domenica 18 Aprile 2021

Se l’è cercata
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Non sono trascorsi che pochi giorni dalla Giornata contro la violenza sulle donne che un nuovo caso di una sentenza basata sul movente della gelosia ci impone una riflessione.

Il processo davanti alla Corte d’Assise di Brescia che sta facendo discutere è quello a carico di Antonio Gozzini, un 70enne che un anno fa in città uccise la moglie Cristina Maioli, insegnante di scuola superiore che era stata poi vegliata per ore dal marito.

L’uomo è stato assolto perché incapace di intendere e volere a causa di un totale vizio di mente per “un delirio di gelosia” si legge.

Purtroppo non è la prima volta che il sistema giudiziario è al centro delle polemiche. Le banche dati di giurisprudenza sono piene zeppe di sentenze shock.

Per esempio, la sentenza numero 6329 del 20 gennaio 2006, secondo cui, una ragazzina quattordicenne, avrebbe subito una “violenza limitata” per lo stupro del patrigno quarantenne, in quanto non più vergine. 

La sentenza numero 1636 della Cassazione, del 1999, che negò l’esistenza di uno stupro, sol perché la vittima “indossava i jeans”,  ovverosia “un indumento che non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta”.

La sentenza numero 40565 del 16 ottobre 2012, in cui la Corte di Cassazione ha deciso che durante una violenza di gruppo, uno sconto di pena deve essere concesso a chi “non abbia partecipato a indurre la vittima a soggiacere alle richieste sessuali del gruppo, ma si sia semplicemente limitato a consumare l’atto”.

Come dimenticare la sentenza della Corte d’Appello di Ancona redatta tra l’altro da tre giudici donna,  che nel novembre 2017, decise di assolvere due ragazzi peruviani di 24 anni accusati di aver drogato e poi stuprato una loro amica con la motivazione che la vittima era “troppo mascolina”. La Corte d’Appello di Perugia ristabilì la verità: fu a tutti gli effetti una violenza sessuale di gruppo.

E poi le attenuanti e quindi la riduzione di pena concessa dalla Corte di Appello di Milano questo settembre a un 63enne condannato a cinque anni per aver sequestrato, picchiato e violentato la sua compagna per una notte nella loro roulotte. I giudici della Corte hanno ridotto la pena a quattro anni e quattro mesi perché lo stupratore sarebbe stato “esasperato dalla condotta troppo disinvolta della donna”, come si legge nella sentenza.

Fa bene guardare in faccia questa realtà. Siamo immersi in clima di violenza. E purtroppo la donna vittima troppo spesso si trasforma in soggetto imputato e ancora una volta agiscono pregiudizi e stereotipi culturali anche in un’aula di Tribunale.

Ancora oggi la reazione della società in risposta a un episodio di violenza di genere infatti è quella che prova ad attribuire responsabilità alla vittima per le violenze subite, prendendo le difese dell’uomo accusato. Spiace constatarlo ma anche gli ultimi  fatti di cronaca, come il caso Genovese o il caso della maestra di asilo vittima di revenge porn, lo dimostrano.

Il “se l’è cercata”, quell’idea che la donna non sia prive di colpe, che abbia in qualche modo tentato o provocato l’aggressore o fatto intendere qualcosa di diverso da ciò che realmente desiderava, è sempre una costante.

C’è ancora molto da fare. Sia dentro i tribunali che fuori.

 

 

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