sabato 24 Ottobre 2020

La morte di Ebru Timtik non può lasciarci senza parole, non più
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La morte di Ebru Timtik, avvocata turca e attivista per i diritti civili, colpisce al cuore e lascia sgomento chiunque creda nello stato di diritto, nella democrazia costituzionale, nella centralità della persona umana in ogni sistema di governo.

Ebru Timtik era una giovane donna, un’avvocata, un’attivista che ha fatto del proprio corpo terreno di testimonianza e frontiera di lotta per la giustizia, per i diritti, per la dignità. Timtik è morta in regime di detenzione, atrocemente, dopo 238 giorni di sciopero della fame. Chiedeva un processo giusto, non solo per sé stessa, ma per le migliaia di detenuti politici in Turchia, oggetto di condanne sommarie, pronunciate in assenza delle più elementari garanzie processuali, a partire dall’indipendenza della magistratura, fino ad arrivare alla effettiva possibilità di difendersi in contraddittorio con l’accusa.

Da anni – almeno a partire dal tentato colpo di stato del 2016 – le avvocate e gli avvocati turchi combattono una battaglia durissima per il ripristino delle garanzie dello stato di diritto nel loro paese. Da avvocata, so bene che la difesa dei diritti di tutte e tutti dinanzi ad un giudice è l’avanguardia della difesa della democrazia. Di più: senza un processo giusto e senza l’effettivo diritto di difesa non c’è Costituzione, non c’è separazione dei poteri, non c’è democrazia, perché il potere rimane libero di fare ciò che vuole, senza controlli. Avvocate e avvocati, in queste situazioni, sono dunque vere e proprie sentinelle della democrazia.

Il regime di Erdogan lo ha compreso bene. Osservatori indipendenti – tra cui il Consiglio nazionale forense, in prima linea su questi temi, e il Consiglio degli Ordini forensi europei (CCBE) – hanno accertato che, al 30 luglio 2020, in Turchia gli avvocati in carcere sono 441, condannati complessivamente a 2728 anni di detenzione.

Ebru Timtik era una di loro, e non era sola. Assieme a lei, un collega – Aytaç Ünsal – è ancora in sciopero della fame. Entrambi, il 5 aprile 2020 (data in cui, in Turchia, si celebra la giornata dell’avvocato) avevano annunciato che avrebbero proseguito la loro estrema forma di resistenza fino alla morte. Ebru non ce l’ha fatta, Aytaç sta ancora resistendo, in condizioni disperate.

Per questo, ho promosso assieme a molte colleghe e colleghi del gruppo parlamentare del Partito democratico in Senato una interrogazione al ministro degli Esteri Luigi Di Maio: vogliamo portare la voce di Ebru Timtik, Aytaç Ünsal e dell’avvocatura turca nell’Aula di Palazzo Madama. Nell’interrogazione, ribadiamo un principio molto semplice, che vorrei guidasse la nostra lettura di questa vicenda così dolorosa: non può esistere un’azione di politica estera che non sia ispirata costantemente alla tutela dei diritti umani. Non esiste geopolitica senza diritti. Questo non lo dicono alcuni senatori, ma lo dice – con estrema chiarezza – la Costituzione italiana. Basta leggere – l’uno assieme all’altro – gli articoli 2, 10 e 11. Il principio personalista, fondamento della nostra Costituzione, non si traduce soltanto nel riconoscimento dei diritti all’interno dei nostri confini: esso si proietta all’esterno, guidando e ispirando l’azione del nostro paese sullo scenario europeo e mondiale.

La morte di Ebru Timtik ci lascia sgomenti, ma non può dunque lasciarci senza parole, non più. Troppo a lungo la politica europea ha osservato in silenzio il lento disfarsi della democrazia in Turchia. La sorte di Ebru Timtik deve segnare uno spartiacque sulla strada del ripristino delle garanzie dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, attraverso il ricorso a tutti gli strumenti previsti e consentiti dal diritto internazionale. Dal corpo senza vita di Timtik e dal corpo martoriato di Aytaç Ünsal si leva un grido assordante per l’Italia e per l’Europa intera, che non può rimanere inascoltato.

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