mercoledì 30 Settembre 2020

Quella foto è già storia. L’Nba cambia il rapporto tra politica e sport
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“Non devi mai avere paura di quello che fai se sai di essere nel giusto”. Forse hanno pensato a questa potentissima frase di Rosa Parks – indimenticata attivista per i diritti dei cittadini afroamericani negli Stati Uniti – i giocatori dei Milwaukee Bucks, quando hanno deciso di non scendere in campo nella partita di ieri notte contro gli Orlando Magic. Era tutto pronto, compresi gli spettatori che ogni sera, da casa propria, riempiono gli spalti virtuali del palazzetto al tempo del coronavirus. Ma loro hanno detto no.

Una decisione senza precedenti, che farà la storia. Le stelle del basket Nba, la più importante lega sportiva mondiale, fatta ripartire nella “bolla” di Disneyland a causa dell’emergenza Covid, hanno deciso che ora la misura è davvero colma. E davanti all’America che brucia hanno scelto di non girare più la testa dall’altra parte.

Un boicottaggio in piena regola, quello messo in pratica dai giocatori della squadra della super-star Giannis Antetokounmpo. A quindici minuti dall’inizio di gara-5 del primo turno dei play-off, quella che avrebbe dovuto garantire la qualificazione al turno successivo, hanno deciso che “Black Lives Matter” e tutti gli slogan che i giocatori Nba hanno scritto sulle loro canotte non bastavano più.

L’ultimo, drammatico, episodio di violenza perpetrato dalla polizia americana nei confronti di un 29enne afroamericano nel Wisconsin, Jacob Blake, colpito da sette colpi di arma da fuoco alla schiena e rimasto paralizzato, ha tracciato il punto di non ritorno.

Stop.

Lo hanno detto prima i Bucks, che sono la squadra del Wisconsin, e poi tutte le altre star, a partire da quel Lebron James che, con un tweet decisamente eloquente, diretto – senza bisogno di lavorare troppo con la fantasia – al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha fatto capire che tutti i giocatori sono compatti.

“Se Lebron decide che si ricomincia a giocare, allora si ricomincia”, dicevano i giocatori Nba quando si stava valutando se far ripartire il campionato di basket e già alcuni proponevano di non farlo, proprio per rispetto e solidarietà con le marce di protesta che si moltiplicavano in tutti gli Usa. Così è stato, si è ricominciato a giocare.

Oggi, a quasi un mese di distanza, l’Nba si ferma. Dietro ai giocatori, dirigenti e proprietà. Tutte le gare rinviate. Mai successo prima. “Fuck this man! We demand change. Sick of it”. Poche parole, quelle del leader politico e morale – oltre che tecnico – dei campioni Nba. “Chiediamo il cambiamento. Siamo stanchi“. E allora tutti fermi. La lega delle stelle, la fabbrica dei sogni dice che no, “lo show non può andare avanti”. Questa volta no.

E’ un atto politico dirompente, tenendo conto di quello che significa, che si inserisce in uno scenario da stato di emergenza. Per la prima volta lo sport Usa, in maniera univoca ai suoi massimi livelli, prende posizione. E’ un atto che sta già cambiando il rapporto tra politica e sport, dato che in poche ore si sono accodati baseball, football e tennis. E che porta la battaglia per i diritti e per la giustizia, contro il cancro del razzismo, al livello più alto e popolare possibile.

Quella foto del parquet vuoto è già storia.

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