domenica 29 Novembre 2020

Carceri più umane sono garanzia di maggiore sicurezza per tutti
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Da sempre il carcere e l’esecuzione penale sono oggetto di scontro. Il tema non è la necessità di garantire che le pene vengano espiate – questo nessuno lo mette in discussione – e la certezza della pena non è il nodo su cui si divide davvero la politica.

Le idee divergono sulla funzione della pena, sul senso della carcerazione. Certo chi subisce una condanna deve pagare un debito con la società, il carcere è una punizione. Ma per noi deve diventare una opportunità, deve avere una funzione rieducativa, deve aiutare le persone, quando escono, a non ripetere gli errori del passato, a non tornare a delinquere.

Questa è la strada indicata dalla Costituzione, la più utile e la più umana. L’altra è la strada di chi, per speculare, vuole trasformare la giustizia in vendetta e considera ogni persona che delinque una persona persa per sempre, per cui bisogna “buttare via le chiavi”, e soprattutto per cui la pena deve essere non solo una punizione ma una meritata sofferenza.

Questo scontro tra noi e la destra oggi, di fronte alla diffusione del Covid in alcune carceri italiane, per fortuna ancora poche, si traduce ovviamente in scelte politiche assolutamente antitetiche. Mentre il Pd avanza proposte e prende provvedimenti per salvaguardare la salute di tutti coloro che vivono in carcere – agenti, detenuti e operatori – la destra di Salvini e Meloni fa propaganda, alimenta paure, paventa la liberazione dei peggiori criminali, lancia il messaggio che di carcere non bisogna occuparsi, contrapponendo la salute di chi sta in carcere a quella di chi è fuori.

Il governo in questi mesi ha preso, e di fatto prorogato col Decreto ristori, iniziative importanti con la consapevolezza che per combattere il virus, garantire spazi per evitare il contagio e consentire l’isolamento e la cura di chi si è infettato, bisogna ridurre la popolazione carceraria. Ora più che mai bisogna intervenire su un problema patologico del nostro sistema penale: quello della sovrappopolazione, della presenza di più detenuti di quelli che gli istituti possono ospitare.

Nessuno è stato liberato, si è fatta la scelta di mandare agli arresti domiciliari coloro a cui mancano non più di 18mesi da scontare per ridurre le presenze in carcere, escludendo da questi benefici tutti i condannati per reati di mafia o terrorismo. Riproporre questo provvedimento è giusto, ma, come chiedono i garanti dei detenuti e centinaia di associazioni e di operatori, bisogna fare di più per mettere in sicurezza gli istituti e le persone che in quegli istituti vivono e quelle che ci lavorano.

Per questo abbiamo presentato una serie di proposte emendative al Decreto ristori. Innanzi tutto pensiamo sia necessario, per accelerare le procedure, consentire a chi ha ancora un anno di pena da scontare (la norma attuale prevede sei mesi ), di andare agli arresti domiciliari senza braccialetto elettronico. Pensiamo poi si debba consentire, a chi beneficia di permessi premio o di permessi per il lavoro esterno, di restare fuori fino alla fine dell’emergenza. Si tratta di persone che hanno già fatto un percorso e che già escono dai penitenziari: diamo più sicurezza e tranquillità a loro, ma soprattutto agli altri detenuti garantiamo che chi esce e ha più contatti con l’esterno non rientri ogni giorno aumentando il rischio del contagio.

Ancora: i detenuti già oggi possono beneficiare, per buona condotta, ogni sei mesi, di uno sconto di pena di 45 giorni. Noi proponiamo di aumentarlo a 75 per il periodo dell’emergenza, così da anticipare ulteriormente il fine pena per persone che lo hanno meritato. Infine, proponiamo di sospendere, fino al 31 gennaio del 2021, l’esecuzione di condanne passate in giudicato: è una soluzione che ridurrebbe i nuovi ingressi in carcere a tutela della salute di tutti e non aumenterebbe ulteriormente le presenze.

Sono tutte proposte, che proponiamo a governo e maggioranza, che possono aiutare a ridurre i rischi di contagio nelle carceri.
Ovviamente stiamo parlando di norme necessarie per affrontare un’emergenza, ma questa deve essere anche l’occasione per riflettere sulla necessità di fare scelte più generali per affrontare il problema della precarietà della condizione detentiva in Italia.

Sia il governo che il Parlamento hanno indicato la questione carceri come un tema su cui è necessario intervenire, anche attraverso l’indicazione di progetti che potranno attingere alle risorse del Recovery Fund. Non si tratta solo di costruire nuove carceri e creare più posti: la priorità deve essere quella di realizzare strutture che aumentino gli spazi per la socialità, il lavoro, la formazione. Serve realizzare carceri più vivibili e più umane, così come servono strutture dedicate alle donne con figli o ai detenuti tossicodipendenti.

Tutto ciò è possibile e va fatto e il buonismo non c’entra. C’entra la consapevolezza che un carcere più umano in cui si rispetti il dettato costituzionale serve a dare più sicurezza a tutti e a non riprodurre malessere e illegalità.

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