sabato 24 Ottobre 2020

“Lo Stato non arretra di fronte alle mafie, mai”, parla Luciana Lamorgese
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La ministra Luciana Lamorgese continua con decisione e tranquillità a parlare, anche mentre fuori dalla sala dibattiti della Festa nazionale dell’unità di Modena si scatena il diluvio, e il rumore della pioggia sui tendoni quasi copre le voci amplificate dai microfoni.

Ed è esattamente questo che trasmette, nella forma e nella sostanza, l’eloquio della ex prefetto diventata la terza donna a ricoprire il ruolo di ministro dell’Interno nella storia della Repubblica: appunto, decisione e tranquillità.

Ministra, sono fondate le preoccupazioni sulle organizzazioni criminali che starebbero tentando di sfruttare la crisi economica innescata dal Covid?

È una domanda che mi dà la possibilità di fare il punto su una situazione che ho avuto modo di affrontare non da ora, ma fin dall’inizio del lockdown. Devo dire che quelle preoccupazioni che ho più volte manifestato e che avevano una sostanza, oggi sono meno allarmanti.

Perché abbiamo davanti due scenari: il primo è quello del welfare di prossimità, in cui la mafia è attenta ad andare incontro alle esigenze di persone in difficoltà, dandosi una veste di affidabilità. Ma ad esempio a Palermo abbiamo identificato delle persone che distribuivano generi alimentari che non erano riconducibili ad organizzazione criminali, si trattava più di una forma di controllo del territorio.  E poi c’è un secondo scenario, in cui molte aziende anche medio-grandi  tendono anche a sfruttare questo momento, ricorrendo ai fondi distribuiti dalla mafia, anche per far fuori aziende antagoniste e creando però incidenti gravi di percorso, perché alla fine si incide sull’economia legale di mercato.  

L’attività dei controlli antimafia, ad esempio con un’attività di incrocio di banche dati, è un tema su cui lei si è molto impegnata in questi mesi.

Abbiamo scritto le norme al Viminale perché abbiamo avvertito immediatamente l’esigenza che sì, i finanziamenti dovevano essere rapidi e immediati, ma ho voluto che rimanesse fermo un principio di garanzie antimafia. Dunque abbiamo introdotto ad esempio una soglia sopra o sotto i 150mila euro per i controlli, ma anche per i prestiti sotto i 150mila euro si effettueranno dei controlli a campione grazie a un accordo con l’Agenzia delle Entrate.  Con questo vogliamo dire che lo Stato non arretra mai di fronte a problemi di mafia. Così come abbiamo cercato anche di dare la garanzia dello Stato, un’altra questione molto importante perché i cittadini potessero avere accesso al credito. Ci sono stati dei ritardi, ma è stato un momento difficile per tutti. Ci siamo trovati tutti in una situazione nuova e improvvisa che andava affrontata anche con strumenti straordinari. Siamo riusciti a tenere in piedi un sistema con tutte le difficoltà, dando prova di una ‘squadra Stato’ che esiste e che ha fatto fronte a tutte le incombenze. Se poi parliamo del ministero dell’Interno noi siamo stati impegnatissimi nei controlli, e le forze di Polizia come al solito hanno fatto il loro lavoro con grande professionalità ma anche con grande umanità, una cosa né semplice né scontata, perché ci siamo trovati di fronte a cittadini ancora non ben consapevoli della necessità di non uscire di casa. Se oggi ricapitasse, saremmo tutti più pronti e avremmo anche più senso di responsabilità, perché dobbiamo essere i primi controllori di noi stessi.

Un’altra delle sfide che si è trovata di fronte è quella di far funzionare l’Agenzia per i beni confiscati alle mafie, dove a volte le cose non funzionano per il meglio. A che punto siamo?

Effettivamente fino a un certo punto le cose non sono andate benissimo, anche perché l’Agenzia per i beni confiscati non aveva le risorse per far funzionare un’attività così importante. Per questo nell’ultima Finanziaria abbiamo inserito 5 milioni di euro e adesso l’Agenzia ha ripopolato i propri organici e può dunque lavorare a pieno regime. E un ulteriore passo avanti è stato fatto con le linee guida stilate dal direttore dell’Agenzia, che ha semplificato e chiarito le procedure. C’è anche da dire che molto spetta ai sindaci, perché una volta fatta la destinazione i beni devono essere utilizzati per le esigenze del territorio, perché anche quello è un segnale: là dove prima c’era un centro di riferimento di criminalità organizzata, lo Stato provvede facendo un asilo o un centro antiviolenza. Sono segnali del ritorno della legalità in quel luogo, che ritorna ad essere un luogo dei cittadini.

Parlando di immigrazione, questa estate è molto aumentato l’arrivo dei barchini autonomi dalla Tunisia che hanno portato al collasso il centro di Lampedusa. Ora sono arrivate le navi che hanno decongestionato, ma non sono mancati gli attacchi dell’opposizione. Com’è la situazione rispetto a quel Paese?

Su questo punto vorrei chiarire un po’ di situazioni su cui è vero,  non sono mancati gli attacchi. La premessa è che l’immigrazione è un tema sensibile, ma c’è da dire che proprio perché è un argomento complesso ha bisogno di equilibrio e soprattutto di essere gestito. I barchini autonomi sono arrivati soprattutto dalla Tunisia, con un picco a luglio di quasi 7000 sbarchi in un mese. Un numero importante perché siamo in pandemia e c’è il problema della quarantena e del distanziamento. Noi abbiamo ovviamente fatto tutte le attività necessarie: abbiamo fatto il sierologico, poi i tamponi, e per dare sicurezza ai cittadini abbiamo preso le navi che consentissero il distanziamento necessario. Ci hanno detto che potevamo prenderle prima, ma ho precisato che ad aprile abbiamo avuto 600 sbarchi, cifre che facevano sì non ci fosse un’emergenza tale da ricorrere alla protezione civile. Lo abbiamo fatto appena la situazione si è evidenziata, e lo abbiamo fatto con procedure d’urgenza.  Ma quello che dico è che il problema non è solo quello degli arrivi, che pure comporta una serie di difficoltà. Ad esempio con la Tunisia abbiamo un accordo di 80 rimpatri a settimana, che però si è bloccato durante il lockdown. Questo per dire che ritardi non ce ne sono stati.

Come sono andate le visite a Tunisi?

La prima volta che sono stata in Tunisia abbiamo parlato degli arrivi che ci sembravano sempre più alti. La seconda volta in Tunisia, il 17 agosto, siamo riusciti a portare con noi anche due commissari europei, e si è parlato della questione più importante, e cioè dare un aiuto a questi Paesi. La Tunisia è in grave difficoltà economica, non vengono pagati gli stipendi e per questo sono aumentate le partenze. Quello che abbiamo detto loro è che anche noi siamo in difficoltà, anche perché per noi la Tunisia è un Paese sicuro. Questo significa che le commissioni territoriali non accoglieranno le domande d’asilo e dunque è inutile mettersi nelle mani della criminalità organizzata. Quello che voglio dire è però che le politiche sull’immigrazione devono avere una cornice europea, e io so che nel patto del’asilo che dovrebbe vedere la luce tra poco c’è una grande attenzione del commissario Joahnson a una nostra esigenza, e cioè partire dall’accordo di Malta, che ha sancito che per gli arrivi in Italia e a Malta viene attuata una distribuzione in quei Paesi che hanno dato la loro disponibilità, si tratta dunque di una ripartizione necessaria. Noi vorremmo che la ripartizione fosse obbligatoria, ma i paesi di Visegrad hanno un’idea opposta alla nostra.

Cosa  pensa di chi è sceso in piazza per protestare contro l’obbligo delle mascherine?

Penso che serve senso di responsabilità. Qualunque disattenzione può portare a un ritorno della pandemia. Abbiamo superato un periodo terribile però dipende molto da noi non farlo tornare, dunque meglio essere responsabili prima. Io indosserei la mascherina anche se non ci fosse una norma. Ognuno di noi deve essere responsabile per se stesso e per i propri cari.

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