venerdì 22 Gennaio 2021

Mai più bambini in carcere, è ora di cambiare tutto
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Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Giustizia, aggiornati al 31 ottobre 2020, nel circuito penitenziario risultano presenti 31 detenute madri con 33 figli al seguito. Di questi, sono 16 le madri e 17 i bambini ristretti nelle sezioni nido delle case circondariali, mentre gli altri risultano collocati all’interno degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam).

La presenza di bambini nelle strutture detentive costituisce un gravissimo paradosso del nostro sistema, che compromette la salute psico-fisica degli stessi in un’età decisiva per il loro sviluppo. Da un lato si cerca di riabilitare le mamme e dall’altro si costringono bambini innocenti a vivere i primi anni della loro vita, quelli decisivi per il loro sviluppo, in un carcere.

È quindi indispensabile individuare misure volte a consentire la collocazione dei genitori detenuti assieme ai loro bambini al di fuori degli istituti penitenziari, anche quelli a custodia attenuata.

Per questo motivo, ho presentato, insieme a molti colleghi della maggioranza e con il sostegno delle associazioni Cittadinanzattiva, A Roma Insieme-Leda Colombini e Terre des Hommes, un emendamento alla legge di bilancio che prevede l’istituzione di un fondo per l’inserimento dei nuclei mamma-bambino all’interno di case famiglia e comunità alloggio mamma–bambino, idonei ad ospitarli.

Si tratta di un piccolo fondo nell’ambito della legge di bilancio dello Stato, che non sottrae risorse a nessun’altra attività ma che garantirebbe una vita più adeguata a 33 bambini innocenti.

Gli Icam sono stati istituiti nel 2011 grazie alla legge n. 62 per evitare di separare la mamma condannata per un reato non grave dal suo bambino con una età da 0 a 6 anni. Attualmente in Italia sono 5: Torino “Lorusso e Cutugno”, Milano “San Vittore”, Venezia “Giudecca”, Cagliari e Lauro.

L’anno scorso, insieme a una delegazione della Commissione Infanzia e Adolescenza sono stato all’ICAM di Lauro (AV), che seppur organizzato con dei veri e propri mini appartamenti, con bagno e angolo cottura, sala biblioteca, un soggiorno con la tv e un grande spazio all’aperto con giochi per bambini, resta sempre un luogo molto diverso da un ambiente familiare dove è necessario che cresca un bambino. Molto diversa è la Casa di Leda a Roma, una casa protetta per donne detenute con figli minori che esiste dal 2017 e che pure ho avuto modo di visitare.

La Casa di Leda è un elegante villino all’EUR, confiscato a un boss mafioso, con un bel giardino intorno, un grande salone, una stanza con i giochi dei bambini e 5 stanze, tutte dotate di bagno per le mamme recluse. I bambini vanno tutti al nido o alla scuola materna e le mamme si alternano nei lavori di casa.

Certamente non sembra un carcere, e i bambini non hanno la sensazione di vivere una vita “strana”: possono giocare in giardino, hanno ampi spazi nella casa per poter giocare e leggere, possono andare a scuola accompagnati dalle loro mamme, non ci sono sorveglianti ma solo educatori e volontari (il commissariato di zona controlla la casa con visite giornaliere). Certo non possono frequentare altri bambini fuori dagli orari di scuola, ma la loro è una vita molto simile a quella di una famiglia normale, non dà la sensazione di essere in un carcere. E tutte le mamme sono ben contente di poter pagare la loro pena in questo tipo di istituto. Ma soprattutto, i bambini sono contenti, equilibrati, molto coccolati dagli operatori e pieni di giochi, libri, pupazzi.

Le case famiglia protette rappresentano una misura alternativa alla pena detentiva. Ecco perché un anno ho presentato insieme a tanti colleghi della maggioranza una proposta di legge, che prova a mettere ordine in questo sistema e punta al superamento degli ICAM e alla creazione di nuove case famiglia come quella di Leda a Roma. E’ infatti contraddittorio provare da un lato a recuperare le mamme che hanno commesso un reato e dall’altro condannare i loro bambini a un inizio della vita tutt’altro che favorevole e felice. L’ambiente accogliente e allegro che ho visto nella Casa di Leda deve essere il parametro che deve guidare la rieducazione di queste donne, con uno sguardo attento e premuroso ai loro figli.

Ci auguriamo che l’istituzione di un fondo per l’inserimento dei nuclei mamma-bambino all’interno di case famiglia e comunità alloggio sia finalmente l’occasione per restituire la necessaria centralità alla tutela della salute dei piccoli finora detenuti in carcere assieme alle loro madri.


Paolo Siani è un pediatra e parlamentare italiano

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