno sforzo di elaborazione e totale ripensamento delle politiche pubbliche, sociali ed economiche per lo Sport italiano e tutti coloro che vi operano, senza il quale il rischio di essere travolti ed abdicare a quel ruolo di collante sociale per tutto il Paese, da Nord a Sud, è molto alto. Un ruolo che, è chiaro a tutti, è svolto più grazie allo sforzo straordinario e spontaneo della rete associativa presente sul territorio, composta da dirigenti, tecnici, atleti e volontari, che ad un vero e proprio investimento in politiche sportive da parte delle istituzioni politiche centrali e periferiche (a parte rare eccezioni).

Per questo la discussione del Testo Unico dello Sport deve (doveva?) essere una occasione per ridisegnare il sistema sportivo italiano, rilanciando il ruolo dello Sport nel nostro Paese e tralasciando ogni aspetto del dibattito che riguardi solo pochi soggetti e i loro destini personali, che non sono di alcun interesse per la stragrande maggioranza degli operatori sportivi in Italia. In tale contesto il ruolo del Partito Democratico deve essere il motore del cambiamento e del rinnovamento rispetto agli assetti esistenti, con politiche e scelte in grado di dare risposte a tutto il settore nella sua complessità: dalla fascia apicale e professionistica a quella di base ed associativa, dallo sport inteso come “entertainment” e spettacolo per milioni di appassionati, allo sport inteso come pratica quotidiana amatoriale e libera. Senza alcuna divisione tra sport di base e vertice, visto che l’uno è funzionale allo sviluppo dell’altro.

Nuove idee significano anche una nuova classe dirigente in grado di applicarle, che può crescere ed affermarsi in questa nuova fase post-pandemia: per questo il limite dei 3 mandati e l’incompatibilità tra cariche politiche apicali e presidenze federali sportive o di enti di promozione sono scelte irrinunciabili per ogni seria ipotesi di riforma di questo settore. I tre mandati sono uno spazio temporale sufficiente per ogni dirigente per poter affermare le proprie idee ed allo stesso tempo dare la possibilità a nuove energie di maturare e crescere assicurando quel ricambio generazionale che nello sport, come in tutti gli ambiti della vita democratica, si rende necessario. Un dirigente, che in un arco temporale così ampio, non fa crescere al suo fianco o dietro di sé alternative di altri dirigenti forse non sta svolgendo al meglio il suo compito e non bisogna avere timidezze a dirlo, a prescindere se goda o meno del consenso all’interno della propria Federazione.

Accanto a queste due proposte è assolutamente necessaria una reale e concreta presa di posizione per la presenza delle donne nel mondo dello sport italiano in ruoli dirigenziali. Tali misure non possono essere demandate a regolamenti di secondo livello o all’elenco dei buoni propositi, ma devono essere da subito inserite dentro il Testo Unico dello Sport con l’obbligo della presenza minima di genere diverso presente in tutti gli organismi sportivi non inferiore al 40% (i principi informatori del Coni già indicano il minimo di 1/3 dei componenti di genere diverso dentro i consigli federali), l’obbligo dell’alternanza uomo-donna nei ruoli di presidente-vicepresidente e infine sanzioni sui contributi pubblici per le federazioni che non rispettano tali principi.

Per cambiare però non basta solo inserire qualche clausola per il rinnovo della classe dirigente, ma bisogna avere una  visione complessiva sul futuro dello sport italiano che non può essere solo la sommatoria di richieste o spinte diverse provenienti dai vari soggetti che vi operano. Ci vuole una “visione” che deve rispondere soprattutto ad una semplice domanda: a quale bisogno e necessità risponde la pratica sportiva in Italia? Proviamo a rispondere: a tutelare la salute dei cittadini, a rendere meno abbandonate le tante periferie d’Italia ed educare migliaia di giovani praticanti, a costruire talenti di cui il nostro Paese possa essere orgoglioso a livello nazionale ed internazionale, a dare soddisfazione alla passione di milioni di tifosi e “last but not least”  lavoro e diritti a migliaia di lavoratori del comparto. Se le risposte sono queste, allora forse è il caso di fermarsi un attimo e riflettere. 

Questi sono infatti bisogni molto importanti per la vita del nostro Paese e, se la promozione della pratica sportiva può aiutare a soddisfarli, le scelte e le decisioni devono essere all’altezza di un progetto complessivo su cui tutte le forze politiche, le associazioni e le federazioni dovranno necessariamente investire energie, idee, tempo, risorse. Se l’ambizione è ridisegnare il volto dello sport italiano, fermiamo la macchina in corsa del testo unico, si chiami un pit stop usando un temine sportivo e lanciamo una riflessione vera a settembre, chiamando a partecipare tutti i protagonisti per una discussione pubblica su un settore che rappresenta quasi il 2% del Pil in Italia. Qualcuno ci spieghi meglio perchè alcune funzioni restano al CONI se il suo obiettivo è la preparazione olimpica (per esempio il registro delle associazioni), perchè altre a Sport e Salute od altre ancora al Dipartimento Sport del governo, senza dimenticare il ruolo importante degli Enti di promozione e quello, per ora molto sottovalutato, delle regioni e del territorio. Soprattutto dovremmo capire se tutte queste scelte siano funzionali alla crescita del movimento sportivo in Italia e non siano solo un ennesimo riassetto di poteri ed equilibri.

Ci si dica quali aiuti veri alle associazioni, quali risposte agli atleti e se esiste un piano per lo sport nella scuola primaria, madre di tutte le battaglie. O ancora se “finalmente” anche in Italia, come ha fatto il governo inglese anni fa, si vuole dar il via ad un grande piano sulle infrastrutture sportive che siano stadi, palazzetti, impianti. Chi ha idee e proposte non deve aver paura di una ulteriore riflessione (i tempi ci sono) e, soprattutto, è ora di capire anche quante risorse si vogliono investire in questa politica pubblica, tanto più alla luce di quelli che saranno gli aiuti che verranno dall’Europa. Si fa presto a dire che lo sport è importante. Se è davvero importante bisogna fare scelte politiche conseguenti e investire risorse adeguate. Qualche settimana fa si sono svolti, sappiamo con quanta enfasi, gli Stati Generali dell’Economia come momento di riflessione per la ripartenza del Paese ed un grande assente è stato proprio lo sport, pur rappresentando, come detto sopra, quasi il 2% del Pil ed avendo al suo interno una tra le principali industrie del paese, quella del calcio professionistico. Lanciamo quindi per chiudere un appello al ministro dello sport Spadafora: convochi tutti in un confronto pubblico e lanci gli “Stati Generali dello Sport italiano” in cui potremmo ridisegnare insieme, in un grande sforzo di elaborazione collettiva, la cornice e il quadro delle politiche sportive nei prossimi anni. Con una “visione” ed una “condivisione”, questo settore può diventare uno degli asset principali intorno a cui far ripartire il nostro Paese dopo la pandemia.

Fabio Appetiti è delegato Politiche Sportive Pd Lazio. Fa parte dell’Assemblea nazionale Pd ed è resp.relaz. Istituzionali Assocalciatori

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1 COMMENTO

  1. Ottime le premesse e gli spunti di riflessione. Non tutti i problemi sono stati affrontati, ad esempio si ignora totalmente l’organizzazione e le incongruenze dai Gruppi sportivi militari e civili dello Stato. Per attivare un dibattito serio e partecipato, sono necessarie alcune riforme che limitino lo strapotere dei vecchi padroni dello sport. Intervenire prioritariamente e preliminarmente su questa anomalia, sarebbe garanzia di un dibattito aperto e foriero di spunti reali per la crescita e la riorganizzazione dello sport in Italia. Un dibattito con i vecchi babbioni, quelli che hanno, e ancora contribuiscono, a creare certe storture è o sarebbe un viaggio col freno a mano tirato. Non si deve mettere il bavaglio a nessuno ma certe figure vanno depotenziata. Come? Ad esempio rimandando a casa tutti coloro che da oltre 12 anni dirigono federazioni e Coni regionali e alcuni sono accomodati sulli scranni da oltre un ventennio. Solo in questo modo sarà possibile un discussione seria e produttiva. Altrimenti questi stati generali sarebbero solo l’ennesima chermesse gattopardesca.

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