giovedì 28 Ottobre 2021

Asili nido, invertire la tendenza. Ora o mai più
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Il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno ha ribadito che questo é tempo di costruttori, chiarendo che non si tratta di ricostruire, ma di realizzare ex-novo, con nuove idee e con nuovi materiali, nuovi progetti per il Paese. E questo auspicio è tanto più importante in materia di scuola e istruzione.

I dati dell’ISTAT dicono che solo il 41% degli Italiani arriva a leggere almeno un libro all’anno, che la dispersione scolastica è drammaticamente in crescita(15%), così come i NEET (23,67%) -Not in Employement, Education or Training-, e l’analfabetismo funzionale (il 47%).

Di fronte a questi dati emerge forte la responsabilità della classe dirigente politica, di evitare che il Recovery Fund, il MES e il NextGeneration EU restino intrappolati nelle logiche del sistema pre-Covid, con un assemblaggio di vecchi progetti e di rivendicazioni corporative.

Sempre il Presidente Mattarella ha sottolineato quanto l’emergenza sanitaria influenzi le scelte di vita e i destini personali degli italiani e quanto un calo ulteriore delle nascite sia frutto dello smarrimento delle famiglie.

Dieci anni fa i bambini in età di asilo nido erano più di un milione e settecentomila. Per il 2021 si scenderà a poco più di un milione e duecentomila. Investire negli asili nido, incoraggiando la natalità, è dunque sempre più urgente. Bisognerà farlo, però, mettendo fine al ripetuto errore di assegnare le risorse in base alle strutture già esistenti e non ai fabbisogni. E se non lo si farà nel Next Generation Eu difficilmente lo si farà più.

Gli asili nido compiranno quest’anno cinquant’anni. Nati infatti nel 1971, erano servizi sociali di supporto alle famiglie, poiché la legge n.1044 che li prevedeva, aveva sottovalutato l’impatto educativo e formativo. Solo con il decreto legislativo n.65 del 2015 gli asili nido furono sottratti dall’ambito assistenziale ed integrati, con le scuole dell’infanzia, in un unico “sistema integrato di educazione di istruzione dalla nascita fino a sei anni”.

Purtroppo, però, il tradizionale ruolo dei nidi come servizio assistenziale e di sostegno al lavoro femminile ha fatto sì che la loro diffusione fosse guidata dal grado di sviluppo economico dei territori, creando una fortissima eterogeneità dell’offerta pubblica, con gravi iniquità nelle opportunità di accesso a sfavore del Mezzogiorno.

I dati sono noti a tutti.

Contro una media italiana del 24,7% dei bambini fino a tre anni di età, al Sud i posti disponibili non raggiungono il 15% degli aventi diritto. I bonus nidi, erogati dal 2017, e ancor di più dal 2019, hanno avuto un impatto significativo esclusivamente dove il servizio è presente, cioè nel centro-nord.

L’obiettivo dell’UE stabilito a Lisbona era di raggiungere una copertura per gli asili nido del 33%.

La media italiana non è quindi lontanissima da questo obiettivo, anche in relazione alla denatalità che ha fatto aumentare la proporzione al 28%, ma questo target è di fatto un indicatore di riequilibrio regionale, visto che molte regioni del centro nord sono già ben oltre il 33% (basti pensare che mentre la Val d’Aosta supera il 50%, la Campania non arriva al 10%).

La task force coordinata nel 2020 da Vittorio Colao si era data invece un obiettivo più ambizioso: quello del 60% di copertura nazionale.

Occorre decidere e partire. Prima che sia troppo tardi.

Raggiungere l’obiettivo del 33% minimo in tutte le regioni d’Italia ha un grande valore sociale e culturale per il Mezzogiorno, combatte la povertà educativa e dà impulso al lavoro femminile. I costi peraltro sarebbero relativamente bassi. Se infatti si tiene conto dei fondi già stanziati, pari ad un miliardo nel triennio 2021-2023, occorrono 0,6 miliardi una tantum( per le strutture) e 0,9 miliardi l’anno per la gestione.

Vogliamo alzare l’asticella al 60%?

Occorrono allora 6,8 miliardi (di cui uno già disponibile) una tantum e 3,8 miliardi a target conseguito in tutte le regioni.

Troppi?

Dipende da quanto è per noi rilevante la lotta alla dispersione scolastica, alla povertà educativa e alla disoccupazione femminile.

Sta a noi decidere. Potremmo anche opzionare l’idea di un doppio target: 33% entro il 2023 e 60% entro il 2026, data di chiusura del NextGenerationEu.

Una cosa è certa: se non saranno stanziate risorse sufficienti a garantire pari opportunità di frequenza al nido per tutti i bambini, ovunque avranno la ventura di nascere, saranno rubati loro i diritti all’istruzione prima ancora che nascano.

Stato dell’arte

Nel 2021 per gli asili nido sono attivi tre fondi. Uno di 520 ml per azzerare le rette per le famiglie a basso reddito. Un altro (fondo 0/6) di 330 ml ed il terzo per l’edilizia scolastica per l’infanzia di 700 ml fino al 2025.

Tutti questi fondi, per varie ragioni, sono destinati inevitabilmente alle regioni dove è più presente il servizio, e non riescono a soddisfare le esigenze di riequilibrio territoriale.

Nel 2021 un importante passo avanti attiva un nuovo, più cospicuo fondo: Asili nido e scuole dell’infanzia, di 2,5 miliardi diluiti fino al 2034. Anche qui però i criteri di assegnazione favoriscono i territori dove i nidi sono già presenti.

Va’ dunque invertita la tendenza, una volta e per tutte, prima che sia troppo tardi.


Camilla Sgambato è responsabile Scuola nella segreteria nazionale del Partito Democratico

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