mercoledì 27 Gennaio 2021

Ricerca, adesso o mai più
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L’intreccio tra la predisposizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e le rivendicazioni e la discussione più strettamente politiche ha senza dubbio limitato la possibilità di aprire confronti pubblici sui contenuti del programma e le possibilità di miglioramento anche per ciò che concerne la distribuzione delle risorse nei vari capitoli. E’ tuttavia e in ogni caso sorprendente notare come le iniziative che riguardano le ricerca siano passate pressoché inosservate. E’ sorprendente perché ingenti investimenti nella ricerca – per di più in una fase storica in cui sono emerse con evidenza la correlazione tra la forza della scienza e la tutela della qualità della vita, e la necessità di costruire la transizione a un modello di società più sostenibile – sono irrinunciabili per un piano di investimenti che guarda al medio e al lungo termine. Il “debito buono”, appunto, di cui si scrive e si dice in questi giorni.

Nei giorni scorsi autorevoli scienziati sono tornati a rivolgersi al presidente del Consiglio e al ministro dell’Università e della Ricerca, proponendo istanze e proposte sostanzialmente riprese anche da alcuni esponenti istituzionali, come la senatrice a vita Elena Cattaneo. Nei toni e nelle considerazioni si riconosce lo sforzo di avere condotto in porto negli ultimi anni iniziative positive e importanti per il comparto ma si chiede uno scatto di ambizioni e misure.

Il nostro Paese, infatti, parte da una posizione di grande svantaggio: investiamo in ricerca pubblica circa 150 euro l’anno per cittadino, contro 250 e 400 euro in Francia e Germania. Si rileva inoltre la scelta della Francia di aumentare gli investimenti. Il punto è la ricerca di base perché, scrivono gli scienziati, “riteniamo, e con noi autorevoli economisti, che essa sia la fonte primaria dell’innovazione nelle società tecnologiche avanzate e che gli investimenti nella ricerca di base, specialmente quelli in capitale umano, siano moltiplicatori potenti di crescita e sviluppo socio-economico, a rendimento differito nel tempo ma con effetti di lunga durata”.

Può essere utile riportare il terzetto di proposte avanzate nella lettera, dal valore complessivo di 15 miliardi in 5 anni, il 7 per cento dell’entità del Recovery Plan: istituzione di concorsi PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale banditi dal MUR) che presentano il pregio di un notevole potenziale di trasferimento tecnologico e quindi di ricadute economiche, per una spesa di 600 milioni all’anno per cinque anni; concorsi per 5000 ricercatori ogni anno nel quinquennio, per una spesa complessiva di 4 miliardi, per ridurre il divario con i riferimenti francese e tedesco; infine, si legge, “infrastrutture scientifiche per 8 miliardi di Euro potrebbero essere selezionate all’interno dell’attuale PNR 2021-2027 (Piano Nazionale della Ricerca) recentemente validato dal CIPE. Una strategia qualificante capace di attrarre ricercatori dall’estero e moltiplicare gli effetti positivi degli investimenti sui progetti e sul capitale umano”.

Le proposte hanno il merito di essere molto circostanziate e concrete, meritevoli, ritengo, di un’attenta riflessione. Un dibattito è auspicabile. La lunga fase emergenziale ci ha fatto toccare con mano la concretezza dei contributi che la scienza e la ricerca possono dare per la costruzione di una società migliore. Se prendiamo coscienza anche dell’evidenza delle ricadute per l’economia e lo sviluppo, viene da dire “adesso o mai più”.

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