giovedì 29 Luglio 2021

Spezzare la storia di razzismo infinito negli Usa. Adesso serve il cambiamento
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Non sono triste, non sono dispiaciuta, sono furiosa.
Ascoltate le parole di questa trentenne di Kenosha, Wisconsin, la sorella di Jacob Blake, ragazzo americano nero, padre di tre bambini, ferito alle spalle davanti ai suoi figli dai colpi di un poliziotto americano, apparentemente senza nessuna ragione plausibile di un atto così violento, e che rimarrà paralizzato per sempre.

La sorella è Letetra Widman, le sue parole vi rimarranno impresse, sono le parole semplici e dure che dicono quanto il conflitto razziale sia profondo e radicato negli Stati Uniti, quanto la comunità afroamericana si senta oggetto di una storia di discriminazione razziale senza fine e senza sbocco. La violenza di questo conflitto è sotto gli occhi di tutto il mondo. Black Lives Matter, urlano decine di miglia di persone in tutto il mondo per significare la loro vicinanza a quanto di continuo succede in quella terra. Ma la storia sembra non finire mai.

“E quando voi pronunciate il nome di Jacob Blake, siate sicuri di dire padre, siate sicuri di dire cugino, siate sicuri di dire figlio, siate sicuri di dire zio, ma, più importante di tutto, siate sicuri di dire Umano. Vita umana. Metabolizzatelo nella vostra bocca e nella vostra mente, una vita umana. Esattamente come ogni singola persona tra tutti voi qui ed in qualsiasi altro posto. Noi siamo esseri umani. La sua vita vale. Mi hanno raggiunto tante persone per dirmi che sono dispiaciute che questo sia successo alla mia famiglia.
Bene, non siate dispiaciute, perché questo capita alla mia famiglia da molto tempo, da un tempo più lungo di quello che io possa misurare. E’ capitato a Emmet Till, (ragazzo afroamericano che venne brutalmente assassinato nel 1955per motivi razziali nella cittadina di Money, Mississippi. La sua morte è ricordata come uno degli eventi chiave che hanno rafforzato il nascente movimento per i diritti civili statunitense) Emmet Till è la mia famiglia. Philando ( Philando Castile ucciso dalla polizia nel 2016), Mike Brown (L’omicidio di Michael Brown si è verificato il 9 agosto 2014 a Ferguson, Missouri, un sobborgo di Saint Louis), Sandra. Questo è accaduto alla mia famiglia, e ho condiviso le lacrime per ognuno di quelli a cui è capitato. Tutto ciò non è niente di nuovo. Non sono triste, non sono dispiaciuta, sono furiosa. E sono stanca. Non ho pianto una volta sola, ho smesso di piangere da molti anni, sono diventata insensibile, ho visto la polizia uccidere persone che mi somigliano per anni(…)Non solo ho visto queste cose per i 30 anni che ho vissuto su questo pianeta, ma l’ho potuto vedere anche per gli anni prima di essere nata.
Non sono triste, non voglio la vostra pietà, io voglio il cambiamento”.

Non serve aggiungere molte parole al discorso, così fiero e toccante, di Letetra.
Noi da qui forse, lo vediamo meno, ma negli Stati Uniti, il dramma delle vite degli afroamericani spezzate in episodi legati alla polizia sembra non finire mai, e rinfocola quella sensazione di cui parla la sorella di Jacob Blake; una storia di razzismo infinito, una storia di ingiustizia infinita, una nazione sempre sull’orlo di uno scontro razziale lacerante. Una famiglia, quella di cui parla Letetra, che sente di appartenere ad una storia lunga, di dolore, di rabbia. Che si aspetta ogni momento un nuovo morto o un nuovo ferito.

Gli Stati Uniti hanno imboccato il sentiero finale che porta alle presidenziali di Novembre. Trump può fare finta di sottovalutare la questione, ma questa ritornerà fuori ancora molte volte se in quella nazione così importante non si affronterà una volta per tutte un nuovo patto sociale capace di affrontare la battaglia contro la discriminazione come decisiva questione di identità nazionale. Lo sanno bene i democratici che proprio con la presidenza Obama hanno affrontato di petto la questione; ma anche i Dem devono avere consapevolezza che la questione non è affatto risolta, che infiamma ancora le notti d’America ogni qualvolta un evento luttuoso, rinnova la storia del dolore nero. E non è una questione solo americana. Tanto più la nostra consapevolezza dei diritti umani è cresciuta, tanto più siamo consapevoli del livello di discriminazione e di razzismo che perdura nel mondo. É una consapevolezza dolorosa che deve spingerci come dice Letetra, non alla pietà, ma al cambiamento. Come in ogni passaggio della vita collettiva, come in ogni svolta della storia, serve la politica, che decide priorità, valori, organizzazione della Democrazia. Serve scegliere da che parte stare. Serve il cambiamento.

Emanuele Fiano è responsabile Esteri della segreteria nazionale del Partito democratico

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