sabato 24 Ottobre 2020

Produttività e flessibilità del lavoro, un legame complesso da valutare con attenzione
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Dall’inizio del XXI secolo, la maggior parte dei paesi dell’area OCSE ha registrato una riduzione del tasso di crescita della produttività del lavoro (misurata generalmente come valore del prodotto per ora lavorata). Di fronte a questo incontrovertibile fatto stilizzato, mancano, però, interpretazioni condivise sulle cause.

Da una parte, molti autori attribuiscono il calo della produttività ad alcuni aspetti dei processi produttivi contemporanei che comprimono il tasso di crescita della produttività, sia a causa di crescenti difficoltà di misurazione di tale variabile (in primis nei servizi e nelle imprese ad alto contenuto tecnologico), sia a causa di alcune modifiche strutturali dei sistemi produttivi, quali il ruolo crescente dei servizi a discapito della manifattura, una riduzione generalizzata degli investimenti, il rafforzamento del ruolo delle imprese superstar nei mercati globali che impediscono alle imprese ritardatarie di imitare in modo efficiente il loro comportamento.

Dall’altra parte, altri autori mettono in luce una serie di fattori che non dipendono dalle caratteristiche del processo produttivo in sé, ma agiscono sulla produttività attraverso alcuni fenomeni indotti dalla serie di riforme che, a partire dagli anni ’90 del XX secolo, hanno teso a deregolamentare i mercati del lavoro, con misure che favorissero il decentramento della contrattazione, la crescita di forme contrattuali atipiche e la riduzione delle protezioni offerte agli addetti con contratti standard e, più in generale, un indebolimento del ruolo del sindacato.

Dal punto di vista teorico, il nesso fra produttività e flessibilità del mercato del lavoro è ambiguo. Se, infatti, una minore rigidità contrattuale può generare effetti virtuosi, consentendo alle imprese di verificare le competenze dei lavoratori prima di intraprendere relazioni di lungo periodo e, a questi ultimi, di muoversi più facilmente verso le imprese migliori, dall’altra è molto probabile che, soprattutto quando la flessibilità viene introdotta senza porre attenzione a necessari contrappesi sugli incentivi delle imprese (dal lato dei salari, degli investimenti, della formazione e delle tutele di welfare), la deregolamentazione del mercato del lavoro possa comportare effetti avversi sulla produttività.

Ad esempio, la letteratura sul tema (si veda l’estesa rassegna di Kleinknecht sul Cambridge Journal of Economics, 2020) segnala che una maggiore flessibilità del lavoro – a seconda delle modalità con cui si introducono misure di deregolamentazione – può generare effetti avversi sulla produttività attraverso vari canali: i) indebolendo gli incentivi per le imprese ad introdurre investimenti “labour saving” in virtù della compressione del costo del lavoro generalmente indotta dalle misure di deregolamentazione; ii) riducendo gli investimenti in formazione specifica da parte di imprese e lavoratori, nel momento in cui la relazione contrattuale diviene di breve periodo; iii) attenuando l’accumulazione di competenze specifiche e conoscenze tacite all’interno dell’impresa, a causa del più elevato turnover della forza lavoro, e così penalizzando la capacità innovativa delle imprese; iv) limitando la tendenza imitativa delle imprese meno innovative nel momento in cui possono sfruttare la competitività di costo resa possibile dall’indebolimento del fattore lavoro associato con la deregolamentazione del mercato del lavoro.

In questo quadro, l’esperienza dell’Italia appare paradigmatica. Il nostro Paese, infatti, dalla metà degli anni 1990 è stato caratterizzato da una continua tendenza alla flessibilizzazione del mercato del lavoro (si pensi solo ai contenuti del Protocollo sulla contrattazione del 1993, al Pacchetto Treu del 1997, alla riforma dei contratti a termine del 2001, alla Legge Biagi del 2003 e, da ultimi, al Decreto Poletti e al Jobs Act del 2014-2015) che si è associata a una contemporanea riduzione del tasso di crescita della produttività. Sul tema, i dati OCSE sono molto chiari: in Italia il tasso di crescita medio annuo del prodotto per ora lavorata è passato dall’1,89% degli anni ’80, all’1,42 negli anni ’90 ed è crollato allo 0,05% e allo 0,34%, rispettivamente, nei primi due decenni del XXI secolo.

Stabilire se l’associazione negativa fra flessibilizzazione e produttività sia il segno di una mera correlazione “spuria” anziché dell’esistenza di un nesso di causalità che va dalla maggiore flessibilità del lavoro verso una minore produttività non è operazione facile, quando si cerca di essere metodologicamente rigorosi e tanto più difficile diventa identificare quale dei possibili meccanismi summenzionati contribuisca a determinare l’effetto negativo della flessibilità sulla produttività.

Una serie di studi recenti, con tecniche e dati diversi, ha, tuttavia, sottolineato come emergano nel nostro Paese chiari segnali che la flessibilizzazione del mercato del lavoro – per le modalità con cui è stata introdotto e per il contesto economico-sociale che l’ha accompagnata – sia stata una (anche se, in tutta probabilità, non l’unica) determinante cruciale del rallentamento della produttività.

Alcuni studi basati su dati di impresa mostrano, ad esempio, l’esistenza di una relazione negativa fra l’uso che queste fanno dei contratti a termine e la loro produttività, suggerendo che la possibilità di far uso di relazioni contrattuali di breve termine – seppure riduca il costo del lavoro – riduca anche gli incentivi all’innovazione e all’accumulazione di competenze da parte delle imprese (si vedano, ad esempio, Lucidi e Kleinknecht in Cambridge Journal of Economics, 2012; Cappellari, Dell’Aringa e Leonardi in Economic Journal, 2012; Cirillo e Ricci in Economia Politica, 2020).

Come detto, però, sono molteplici i meccanismi attraverso cui un mercato del lavoro più flessibile può influenzare la produttività di un’impresa. In una recente ricerca in corso di definizione (condotta insieme a Francesco Bloise, Valeria Cirillo e Andrea Ricci), facendo uso di una banca dati innovativa su un campione rappresentativo di imprese italiane, abbiamo indagato l’esistenza di un ulteriore canale sottostante la relazione fra flessibilità e produttività: ci siamo infatti chiesti se relazioni contrattuali più frammentate, riducendo inevitabilmente le interazioni fra lavoratori e, dunque, il loro grado di coesione (ad esempio, fra lavoratori a tempo indeterminato e full-time e la quota crescente di persone impiegate part-time o con contratti di breve durata), possa comportare effetti avversi su quei meccanismi (in parte ancora oscuri) da cui dipende la produttività del lavoro all’interno di un’impresa. I risultati che abbiamo raggiunto sono, nella loro durezza, sorprendenti, dal momento che rileviamo inequivocabilmente che – a parità di utilizzo del lavoro a termine e di altre caratteristiche dettagliate delle imprese (il settore, la dimensione, il capitale per lavoratore) – le imprese in cui l’intensità del lavoro all’interno di un’impresa (misurata come diseguaglianza delle giornate di lavoro equivalenti a tempo pieno in un anno fra tutte le persone impiegate da un’impresa in un anno) sia più diseguale sono anche le imprese in cui la produttività cresce di meno.

Questi risultati portano quindi ad aggiungere un ulteriore tassello al quadro, già di per sé molto complesso, dei meccanismi che, positivamente o negativamente, possono influenzare la produttività. All’interno di un quadro così complesso è presumibile che le relazioni siano molteplici e caratterizzate da diverse interazioni fra i fattori in gioco. In un quadro di incertezza come quello qui dipinto è importante, quindi, che le misure di politica economica non si basino su poche relazioni date per buone senza riscontri generalizzati (ad esempio, quella, in base alla quale l’instabilità contrattuale rafforzerebbe gli incentivi al lavoro degli individui), ma considerino attentamente tutti i possibili effetti che queste potrebbero generare anche per via delle interazioni con altre misure adottate e con le caratteristiche di un sistema produttivo.

In questo quadro, si finisce, quindi, per non stupirsi che il modo poco organico e privo di “contrappesi” con cui è stata aumentata la flessibilità del mercato del lavoro italiano, senza chiedere in cambio comportamenti virtuosi da parte delle imprese, abbia esacerbato una serie di dinamiche di breve respiro che, connesse alla forte deflazione salariale in atto da metà degli anni ’90, ha finito per generare ricadute negative sulla stessa produttività. Per il futuro sarebbe, dunque, auspicabile che, nel valutare le riforme da adottare, i policymakers considerino attentamente anche le caratteristiche delle “condizioni di contorno” e le politiche complementari che dovrebbero verificarsi affinché una politica possa generare gli effetti sperati. Alternativamente, un quadro di intervento solo parziale può generare ricadute fortemente negative sull’efficienza del sistema produttivo (come evidente dalla caduta della produttività) e sulla stessa equità (come evidenziato dalla costante riduzione della quota di prodotto che va al lavoro anziché ai profitti, pur in un quadro di produttività stagnante).

Michele Raitano è professore di economica politica presso l’Universita degli Studi di Roma “La Sapienza”

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1 COMMENTO

  1. Intervento molto preciso e articolato sulla produttività del lavoro per il dato aggregato . Nulla purtroppo si dice sui dati disaggregati ad esempio per tipologia di impresa: i dati, ad esempio, variano a seconda delle dimensioni dell’impresa e rispetto al suo settore merceologico?

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