martedì 29 Settembre 2020

Le radici del neofascismo e la battaglia che non si può più rinviare
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In attesa di conoscere gli sviluppi di indagine dei tremendi fatti di Colleferro, e in particolare se e in che misura sia chiamata in causa l’aggravante del razzismo (molto importante che nella vicenda il Pd sia determinato, in particolare con la decisione del segretario nazionale Zingaretti che da presidente della Giunta, per conto della Regione Lazio, ha preso l’impegno di sostenere i costi delle spese legali per la famiglia del ragazzo), può essere utile riprendere i contenuti e il messaggio del lavoro del giornalista Paolo Berizzi, “L’educazione di un fascista”, recentemente presentato alla Festa nazionale dell’Unità a Modena. Del libro ho discusso con l’autore e con Stefano Vaccari il mese scorso, nel corso della mia rubrica domenicale in diretta Facebook.

Già il fatto che Berizzi sia l’unico cronista in tutta Europa sotto scorta a causa di minacce da gruppi neofascisti e neonazisti, la dice lunga su un fenomeno che dovremmo decisamente smettere di sottovalutare. Il libro di Berizzi, attraverso il rigore e la chiarezza dell’indagine giornalistica, mette in luce l’esistenza di una rete, che sta prendendo sempre più vigore, che promuove l’educazione delle giovani generazioni, persino bambini, secondo i simboli e i disvalori del neo-fascismo e del neo-nazismo. Un ruolo centrale nella rete ce l’hanno alcune palestre e in generale alcune associazioni sportive, che spesso hanno gioco facile nel coltivare a fini distorti il rapporto tra maestri e allievi. Questa diffusa galassia neofascista ha da tempo trovato riferimenti nei partiti di destra che sono presenti in Parlamento, che ne sfruttano il consenso e l’appoggio per arrivare a un elettorato che è in realtà più largo. La destra istituzionale di riferimento dei gruppi estremisti è stata per lungo tempo la Lega (lungo l’elenco di esponenti salviniani legati alle organizzazioni estremiste), ma è in corso uno spostamento verso Fratelli d’Italia.

Questa inquietante saldatura politica, unita agli effetti culturali di trasmissione del fascismo alle giovani generazioni, deve rappresentare, ritengo, un’emergenza democratica, su cui è necessario un lavoro che metta al bando una volta per tutte ogni genere di scetticismo e di superficialità. I presidi democratici, a cominciare dalle scuole e delle forze dell’ordine, devono essere in prima linea, ma un ruolo fondamentale spetta alla politica. Un ruolo di attenzione e di denuncia, una battaglia culturale che va combattuta non solo condannando le conseguenze più gravi del fenomeno, la violenza fisica e verbale, ma contrastandone le cause. Qualunque adesione al neofascismo, compresa la tolleranza e la sottovalutazione, va bandita dal novero delle opzioni e delle posizioni.

Non basterà naturalmente impegnarsi con la spiegazione, la denuncia, la comunicazione. Un compito importante e parallelo spetta in primo luogo alla sinistra. Va riesaminato a fondo, con umiltà, un certo modo di stare nella società, di cercare le persone, di chiedere il consenso. La ragione fondante dell’esistenza della sinistra, il contrasto alle diseguaglianze, alle fragilità e alle esclusioni, deve essere assillo, come assillante deve essere il confronto e il sostegno, non solo materiale, a chi ne è vittima. In quelle fragilità e in quelle esclusioni spesso si insinua il virus della propaganda fascista. In quelle periferie fisiche, sociali e culturali, i gruppi estremisti di destra svolgono una funzione di presenza e di supplenza. Lo stesso accade nei territori in cui lo Stato è debole ed è sostituito dalle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

C’è quindi una sfida di radicamento per le forze politiche della sinistra nei territori ai margini: una sfida così tante volte e da così tanto tempo richiamata ma mai davvero affrontata, oltre uno sforzo di volontà spesso velleitario. Più concretamente andrebbe ristabilito un patto con gli altri corpi intermedi che hanno una vocazione antifascista e che hanno presidi di assistenza, di patronato, di animazione culturale e sociale proprio in quei luoghi marginali. Per troppo tempo la reciproca autonomia, pur importante, tra politica e altri soggetti della rappresentanza è stata anche un comodo alibi. Di fronte a questa emergenza bisogna trovare le giuste forme per tornare a combattere insieme.

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